Antonio Bueno (parte 1)
 
 
 

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Antonio Bueno (parte 1)

 

 

L’impatto con l’Arte Contemporanea per me coincise con l’affrontare in maniera concreta il mondo del lavoro; mi trovai di fronte alla realtà dell’arte che conoscevo in parte in modo superficiale oppure in maniera romantica.

Nel 1982, insieme a Stefania Maccelli mi trovai a gestire in quel di Populonia, una mostra di Antonio Bueno.

Personalmente mi sarei sentito più tranquillo con artisti del passato perché precedentemente il mio contatto con l’arte era stato prettamente “scolastico” oppure andare per Musei, visitare le tombe dipinte di Tarquinia oppure i mosaici di Piazza Almerina…questo aveva costituito il mio principale dialogo con il figurativo.

L’unico elemento che accomunava Antonio Bueno ai Maestri del Passato era il fatto che non lo conoscevamo di persona e quindi anche lui era una figura da dover intuire attraverso le opere o appartenente alla letteratura, al mito della vita travagliata oppure attraverso le descrizioni degli altri.

Comunque quelle opere che ci fecero compagnia per la durata della mostra avevano un qualcosa di familiare e se non parlavano alla ragione o alla conoscenza sicuramente comunicavano alle emozioni anche se con un linguaggio indubbiamente nuovo ma che sembrava già sentito; non perché ripetesse o copiasse.

In uno scritto del 1981 d'altronde Piero Chiara affermava che Antonio Bueno, oltre a percorrere negli strati profondi le correnti astratte e figurative di almeno cinque decenni, ha scandagliato alcuni secoli di pittura e mai ha perso il filo del suo discorso poetico.

Preferisco questa scelta del raccontare senza troppe pretese critiche cosi che il lettore non sia affaticato dalle concettualità; in fin dei conti su Antonio Bueno hanno scritto critici eccellenti nonché scrittori famosi.

A questa prima mostra e ad Antonio Bueno devo il fatto di essermi avvicinato all’Arte Contemporanea e di aver iniziato quello che piano piano è divenuto il mio lavoro, la conoscenza di coloro che ne fanno mestiere ed una frequentazione, che già nel passato era stata saltuaria, degli atelier che divennero delle mete abitudinarie. Parliamoci chiaro, nell’artista cerchiamo colui che, attanagliato dalla realtà prosaica, trae proprio da essa la linfa per creare arte, cerchiamo l’uomo segnato dal marchio della “diversità”.

Nel 1983 ho conosciuto personalmente Antonio Bueno; con noi gentile e paziente, un ospite educato. Un artista spesso controcorrente, determinato in scelte difficili, impegnato in ricerche pittoriche, alcune delle quali che già le precise ed oscure leggi di mercato avevano decretato la fine; di sicuro corrispondeva alla mia personale idea di artista.

Come ho già scritto, dell’estetica e delle sue tematiche ne hanno diffusamente ed autorevolmente parlato illustri critici. Ogni volta l’ho ascoltato con interesse e mi è sembrato che mi raccontasse con piacere della sua pittura; credo di avere imparato qualcosa. Di sicuro mi sono accorto che era un intellettuale; aveva in casa opere di colleghi ed alcune di queste le aveva esposte alla sua mostra personale di Palazzo Strozzi, lì dove aveva ricostruito il suo studio.

Mi raccontò che ricomprava alcuni suoi dipinti per i quali evidentemente provava un particolare affetto, dicendomi che erano stati svenduti a suo tempo per il pane.

Alcune opere ritengo derivassero da visite fatte a Musei e da sue personali meditazioni su alcuni dipinti lì conservati.

L’ultima volta che lo abbiamo incontrato la moglie Evelina, che fu una sua modella, ci disse che stava male e pensammo che non l’avremmo potuto vedere in quell’occasione; invece, pur sofferente, ci mostrò i quadri preparati per la 41. Biennale di Venezia. Eppure eravamo estimatori e saltuari frequentatori della sua casa e non potenti addetti ai lavori o ricchi collezionisti. Fummo onorati da questa attenzione e nel tempo lo sono stato sempre di più; poco dopo, la mattina presto, dalla radio sapemmo che era morto.

Inizialmente pensavo che le sue opere non mi turbassero a sufficienza, di non provare abbastanza l’inquietudine che sappiamo essere sensazione indispensabile di fronte all’opera di un Grande Maestro; poi ho capito che qui quello che turba è l’ironia sempre presente e da Bueno stesso considerata l’antidoto alla vita, il concetto stesso del suo messaggio.

Un’ ironia che mi sembra costituire un momento del processo che precede la ricerca vera e propria: quindi che ha come logico e successivo passaggio la maieutica, l’arte della levatrice che aiuta la nascita del bambino.

“Eleonora da Toledo con il figlio Don Garcia generalissimo del mare”: come non vedervi un'ironia che è preludio al travaglio di un superamento?

Ho allestito alcune importanti mostre di questo artista, sempre in luoghi consacrati all’arte. I dipinti scelti hanno retto accanto ad importanti reperti etruschi del Museo di Cortona, a quadri di Gino Severini, ad eleganti architetture quattrocentesche, a tavole di Ambrogio Lorenzetti…

Sia chiaro, Antonio Bueno non ha di sicuro fatto copie e non mi sembra neppure revisionismi; non vorrei essere frainteso e che si pensasse ad un pittore proiettato al passato e che per questo parlasse un linguaggio conosciuto. Non sono i nudi nuliebri o i molti d’aprésse a suscitare emozioni per mezzo dell’artificio di far vibrare le corde di reminescenze ben radicate dentro di noi.

Parlo dalla parte di chi ha conosciuto e frequentato questo artista ma, soprattutto da quella del visitatore comune; quando presenziamo ad una mostra per un po’ dimentichiamo i problemi del quotidiano e ci ritroviamo incantati o stupefatti così come di fronte alla Tomba Ildebranda o alle Balze di Volterra oppure al Teatro Greco di Siracusa.

In quei momenti ci addentriamo nei reami del sogno così come se ci si trovasse nei giardini pensili di Babilonia.

Se davanti alle opere di Antonio Bueno troveremo una parte di questa stupefazione, senza dubbio almeno l’intento delle mostre da me curate sarà stato realizzato.

Gregorio Rossi