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Accademia di Belle Arti di Venezia e Flash Art  presentano PETER HALLEY "HETEROPIA I"

Halley ha ideato una sequenza di otto stanze interconnesse costituite da murales a stampa digitale, palette di luci artificiali e oggetti tridimensionali per codificare un’eterotopia.

L’Accademia di Belle Arti di Venezia e la rivista Flash Art presentano Heterotopia Ⅰ , un’installazione di Peter Halley in occasione della 58a Biennale di Venezia

L’installazione si svolgerà nello spazio espositivo dell’Accademia di Belle Arti situato in uno degli storici Magazzini del sale di Venezia, Magazzini del Sale, n. 3, Dorsoduro 264, Zattere.

La mostra, a cura di Gea Politi, direttrice di Flash Art, si svolgerà dall’8 maggio al 10 agosto.

Occupando lo spazio espositivo lungo quaranta metri, Halley ha ideato una sequenza di otto stanze interconnesse costituite da murales a stampa digitale, palette di luci artificiali e oggetti tridimensionali per codificare un’eterotopia — termine preso in prestito da Michel Foucault, che ha definito l’eterotopia come uno spazio differenziato e delimitato, creato per uno scopo preciso, che si rispecchia e si definisce come alterità dagli spazi quotidiani.

Halley ha invitato tre artisti a collaborare con lui all’installazione. Lauren Clay e Andrew Kuo hanno creato un murales ciascuno per le otto sale. R.M. Fischer ha realizzato una scultura totemica su larga scala che abiterà la stanza finale. Inoltre, i testi originali sui murales riportano i testi della scrittrice Elena Sorokina.

L’installazione di Halley riecheggia temi presenti nel suo lavoro precedente, aggiungendo nuovi elementi di puntuali pastiche architettoniche per l’installazione ambientale a Venezia.

La mostra ha il gentile supporto di MSGM. Massimo Giorgetti, direttore creativo del marchio, ha dedicato una speciale capsule collection MSGM/ Flash Art disponibile esclusivamente presso gli spazi dei Magazzini del sale.

L’allestimento di Heterotopia Ⅰ  è stato realizzato da FusinaLab.

“May You Live In Interesting Times”, è il titolo della Biennale di Venezia di quest’anno, che apre una discussione sullo stato incerto dei nostri tempi. I “tempi interessanti” non sono chiari. Questi tempi portano inevitabilmente nuove domande su questa era precaria. Gli ambienti postindustriali e dinamici di Peter Halley creano simultaneamente isolamento e connessione, uno stato di tensione fluorescente nel quale ci immergiamo attraverso corridoi teorici che Halley ha tracciato, segnando la cultura visuale contemporanea dalla fine degli anni ‘70”.

Gea Politi
Flash Art, Direttore

“Dalle nostre aule e dai nostri laboratori scaturisce l’energia creativa e la conoscenza. Sono  luoghi di formazione e di ricerca. È una risorsa e un complemento fondamentale la collaborazione con chi  traccia la rotta dell’arte come Peter Halley, e con Flash Art, che si rivolge alle nuove generazioni di artisti partendo proprio dalla fucina della nostra Accademia”.
 
Giuseppe La Bruna
Accademia di Belle Arti di Venezia, Direttore

Barbaria delle Tole, 6691, Venezia

 

 

 

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Le OGR – Officine Grandi Riparazioni di Torino presentano Carousel

La mostra personale dell’artista anglo-argentino Pablo Bronstein, curata da Catherine Wood.

Le OGR – Officine Grandi Riparazioni di Torino presentano Carousel, mostra personale dell’artista anglo-argentino Pablo Bronstein, curata da Catherine Wood, Senior Curator, International Art (Performance) presso la Tate Modern di Londra.

La mostra Carousel è visibile dal 7 maggio al 9 giugno ha una doppia natura e una duplice ambientazione: sede principale del progetto saranno gli spazi delle ex Officine torinesi, dove prenderà forma un nuovo capitolo dell’indagine sul rapporto tra corpi in movimento e spazi architettonici, tra performance e dinamiche di fruizione dello spazio. La mostra avrà quindi una sua ideale prosecuzione negli ambienti barocchi della Sala della Musica del Complesso dell’Ospedaletto di Venezia, che diventerà l’avamposto in laguna delle OGR in occasione della 58. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia

L'artista nato a Buenos Aires nel 1977 e cresciuto a Londra, Bronstein coltiva da sempre un vivo interesse per la storia dell’architettura, che ha declinato attraverso diversi medium: la sua opera spazia così dal disegno alla coreografia, dal video alla performance. Concepita appositamente per il Binario 1 delle OGR, la mostra fa coesistere tutti questi elementi, assemblati ad arte per creare un dialogo inedito con la struttura delle ex Officine di corso Castelfidardo a Torino.

Punto di partenza di Carousel è il funzionamento dello zootropio, un dispositivo ottico inventato da William George Horner nel 1834, il cui nome deriva dall’unione delle parole zoe, che significa “vita”, e tropos, letteralmente "girare", ovvero “ruota della vita”. Lo zootropio è composto da una serie di immagini riprodotte su una striscia di carta posta all'interno di un cilindro che quando messo in moto le fa animare in un’illusione retinica di un movimento che si ripete in loop, proprio come quello di una giostra (in inglese, carousel). Questo espediente viene utilizzato da Bronstein come metafora per descrivere la relazione tra lo spazio fisico – che sia quello dell'architettura oppure quello dei corpi – e il narcisismo endemico del mondo post-iPhone, come una sorta di preambolo della società del selfie.

Piuttosto che puntare il dito sulla comune esasperazione verso le seduzioni e le illusioni del digitale, Bronstein preferisce costruire una narrazione basata su modelli anacronistici e low-fi, ispirandosi al mondo delle fiabe vittoriane. 

Nasce così la storia della Strega Grigia, una figura enigmatica e imperscrutabile che rappresenta la personificazione della lastra metallica che si nasconde dietro il vetro di ogni specchio. Invisibile allo sguardo per la sua proprietà riflettente, si rivela però come sottile strato materico soltanto nel momento in cui il vetro viene tagliato in sezione. Una sorta di creatura che tutto vede ma che rimane elusiva e invisibile.

Anche alle OGR la Strega Grigia si mostra solo occasionalmente: si cela all’interno di una torre di sorveglianza, una struttura ibrida – che ricorda uno zootropio ma anche un tempietto rinascimentale – foderata di pannelli specchianti e posta alla fine di un dedalo che si protende nello spazio del Binario 1 per 50 metri di lunghezza. 

Il visitatore, costretto ad un percorso obbligato, entra così in un labirinto e, prima di raggiungere la torretta, incontra una serie di scene in cui ballerini professionisti, seguendo una coreografia ideata dello stesso Bronstein in collaborazione con la coreografa Rosalie Wahlfrid, illustrano l’evoluzione della danza a partire da un’analisi degli spazi scenici e del rapporto con lo spettatore: dai balli partecipativi tribali ai rituali di corte, dal folk fino al balletto classico, il tutto in una progressione che rende le coreografie via via sempre più sofisticate.

Queste configurazioni performative, con l’intromissione di alcuni schermi digitali che rimandano in loop fugaci apparizioni della Strega Grigia, portano in scena le dinamiche e le fascinazioni del voyerismo, del guardare e dell'essere guardato, attraverso una ripetizione seriale di movimenti spezzati che ricordano da vicino il linguaggio post-digitale delle GIF (una sorta di versione tecnologicamente avanzata delle sequenze di movimenti dello zootropio) e allo stesso tempo i tic sintomatici della bassa soglia di attenzione caratteristica dell'era contemporanea.

Altro appuntamento Carousel de Crystal a Venezia visibile dal 7 maggio al 24 novembre  

L’intervento di Pablo Bronstein a Venezia è ripensato su scala ridotta rispetto all’installazione delle OGR e ne condensa il significato. Carousel de Crystal, nella sua configurazione veneziana, è l'equivalente della camera da letto del Re del XVII Secolo, luogo apparentemente privato ma in effetti centro dei rituali della vita di corte, in relazione con i campi, i teatri e le piazze come equivalenti del labirinto delle OGR.

Mentre l'installazione a Torino rappresenta una sequenza di spazi pubblici attraverso cui i visitatori navigano sotto lo sguardo della Strega Grigia, dei suoi specchi e dei suoi schermi, la Sala della Musica del Complesso dell’Ospedaletto di Venezia è immaginata come una camera privata, intima, in cui il visitatore che è invitato a entrare, resta, ad ogni modo, a una certa distanza dall'immagine che viene creata.

Il lavoro di Venezia è composto da due danzatori, la cui presenza è raddoppiata dall'uso di una proiezione video di grandi dimensioni, dalla figura della Strega Grigia e da una figura dal volto dipinto di rosso, interpretata dallo stesso Bronstein, che ha capacità di vedere e muoversi che superano le regole e i parametri del mondo della città governata dagli specchi.

Tanto forza disgregatrice quanto trainante, simbolo del diavolo o del desiderio, la maschera di Bronstein appare in contrapposizione alla fredda sorveglianza della Strega Grigia. Il suo punto di vista, filtrato dalla griglia della balconata che sovrasta lo spazio della mostra, è trasmesso a uno schermo video: solo occasionalmente questo personaggio fa la sua incursione nella rappresentazione per interrompere i cicli rituali del movimento danzato.

Già in altre occasioni, così come in questa, l'artista si è mostrato in prima persona all'interno del suo stesso lavoro e non solo come autore ma proprio come interprete, mettendo così in scena un io immaginario che è soggetto, a sua volta, alle fantasiose illusioni evocate dalle sue opere e dai suoi personaggi, con i quali coesiste.

La mostra Carousel è una nuova commissione appositamente realizzata per le OGR e si inserisce in un corpus di lavori che l’artista ha sviluppato negli ultimi anni; a partire dalla rilettura dello spazio pubblico di Plaza Minuet presentato all’ICA di Londra (2011), o dalla riflessione sull’uso degli specchi nella performance pensata per la sola fruizione online Costantinopole Kaleidoscope, Tate Live (2012) o la durational performance concepita dall’artista per la Duveen Gallery della Tate Britain Historical Dances in an Antique Setting (2016).

Performer: Lorenzo Aprà, Irina Baldini, Desirée Caruso, Marco Caudera, Irene Cena, Francesco Dalmasso, Elisa D'amico, Camilla De Campo, Riccardo de Simone, Rebecca Nivine Fakih, Annalisa Maria Morelli, Francesca Pavesio, Andrea Carlotta Pelaia, Paolo Soloperto, Maria Novella Tattanelli, Rosalie Wahlfrid, Darcy Wallace.

 

 

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Padiglione Italia: NÉ ALTRA NÉ QUESTA: LA SFIDA AL LABIRINTO

 Una mostra in cui le opere esposte, in stretto dialogo tra di loro e con l’allestimento, generano continuamente nuovi percorsi e nuove interpretazioni.

Il progetto espositivo del Padiglione Italia alla 58. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia dal 11 maggio al 24 novembre 2019

Né altra Né questa: La sfida al Labirinto è il titolo della mostra, a cura di Milovan Farronato, a cui partecipano, con lavori inediti e opere storiche, tre artisti italiani: Enrico David (Ancona, 1966), Chiara Fumai (Roma, 1978 – Bari, 2017) e Liliana Moro (Milano, 1961).

Spiega Milovan Farronato: “Venezia è un labirinto che nei secoli ha affascinato e ispirato l’immaginazione di tanti creativi, tra cui Jorge Luis Borges e Italo Calvino, i due più grandi labirintologi contemporanei a detta del matematico Pierre Rosenstiehl. Venezia, indiscusso centro cartografico del Rinascimento, viene descritta da Calvino come un luogo in cui le carte geografiche sono sempre da rifare dato che i limiti tra terra e acqua cambiano continuamente, rendendo gli spazi di questa città dominati da incertezza e variabilità. È in questo contesto dal carattere imprevedibile che emerge Né altra Né questa, una mostra in cui le opere esposte, in stretto dialogo tra di loro e con l’allestimento, generano continuamente nuovi percorsi e nuove interpretazioni, ramificati c'è un progetto del Padiglione Italia alla Biennale Arte - dichiara il Ministro per i Beni e le Attività Culturali Alberto Bonisoli - che coniuga la novità della visione del curatore con la bravura degli artisti e la qualità della ricerca. L’Italia è orgogliosa del proprio passato, ma sa interpretare lo spirito dei tempi con la sperimentazione e la valorizzazione dei talenti dell’arte contemporanea”. “Il lavoro della Direzione Generale - afferma il Direttore Generale e Commissario del Padiglione Italia Federica Galloni - è orientato alla valorizzazione e alla promozione dell’arte e dell’architettura contemporanee, in linea con quanto accade in Europa.

La cultura e la creatività svolgono un ruolo determinante nella crescita dell’individuo. In questa direzione l’arte contemporanea contribuisce a migliorare la qualità della vita di tutta la comunità dei cittadini occupandosi di temi e di valori comuni in modo straordinario e anticipando rivoluzioni del pensiero e del costume che si riflettono inevitabilmente nella società.” Il sottotitolo della mostra allude a “La sfida al labirinto”, saggio seminale di Italo Calvino del 1962, a cui Né altra Né questa si ispira. In questo testo l’autore propone un lavoro culturale aperto a tutti i linguaggi possibili e che si senta corresponsabile nella costruzione di un mondo che, avendo perso i propri punti di riferimento tradizionali, non chiede più di essere semplicemente rappresentato. Per visualizzare le ingarbugliate forme della realtà contemporanea, Calvino elabora l’efficace metafora del labirinto: un apparente intrico di linee e tendenze in realtà costruito secondo regole rigorose. Interpretando tale linea di pensiero in chiave artistica, Né altra Né questa attualizza – già a partire dal suo titolo, che disorienta attraverso la figura retorica dell’anastrofe – un progetto artistico di “sfida al labirinto” in cui si comprende la lezione di Calvino, mettendo in scena un percorso espositivo non lineare e non riducibile ad un insieme di traiettorie pulite e prevedibili. Molteplici e generosi sono i percorsi e le interpretazioni offerti allo spettatore, a cui la mostra affida la possibilità di assumere un ruolo attivo nel determinare il proprio itinerario e mettersi così a confronto con l’esito delle proprie scelte, contemplando il dubbio e l’indeterminatezza come parti ineludibili della conoscenza. “L’impegno curatoriale di quest’anno – sottolinea il Presidente della Biennale di Venezia Paolo Baratta - mi sembra evidente e già costituisce motivo di interesse; gli artisti presenti sono davvero degni della nostra attenzione. L’idea del labirinto, che può condurre per varie vie e interruzioni di percorsi alla difficile ricerca di una via di uscita, ben si affianca all’idea di una Biennale nella quale si offrono a chi la percorre una miriade di occasioni, di porte aperte e di luoghi del desiderio, tutti affascinanti e disorientanti a un tempo, nei quali perdersi non è il peggiore dei peccati.”

Il calendario degli appuntamenti culturali prevede un ciclo di talk a cui partecipano gli artisti Enrico David e Liliana Moro e il Prof. Marco Pasi. Alla film-maker Anna Franceschini è affidata la documentazione della mostra, realizzata come film corto sperimentale con il titolo Bustrofedico, che verrà presentato a Venezia a fine mostra, prodotto da In Between Art Film e Gluck50. Nell’ambito della mostra verrà inoltre realizzato un programma di attività educative rivolto ai giovani studenti delle accademie e delle scuole di ballo, promosso dalla Direzione Generale Arte e Architettura contemporanee e Periferie urbane del MiBAC, che si articolerà in un ciclo di appuntamenti, curati da Milovan Farronato, Stella Bottai e Lavinia Filippi, ospitati all’interno del Padiglione.

Il Padiglione Italia è stato realizzato anche grazie al sostegno di Gucci e FPT Industrial, main sponsor della mostra, e al contributo del main donor Nicoletta Fiorucci Russo. Uno speciale ringraziamento anche a tutti gli altri donor, i cui nomi appaiono nel colophon, che hanno dato al progetto un contributo fondamentale; grazie anche agli sponsor tecnici Gemmo, C&C-Milano che hanno generosamente contribuito con le loro forniture e a Select Aperitivo. Il Padiglione Italia verrà inaugurato in occasione della vernice della 58. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia 2019 (8, 9 e 10 maggio)

 

 

 

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No Anorexia, 2007, Copyright Oliviero Toscani

 

 

Oliviero Toscani.  Più di 50 anni di magnifici fallimenti

Una mostra che ripercorre la carriera del grande fotografo, oltre 100 fotografie mettono in scena la potenza creativa e la carriera di Oliviero Toscani attraverso le sue immagini più note.

Il Comune di Ravenna–Assessorato alla Cultura e il MAR Museo d'Arte della città di Ravenna, presentano dal 14 aprile al 30 giugno la mostra Oliviero Toscani. Più di 50 anni di magnifici fallimenti a cura di Nicolas Ballario e con l’organizzazione di Arthemisia. Una mostra che ripercorre la carriera del grande fotografo, oltre 100 fotografie mettono in scena la potenza creativa e la carriera di Oliviero Toscani attraverso le sue immagini più note. Toscani mediante la fotografia ha fatto discutere il mondo su temi come il razzismo, la pena di morte, l’AIDS e la guerra. Tra i lavori in mostra il famoso Bacio tra prete e suora del 1992, i Tre Cuori White/Black/Yellow del 1996, No-Anorexia del 2007 e decine di altri. Saranno esposti anche i lavori realizzati per il mondo della moda, che Oliviero Toscani ha contribuito a cambiare radicalmente: dalle celebri fotografie di Donna Jordan fino a quelle di Monica Bellucci, oltre ai ritratti di Mick Jagger, Lou Reed, Carmelo Bene, Federico Fellini e i più grandi protagonisti della cultura dagli anni ‘70 in poi. La mostra vede come media partner Sky Arte e Rolling Stone.

Più di 50 anni di magnifici fallimenti è il titolo dell’esposizione al MAR che mette in mostra qualche decennio del lavoro del fotografo. Per chi conosce la storia di Toscani, sa che il fallimento rappresenta per l’artista una prospettiva, per non fermarsi mai e sfidare ogni limite. L’esposizione - che complessivamente presenta quasi 150 fotografie - gravita attorno a un corpo centrale di immagini costituito da 100 fotografie di piccolo formato che ripercorrono la carriera di Toscani. Completano e integrano il percorso espositivo due corpi di lavoro che si sviluppano lateralmente: il “Progetto Razza Umana” e il “Focus newyorchese”.

Il corpo centrale della mostra intende offrire una sintesi dei tanti ambiti della creatività toccati da Oliviero Toscani nella sua vita. Toscani nasce a Milano nel 1942 ed è figlio d’arte: suo padre, Fedele, è stato infatti il primo fotoreporter del Corriere della Sera. Sono proprio il padre, la sorella e il cognato Aldo Ballo (il più affermato fotografo del design milanese) a spingerlo a studiare in una grande scuola assecondando il desiderio di diventare un grande fotografo. La scuola migliore in quel momento si trova a Zurigo, la Kunstgewerbeschule, con Johannes Itten come preside - il maestro del colore della Bauhaus – e con alcuni dei più importanti grafici e fotografi del mondo come insegnanti. Qui impara la teoria del colore, la tecnica e la composizione.

Di questo periodo sono gli emozionanti scatti che un Toscani, appena ventunenne, realizza a Don Lorenzo Milani, nella sua scuola di Barbiana. Si diploma nel maggio del 1965 e finalmente può cominciare quella che si sarebbe rivelata una carriera brillante. Sono gli anni della frattura con il vecchio mondo, gli anni dei Beatles e dei Rolling Stones, della minigonna inventata da Mary Quant, sono gli anni delle contestazioni studentesche. Toscani immortala quei momenti con la sua macchina fotografica e non si lascia sfuggire gli eventi salienti che contraddistinguono la sua generazione.

È in prima linea al concerto del Velodromo Vigorelli di Milano per fotografare i Beatles in occasione della loro unica tournée italiana. Baffi alla Gengis Khan, stivaletti della beat generation e ovviamente capelli lunghi, Toscani ci mette poco ad affermarsi e a diventare uno dei fotografi più richiesti dalle riviste di tutto il mondo. Agli inizi degli anni ’70 decide di trasferirsi a New York.

Il suo primo grande scandalo è del 1973: fotografa in primissimo piano il fondoschiena di Donna Jordan con su i jeans della marca Jesus e ci piazza sopra lo slogan “Chi mi ama, mi segua”. Il manifesto fa il giro del mondo e le polemiche infuriano come mai prima era successo intorno a una pubblicità. È Pier Paolo Pasolini sulla prima pagina del Corriere ad ammonire tutti quei facili moralismi, parlando di come quell’immagine ponesse un fatto nuovo, una eccezione nel canone fisso dello slogan, rivelandone una possibilità espressiva imprevista. Il nome di Oliviero Toscani, e non solo le fotografie, è ormai noto in tutto il mondo.

Gli anni ‘70 sono quelli che lo vedono come forza creativa dietro i più grandi giornali e marchi di tutto il mondo: Vogue, Harpe’s Bazaar, GQ, Elle. E poi Missoni, Valentino, Armani, Esprit, Prenatal, Chanel e soprattutto Elio Fiorucci, il vero innovatore della moda a livello mondiale, con il quale Toscani stringe una forte collaborazione, oltre che un’amicizia indissolubile.

Nel 1982 avviene invece l’incontro che cambia il mondo della comunicazione: Toscani inizia a realizzare le campagne per Benetton, dando vita a una serie ormai radicata nell’immaginario di tutti. Viene inventato il marchio “United Colors Of Benetton”, quel rettangolino verde che sarà posto sulle fotografie che scuoteranno le coscienze del mondo. Toscani ribalta il senso delle fotografie di moda e con le campagne Benetton parla di razzismo, fame nel mondo, AIDS, religione, guerra, violenza, sesso, pena di morte.

In quegli anni attira su di sé pesantissime accuse, quelle di sfruttare i problemi del mondo per fare pubblicità ai maglioni. È l’esatto contrario: Toscani usa il mezzo pubblicitario per parlare dei problemi del mondo. Anche dopo Benetton i suoi “scandali via advertising” arrivano puntuali: dà uno slancio alla discussione sulla regolamentazione delle unioni gay, creando una grande campagna che mostra una coppia di omossessuali in atteggiamenti affettuosi su un divano o spingere un passeggino.

Nel 2007 invece scuote violentemente il fashion system, facendo trovare pronta proprio per la settimana della moda di Milano una campagna con la fotografia di una ragazza anoressica completamente nuda, a mostrare i segni distruttivi della malattia che le case di abbigliamento invece sfruttano.

Nel 2018 torna a dirigere FABRICA, il centro di ricerca sulla comunicazione fondato insieme a Luciano Benetton quasi 30 anni prima. In mostra c’è anche il primissimo piano di un uomo di etnia africana con due occhi di colore diverso tra loro, fotografia con la quale Toscani lanciò il centro di ricerca: David Bowie fu così colpito da quell’immagine da decidere di scrivere la canzone Black Tie, White Noise.

Dal 2007 Toscani ha dato vita al progetto “Razza Umana”, con il quale ha girato mezzo mondo ritraendo persone nelle piazze e nelle strade, mettendo in piedi uno studio itinerante. Forse è dalle parole di Achille Bonito Oliva che emerge forte il senso di questo grande progetto: “Nella Razza Umana, una galleria infinita di ritratti di varia e anonima umanità, la fotografia non è casuale e istantanea, non è il risultato di un raddoppiamento elementare, bensì di una messa in posa che complica e rende ambigua la realtà di cui parte. In definitiva la Razza Umana è frutto di un soggetto collettivo, lo studio di Oliviero Toscani inviato speciale nella realtà della omologazione e della globalizzazione. Con la sua ottica frontale ci consegna una infinita galleria di ritratti che confermano il ruolo dell’arte e della fotografia: rappresentare un valore che è quello della coesistenza delle differenze”.

Agli inizi degli anni ’70 Toscani decide di trasferirsi a New York e non va a vivere in un posto qualunque: si trasferisce per qualche tempo al Chelsea Hotel, intorno alle cui stanze ruota tutta la cultura underground della grande mela. È lì che abitano o avrebbero abitato Bob Dylan e Leonard Cohen, Iggy Pop e Sam Shepard, Tom Waits e Robert Mapplethorpe. È lì che verrà trovato il corpo senza vita di Nancy Spungen, per il cui omicidio venne arrestato Sid Vicious.

Di questi anni è il fidanzamento con la modella Donna Jordan e la frequentazione della Factory di Andy Warhol, amico e modello per sue le fotografie. Oliviero Toscani passa le serate al Max Kansas City o al Club 57 e fotografa tutti i protagonisti della scena musicale e creativa di allora: Mick Jagger, Joe Cocker, Alice Cooper, Lou Reed. Quest’ultimo sceglie proprio uno scatto di Toscani per la copertina di un suo disco del 1974.

Già a quell’epoca Toscani ha una capacità incredibile di cogliere i talenti nascosti ed è lui a proporre alle redazioni le prime fotografie fatte ad una ancora sconosciuta Patti Smith, appena trasferitasi a New York.

In mostra saranno visibili anche tre testimonianze video: il documentario No-Anorexia, girato in occasione dell’uscita della campagna nel 2008; il video WART, una fortissima sequenza di immagini che racconta il nesso tra guerra e arte, tra bellezza e tragedia; uno speciale della serie “fotografi” di SkyArteHD realizzato interamente sulla figura di Oliviero Toscani.

 

 

 

 

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© Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti | Immersione Libera, Palazzina dei Bagni Misteriosi, Milano

 

Immersione libera alla Palazzina dei Bagni Misteriosi a Milano 

Interazione, libertà e ricerca sono le parole chiave di Immersione libera, la mostra collettiva, a cura di Giovanni Paolin in collaborazione con Associazione Pier Lombardo, Galleria Continua e Teatro Franco Parenti.

Interazione, libertà e ricerca sono le parole chiave di Immersione libera, la mostra collettiva, a cura di Giovanni Paolin, in programma dal 2 aprile al 18 maggio negli spazi della Palazzina dei Bagni Misteriosi. Realizzata in collaborazione con Associazione Pier Lombardo, Galleria Continua e Teatro Franco Parenti, Immersione libera è un momento espositivo voluto e sostenuto dall’imprenditrice e collezionista Marina Nissim per promuovere una nuova generazione di artisti.  

Selezionati tra le voci emergenti più interessanti e innovative del panorama internazionale contemporaneo, Alfredo Aceto, Agreements to Zinedine, Antonello Ghezzi, Calori & Maillard, Campostabile, Giovanni Chiamenti, Alessandro Fogo, Francesco Fonassi, Valentina Furian, Raluca Andreea Hartea, Ornaghi & Prestinari e Marta Spagnoli sono gli artisti chiamati a ideare nuove opere site-specific per la Palazzina dei Bagni Misteriosi.

La mostra non segue un unico filo conduttore, ma abbraccia un ampio ventaglio di proposte che spaziano tra linguaggi, materiali e tecniche differenti. Tutte le opere sono pensate per fondersi con gli ambienti circostanti favorendo il coinvolgimento dei visitatori. Per tutta la durata della mostra, inoltre, gli interventi site-specific dialogheranno anche con una serie di eventi temporanei, organizzati con la collaborazione dei curatori ospiti: Giulia Colletti, Caterina Molteni, Treti Galaxie. 
 
Il percorso di Immersione libera inizia nell’Atrio della Palazzina dei Bagni Misteriosi con χρόα di Giovanni Chiamenti: un organismo con un’anima di ferro ricoperta da una pellicola dicroica, che nasce dall’osservazione e dall’ascolto della natura. L’intervento di Chiamenti prosegue nella sala successiva con le due sculture Bone e Cortex, scansioni 3D che cercano di leggere e memorizzare l’oggetto in modo fedele, mettendone in luce tutte le imperfezioni e le tracce lasciate dal tempo. Il mondo della natura torna in Iperbole (δU = δQ - δW), digigrafia che fotografa il ribollire della superficie di un geyser, mentre con Scratch – una stampa incisa su carta – l’artista rivendica il diritto alla lentezza in un mondo, come quello attuale, votato al primato dell’istante.

Alfredo Aceto definisce lo spazio espositivo della Sala Mosaico con tre sculture che spuntano dal pavimento come se emergessero dal mare: le Gutter-Gargoyle. Sono il risultato dell’ibridazione tra un idrante, una grondaia e un animale marino che, in questo contesto, si fanno vettori di nuovi significati. La manipolazione scultorea, intesa come assemblaggio di elementi con inedite possibilità narrative, è anche alla base di Claire: un timido personaggio fiabesco frutto dell’evoluzione di un portacravatte che ha acquisito dimensioni umane e una pinna sul dorso. 

Alessandro Fogo elabora il pattern della moquette posata nella stessa sala ispirandosi al motivo del parquet liquido di Giorgio De Chirico; le sue tele appese alle pareti sono invece sospese nel tempo e nello spazio, estremamente connotate da un punto di vista simbolico. Si rifà al mondo dei simboli e del mito anche l’Animale Cerimoniale, installazione ambientale curata dal collettivo milanese Agreements to Zinedine – ATZ che, attraverso cinque interventi, ricrea all’interno della Sala Testori un esempio di tempio contemporaneo animato da antiche leggende.

Nella stessa sala Scena di caccia è un’installazione sonora, in quattro movimenti, realizzata da Francesco Fonassi: l’opera audio, mixata su tre sorgenti differenti, mescola elettronica, strumenti a corda, manipolazioni analogiche e voce, che si svelano all’ascoltatore come iterazioni di gesti che rievocano antiche strategie di caccia. Il contributo di Fonassi prevede anche un intervento di natura scultorea – Arco – che si ispira a un vecchio modello d’arco giapponese, lo Yumi.
 
Nella Sala Centrale della Palazzina, Raluca Andreea Hartea installa tra i volumi della libreria una serie di scatti fotografici che, riproducendo le copertine dei libri, creano un gioco di percezione tra realtà e finzione. Nei quadri di Marta Spagnoli lo sguardo si perde in un labirinto di linee e colori, mappe che tracciano paesaggi fatti di relazioni, i cui segni s’intrecciano, interrompono e moltiplicano. Mc2, il lavoro di Calori & Maillard, si articola in due progetti complementari, uno scultoreo e uno fotografico, con cui il duo italo-francese interpreta in chiave simbolica l’equazione più famosa della fisica che stabilisce l’equivalenza tra l’Energia e la massa di un sistema fisico. 

Il percorso prosegue con Pool, struttura in legno e tessuto, del duo Campostabile. Il titolo fa riferimento al termine inglese che, tra le tante accezioni, indica un gruppo, un’entità collettiva, un organismo in condivisione proprio come l’installazione nella Sala Zenitale: un organismo composito in cui il valore dell’unico è sempre maggiore della somma delle singole parti che lo compongono. Sempre nella Sala Zenitale è esposta l’opera di Ornaghi & Prestinari: Cionco, una scultura in legno che raffigura un burattino astratto e claudicante: sorretto da un meccanismo a pressione, quando perde l’equilibrio, cade, si scompone per poi rialzarsi e ricomporsi in modo sempre nuovo. 

Al piano inferiore la mostra continua con 55: la video installazione a due canali di Valentina Furianpresenta uno scenario onirico, volutamente ambiguo, in cui il processo narrativo gioca sullo scarto tra finzione e realtà. Infine, sulla terrazza, il percorso espositivo si conclude con Alla luna del duo Antonello Ghezzi, un’installazione partecipativa, poetica ed evocativa: camminando su un tapis roulant che evidenzia sul display la reale distanza della Terra dalla Luna, 384.400 km, i visitatori contribuiranno a un countdown che avvicina il nostro pianeta al suo satellite. 
 
Immersione Libera inaugura in occasione di miart per poi inserirsi tra gli eventi che animeranno il Parenti District – ART & DESIGN, un nuovo distretto di sinergie tra arte, arti performative e design, voluto dal Teatro Franco Parenti e dai Bagni Misteriosi in occasione della Milano Design Week.

Immersione libera prende il via lunedì 1 aprile. La mostra sarà visitabile da martedì a venerdì dalle 16.00 alle 21.00. Sabato e domenica l’apertura è anticipata alle 14.00. Aperture speciali in occasione di miart – dalle 10 alle 22 – e del Fuorisalone – dalle 14 alle 22. 
 
Si ringrazia Technogym, l’azienda italiana leader mondiale nella fornitura di tecnologie, servizi e prodotti di design per il Wellness, che per l’installazione Alla luna di Antonello Ghezzi ha messo a disposizione “Run Personal”, il tapis roulant della linea PERSONAL, che rappresenta la sintesi perfetta di tecnologia all’avanguardia e funzionalità, frutto della collaborazione tra Technogym e il design d’autore di Antonio Citterio.