Arte contemporanea: specchio rivelatore della nostra realtà
 
 
 

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Arte contemporanea: specchio rivelatore della nostra realtà

 

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Incontro con il gallerista Saverio Repetto

By Redazione

 

Cos’è per te l’arte contemporanea?

L’arte contemporanea è l’arte dei nostri giorni. Essa si identifica con i fenomeni artistici del proprio tempo. C’è stata e ci sarà sempre un’arte contemporanea che rispecchia i tempi del proprio presente. C’è una progettualità in quello che creano gli artisti contemporanei, in quello che dipingono, scolpiscono e che cercano di esprimere il loro pensiero. L’arte è la trasposizione di ciò che l’artista ha dentro, viene dalla sua vita reale, dal contesto in cui vive e abita. L’arte contemporanea è lo specchio della nostra realtà. Oramai è un fenomeno mondiale, ci sono declinazioni di arte contemporanea in tutti i paesi, in tutte le culture. Avendo una certa esperienza di arte internazionale vediamo che ci sono moltissime realtà e ognuna rispecchia generalmente il periodo, la location in cui gli artisti vivono, ritrovando tutto nelle loro opere. In due parole, ripeto, l’arte contemporanea è lo specchio della nostra realtà.

È stato scoperto tutto. Quando un’opera d’arte può ritenersi tale?

Bonito Oliva qualche decennio fa diceva che l’arte era morta ed era impossibile dire qualcosa di nuovo. Ritengo che sbagli perché sono convinto, come è sempre stato, che l’arte va e andrà avanti. Il problema è quello di scoprire chi, nell’ambito degli artisti contemporanei, abbia un linguaggio nuovo. Questo è difficilissimo perché ci sono mille declinazioni e inoltre, con la rapidità mediatica odierna, siamo bombardati da video, immagini, testi ecc.. C’è un sovraccarico di messaggi che arriva da tutte le parti del mondo. Tuttavia come dico spesso il tempo è galantuomo e solo tra qualche decennio ci sarà la sedimentazione di ciò che viene prodotto oggi. Come ora riscopriamo sia a livello di mercato sia a livello curatoriale i grandi artisti degli anni ’60 e ‘80, che all’epoca erano ignorati e guardati come alternativi rispetto al sistema dell’arte, tra 40 anni scopriremo gli artisti del presente.

Gli artisti che permettono che l’arte vada avanti sono quelli che erano schegge impazzite e che ora, dopo che il tempo ha sedimentato le varie declinazioni, vengono riproposti e apprezzati. Chi oggi lascerà un segno tra 40 anni è difficile prevederlo. Noi operatori del settore diamo una mano ad artisti che pensiamo stiano dicendo qualcosa di nuovo, ma questo purtroppo non viene riconosciuto né a livello curatoriale né a livello di mercato.

Nessuno ha la forza nel suo piccolo di creare una presenza dominante, perché siamo una voce in mezzo a mille. È un lavoro immane. Quello che oggi molti giovani artisti fanno di livello gli verrà riconosciuto quando il messaggio verrà assorbito e quando si sarà sedimentato il tutto. Solo allora si vedrà chi è sopravvissuto e chi no, chi ha lasciato il segno e chi no.

 

 

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Carlo Scarpa, Sommerso vase, 21 x 12 cm

 

Come nasce Saverio Repetto?

Sono figlio d’arte, arrivo da una famiglia che aveva già questa attività di galleria. È una storia di famiglia che dura da 60 anni. Ho studiato ingegneria, ho fatto altri lavori ma la passione per l’arte c’è sempre stata. Sono cresciuto in mezzo ai quadri e agli artisti. Negli anni ’60 e ’70 si svolgeva un lavoro completamente diverso nell’ambito della storia delle gallerie, in quanto tutte si occupavano di contemporaneo. Mi ricordo che si andava dagli artisti, si prendevano i quadri, si facevano le mostre ecc. Era il mercato del primario, dove la galleria faceva una sorta scouting, selezionava gli artisti e li portava in galleria. Successivamente sono diventato collezionista e solamente 10 anni fa ho aperto la galleria De Primi Fine Art a Lugano per dare una mano a mio fratello il quale aveva seguito le orme paterne inserendosi nella galleria per dare continuità al lavoro. Con i tempi che cambiavano, con l’internazionalizzazione dell’arte da solo era impossibile star dietro a tutto e per questo motivo sono subentrato anche io. Nel 2007 abbiamo aperto la galleria a Lugano che ci ha permesso di gestire anche gli artisti internazionali. Dalla mostra di Christo ad Acqui è nata questa realtà internazionale. O cresci o rimani una galleria locale, con la clientela locale. Venendo oltre confine è cambiata la prospettiva, è una scelta di vita.

Un artista che ti ha segnato?

Christo perché è geniale. Già ora è conosciuto e apprezzato, ma più si andrà avanti e più rimarrà nella storia dell’arte. L’idea di velare e rivelare è stupenda, anche se le dinamiche di mercato sono differenti, secondo me è un personaggio geniale che continua a fare cose di livello.

Come vedi Lugano come città culturale, città business ecc.?

Lugano rimane una realtà provinciale, nonostante abbia avuto notevoli fondi per sviluppare mostre e progetti. Lugano ha sempre lavorato bene a livello pubblico in quanto è una città ricca. È sorto un primo problema quando ha creato il LAC perché molti fondi destinati alle mostre e ai progetti culturali sono andati al sostentamento del LAC stesso, spendendo di più per sopravvivere che per proporre nuove mostre. In secondo piano c’è un altro problema: di periferia. Non sei né a Milano né a Londra quindi o si propongono dei progetti unici e importanti oppure non c’è il richiamo di pubblico. La gente si muove, ma se non si hanno i mezzi per le mostre di grandissimo livello culturale ci si riduce a rimanere in una fase di limbo dove le grandi masse di collezionisti e appassionati non vengono richiamate.

 

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Takesada Matsutani, Oblique, 87-5, 1987, graphite and vinyl on paper on caanvas,162 x 130 cm

 

Le gallerie influenzano la vita e la carriera dell’artista sono una salvezza oppure no?

La galleria dovrebbe fare da trait d’union tra l’artista e l’istituzione: musei, fondazioni ecc. Rimango dell’idea che l’artista debba fare l’artista e la galleria il suo lavoro. Se l’artista destina le sue risorse di tempo, di denaro e di passione a fare altri lavori, va a togliere spazio alla sua creatività artistica. Rischia di perdersi. Il sodalizio è importantissimo, la galleria deve avere un ruolo di promozione attraverso tutti i canali in suo possesso, proporre il lavoro ai collezionisti, ai musei, alle fondazioni ecc. Se questo lavoro lo deve fare l’artista stesso, diventa un lavoro titanico e dispersivo. Bisogna avere rapporti con più gallerie se facciamo un discorso internazionale. Se non si hanno le connessioni e gli agganci giusti, non si riesce a mostrare il proprio lavoro al pubblico. La galleria quindi è il mezzo per mostrarlo e farlo apprezzare.

Le fiere quanto sono importanti per la visibilità di una galleria e degli artisti rappresentati da lei?

Oggi sono diventate il canale più importante per arrivare al collezionista. I collezionisti sono abituati a viaggiare, ad andare alle fiere in quanto in pochi giorni incontrano 200 gallerie e 2000 quadri. Per riuscire a vedere le stesse cose ci impiegherebbero un mese. Purtroppo o per fortuna oggi la fiera è il mezzo più importante per raggiungere il collezionista. Ovviamente ci sono anche i siti specializzati che aiutano e servono a dare visibilità alla galleria a livello mondiale, ma i collezionisti giustamente vogliono vedere l’opera dal vivo. In galleria non viene più nessuno, chi ama l’arte visita i musei, le fondazioni, si fa una sua idea e un suo percorso. In seguito avendo le idee chiare si dirige su ciò che vuole in modo mirato senza perdere tempo.

 

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Christo, Over the river, 1995, mixed media on carboard, 43 x 559 cm

 

Come scegli gli artisti?

Noi siamo sempre stretti tra l’incudine e il martello, nel senso che, essendo una galleria che vive del proprio lavoro, anche se ti innamori di un artista geniale e propositivo devi fare la verifica su quanto il mercato capisca e apprezzi quell’artista. Se investo su un artista che oggi non ha spazio, non ha visibilità o interesse, chiudo il rapporto di lavoro. Devo mediare tra la richiesta del mercato dell’arte e ciò che piace. Noi dobbiamo capire e anticipare le tendenze del mercato mondiale. Il nostro lavoro è cercare gli artisti che stanno per essere appetibili al mercato, cercare le opere e proporle ai collezionisti. Il segreto è anticipare il mercato, ma senza andare contro il mercato. Se un artista lo propongo ma non vende purtroppo devo rinunciarci.

Quando un artista si può definire storicizzato?

Quando è morto. Purtroppo i tempi, come dicevamo all’inizio sono lunghi. Noi vediamo tutti i giorni che si fanno scoperte e riscoperte di artisti attivi 40 anni fa e quando accade molti sono già passati a miglior vita. La storicizzazione avviene sempre quando un artista entra nei musei, nella mentalità collettiva come un artista importante. Tutto ciò avviene di solito a fine carriera o dopo la morte. Anzi molti muoiono e passano decenni prima che venga valorizzato il loro lavoro e quindi che venga storicizzato.

 

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Sadamasa Motonaga,Untitled, 1966, synthetic resin on canvas, 15.6 x 22.7 cm

 

La rivista si chiama quid perché vuole indagare il quid quella scintilla che rende unica un cosa. Tu dove lo intravedi il quid… nella vita, in un opera d’arte che ti permette di sceglierla rispetto ad un'altra?

Il nostro mestiere è il più bello del mondo. Ho fatto tanti lavori diversi, conosciuto tante persone, ma questo mestiere ti permette di trattare con oggetti bellissimi. L’arte è sempre stata una necessità dell’animo umano fin dai tempi più antichi, dai graffiti delle caverne in cui si aveva l’esigenza di comunicare qualcosa. Questo è il quid, una nostra insita necessità umana, chi più chi meno, di stare di fronte a cose belle. L’arte è emozione ed è la cosa più importante. Quest’emozione o quid ci permette di voler essere a contatto con le opere d’arte. Come gallerista devo confrontarmi anche con i numeri, ma il mondo dell’arte è bello perché ti dà emozioni. Il fine ultimo è essere circondato da cose che ti diano emozioni. Questa è la cosa più bella.