Dario Fo, Pittore eccellente
 
 
 

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Dario Fo, Pittore eccellente

 

 

“Arte e teatro”

“Babbo, ho rovesciato un vassoio pieno di polpette al sugo in testa ad un Premio Nobel”; chi mi telefonava questa frase era la mia figlia più piccola Caterina, in quel momento allieva di Dario Fo alla scuola di teatro Alcatraz. Il Premio Nobel in questione non si era però scomposto né tantomeno arrabbiato, limitandosi a sorridere, ma d’altronde tutta la sua vita è stata una risata fino all’ultimo istante, almeno da quanto leggo ha dichiarato il figlio Jacopo.

Arrivato in anticipo a riprendere mia figlia, mi si sono chiarite le idee perché ho trovato a pranzo, tutti insieme personaggi famosi, meno famosi e ragazzi, come ad una tavolata di amici.

Comunque per me Dario Fo era un attore di teatro, un rivoluzionario, un autore ed un Premio Nobel per la Letteratura.

Il mio secondo incontro con questo personaggio avviene in seguito alla Biennale di Venezia del 2015, quando vengo nominato Curatore del Padiglione Nazionale della Repubblica di Costa Rica. Il titolo di questa Biennale era “Tutti i futuri del mondo” che, in questa epoca travagliata di guerra mondiale a pezzi, credo tutti  ci auguriamo potersi orientare verso la pace.

Visto che la Repubblica di Costa Rica è l’unico Paese al mondo senza esercito, avevo deciso per una mostra autofinanziata di artisti di ogni Nazione i quali, tramite le loro opere rappresentassero una cordata contro la guerra; tanto è vero che il titolo del Padiglione era “Costa Rica Paese di Pace, invita ad un linguaggio universale sereno tra tutti i popoli”.

La selezione dei partecipanti procedeva tramite quella che giudicavo la qualità delle opere ed ancor più mediante le interviste telefoniche per testare il reale intendimento verso questo concetto.

A pochi giorni dall’inizio della Biennale, per motivi che ancora non mi sono stati spiegati, la Costa Rica si ritira dalla Biennale. Ovviamente l’imbarazzo è grande, ma il senso della mostra rimane invariato; gli artisti vengono informati ed i buoni propositi di molti vengono meno; evidentemente il bollino della Biennale era molto più importante di tanti nobili messaggi.

Uno dei partecipanti era Dario Fo, il quale non solo non ritira la sua adesione ma rimane fedele all’iniziativa con ancor maggiore convincimento ed alla sua si aggiungono le opere di Jacopo  Foe di Eleonora Albanese; il Premio Nobel invita ad andare a ritirarla di persona.

In questa occasione vado, oltre che con la sua ex allieva Caterina, con l’altra mia figlia Maddalena diplomata al Liceo Artistico.

Qui avviene una scoperta per noi stupefacente perché ci ritroviamo di fronte a decine e decine di quadri di Dario Fo che però bisognava ricordare era uscito dall’Accademia di Brera e che nel 2012 aveva allestito una grande mostra a Palazzo Reale di Milano.

Ha dipinto per tutta la vita ma tale aspetto, anche se non totalmente dimenticato, è in questo momento solo brevemente accennato dai media.

Devo dire che le sue lezioni d’arte, trasmesse da Rai5, impostate come spettacoli teatrali, oltre ad avermi affascinato mi sono servite d’ammaestramento più che di noiose conferenze.

Quando, in questa occasione, seppe della partecipazione di molti giovani, decise di dare un’opera già pubblicata su un volume, rinnovandola con l’aggiunta di un’ulteriore parte applicata in basso; era un ritratto di una ragazza conosciuta ai tempi dell’Accademia eseguito in gioventù. Evidentemente lo spirito di quei tempi per lui era rimasto immutato.

Per meglio definire che certamente non partecipava per un bollino della Biennale, Dario Fo realizzò un video per maggiormente chiarire il suo pensiero e la sua adesione.

Dario Fo, Premio Nobel per la Letteratura, era un artista travolto dalla passione per la vita e se è stato un guitto nel teatro, mi sento di affermare che lo è stato anche nell’arte, dando a questo termine il significato più nobile.

Viene in questo momento ricordato in varie maniere; per la mia figliola Caterina è stato un onore essere stata sua allieva, per Gregorio, Maddalena e Giulia, è stato e rimane un onore averlo avuto accanto con forza, in un momento  difficile e qui lo vogliamo ricordare come grande pittore.

 

Era il 14/12/12, avevo 17 anni da pochi mesi

 e per me il teatro era un sogno: qualcosa di astratto

della consistenza delle nuvole. Allora ho ricevuto forse il regalo più bello di sempre da mio padre:

una settimana di stage teatrale intensivo all’Università “Alcatraz”e sono partita con una mia amica.

Non sapevamo cosa aspettarci.

Ho ripescato il nostro diario delle avventure: 14/12/12

Cate: Ma ci credi?! Riprenditi dal sonno e pensaci…

Abbiamo ascoltato parlare un Premio Nobel  stasera,

e con lui passeremo un’intera settimana!

Qui in mezzo al bosco, totem, pappagalli, statue, dipinti

 e affreschi strani, fantasmi della torre e chi più ne ha più ne metta!

Alla faccia delle nostre compagne di classe,

con augurio particolare alla riuscita del compito di Greco di Alice.

Andrea: “Aaaah!!!...non ci siete a scuola domani?”

Penso che la maledizione di Alice ci colpirà quando meno ce lo aspettiamo (paura!).

Devo ammettere che i totem mi hanno completamente spiazzata all’inizio…

Dario Fo secondo me è un figo! Tranne forse per la sua grande rabbia contro la politica…

“Il teatro è un impegno. Deve trasmettere un messaggio”

Chissà quante ne ha passate!

Ma come erano buffi lui e Franca! A bisticciare di tutto

ad interrompere le frasi l’uno dell’altra.

Come hai detto tu sembravano troppo Sandra e Raimondo…

Sarebbe bello innamorarsi così!

Ma hai idea di quante cose assurde faremo???!!!

Domani mattina, dopo la colazione al buffet (non vedo l’ora!) tai chi e poi piscina (watsu) e poi…

Ma secondo te, ce la faremo a fare anche un po’ di teatro?

Ce l’abbiamo fatta a fare “un po’ di teatro”

Dario Fo e Franca Rame hanno fatto molto di più che insegnarmi “un po’ di teatro”.

In quella settimana dove passavamo tutte le giornate con loro,

dove pranzavamo seduti vicini allo stesso tavolo,

dove discutevamo, seduti sul legno a gambe incrociate senza calzini, di tutto, partendo dal finale di una storia da loro insieme creata

e finendo a cercare di trovare il modo in cui “una risata potesse cambiare le cose”.

Io avevo 17 anni e per me il teatro era qualcosa di astratto

della consistenza e della leggerezza delle nuvole.

Dario Fo e Franca Rame mi hanno mostrato invece

che il teatro è concreto, denso, pesante;  ha un suo peso specifico, ha un significato, un motivo, un lavoro faticoso alle spalle, una storia da raccontare, un sogno da inseguire. Almeno il teatro vero ed il loro era vero.

Era pesante.

Eravamo le più piccole a seguire il corso, gli altri erano tutti adulti.

Non avevamo portato con noi grandi convinzioni politiche o civili. Non le capivamo nemmeno.

Dario non ci ha insegnato ad essere di uno schieramento o dell’altro,

se credere ad un tale oppure al suo avversario

ci ha regalato un bisogno: la conoscenza è un dovere, il combattere per quello in cui si crede.

Lui e franca erano dei grandi guerrieri

ed il teatro era il loro campo di battaglia, la parola la loro arma

e la risata l’inizio della vittoria.

Una sera a cena, dopo la lezione del pomeriggio nella quale cercavamo insieme il finale di un corto teatrale contro il gioco d’azzardo ed in special modo contro le slot che si trovano nei bar, ero seduta di spalle a Dario perché il tavolo era a ferro di cavallo; proprio mentre mi sedevo e spogliavo, passava dietro di me una ragazza con un vassoio di polpette . Togliendo la manica del giacchetto le diedi una gomitata ed il contenuto del vassoio cadde quasi interamente su Dario. Volevo morire.

Tutti si indaffararono subito per aiutarlo a pulirsi e cambiarsi, io guardavo la scena sempre più schiacciata nell’angolo della sala fin quando lui mi chiamò.

Quasi tremavo, aveva la faccia seria seria, gli chiesi scusa in tutte le lingue del mondo e lui dopo un mio monologo balbettante scoppiò in una delle sue fragorose risate. Mi fece sedere accanto ed a fine pasto gli raccontai la mia idea per il finale del corto.

Sicuramente era un po’ troppo fantasiosa , ma l’ascoltò e ne discutemmo analizzando i punti in maniera precisa.

Questo e quando provai ad interpretare  “il risveglio” davanti a Franca che mi guidava,

 furono i due momenti in cui capì: voglio fare teatro nella vita, quello vero, quello pesante.

Grazie Dario, grazie Franca,

che scommetto ora siete insieme a combattere per le cause di lassù,

strappando qualche risata a Dio o chi per lui,

sicuramente non smettendo di strapparle a noi.

 

Gregorio Rossi e Maria Caterina Rossi