Giovanni Fattori

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Giovanni Fattori

 

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Ritengo che questa rubrica intitolata "Storie dell'Arte" non si debba limitare solamente a testi critici su autori sui quali tra l'altro hanno scritto illustri nomi, ma abbia il compito di offrire una vasta visione da più punti di vista. In questo articolo lascio la parola a Pier Giorgio Zotti, curatore dell'Archivio delle Tradizioni Popolari della Maremma Grossetana per parlare di Giovanni Fattori:

Giovanni Fattori nasce a Livorno nel 1825; il Risorgimento, la Toscana ed il Romanticismo generano un grande pittore ma, oltre le concitate opere di soggetto militare, è la Maremma, landa, solitudine, vastità disabitata a dare il meglio.

La Maremma è per Fattori un luogo dell'anima, un laggiù, un dove. Sarà la Maremma per tutti i Macchiaioli una qualità superiore della luce, ma anche l'eccesso che stà dietro al loro desiderare, come la steppa asiatica stava dietro al parlare francese dei romantici russi.

Ma Fattori non si era limitato a sognare la Maremma, a cullarla nel fantasticare; c'era sceso, l'aveva pestata ed il suo soggiorno a Marsiliana, ospite dei Principi Corsini, non è più cosa dell'accadere della vita, ma simbolo fondante di un mito. I suoi amici in realtà avevano scambiato per maremme i dintorni di Castiglioncello da dove l'orizzonte si allontanava verso il confine del "paese di fango". Fattori dirà "...una qualità visionaria che trascende ogni delimitazione geografica; quel tratto di terra è una frazione di tempo e di luogo che a ciascuno può dare il senso delle proprie radici...".

Prima di lui, di per sè, questa terra era solo un vuoto dal quale stare lontani il più possibile, malsano, pieno di febbre e di cattiveria. A farla così erano stati gli scrittori del 1300 cittadino: Sercambi, Dante, Villani.

Qualcosa però, le date, rivelano l'aura della coincidenza, il miracolo del casuale: Fattori scende a Marsiliana d'Albegna nel 1882, nell'Autunno del 1883 Carducci scrive "San Martino", Renato Fucini pubblica "Le veglie di Neri" nel 1884, nel 1885 Carducci scrive "Traversando la Maremma Toscana".

La Maremma generava il suo mito.

In una lettera del 1882 ad Amalia Nollemberger Giovanni Fattori scrive: "...torno ora da una gita con il Principe e quattro uomini di compagnia, tutti a cavallo...ieri vidi di belle cose, la giornata si passò meglio, ci fu la castratura e bollatura di almeno cento cavalli...infuocano un ferro che è l'arme della casa e gliela stampano su una coscia. Tutto questo vale un quadro e bello molto. La lotta tra uomini e cavalli è terribile...delle volte si vede uomini e cavalli tutti per terra tra la polvere e tutto che un piacere che ridono...".

Cinque anni dopo, nel 1887, Fattori termina il grande quadro "Marcatura dei puledri in Maremma"; un anno prima aveva dipinto "Il salto delle pecore". Dopo circa dieci anni un anonimo fotografo scatterà un'immagine poi divenuta famosa delle pecore che vengono buttate nell'acqua di un fiume. Il posto è il medesimo, il quadro ha un doppio, infiniti doppi riprodurranno butteri, merche e solitudini, fino ai nostri giorni.

Il brigantaggio maremmano si preparava ad infilarsi nel mito accanto ai butteri, ma non per colpa di Fattori che di briganti, che io sappia, non ne dipinse, così come l'immensa schiera dei braccianti.

Per l'Ottocento Toscano, Maremma è la vastità che manca all'ordine del troppo visto, è la luce meridiana di un sogno. I Macchiaioli si fermano sul molo a guardare le lontananze; Fattori invece prende e va nel cuore di questa terra e da qui riporta gli elementi fondanti di un mito. Genera, senza saperlo, un archetipo e lo incardina al reale.

Gregorio Rossi

Pier Giorgio Zotti