Francesco D'Alconzo
 
 
 

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Francesco D'Alconzo

 

2 LAC013 cerniere su tela verde 150x100 2008

 

In ottemperanza con il titolo di questa rubrica ed anche proprio per la mia volontà di voler raccontare storie, mi riferisco questa volta ad un artista che seguo da molto tempo, che considero una mia scoperta e del quale giudico l’opera veramente innovativa ed originale.

Conobbi Francesco D’Alconzo per una serie di coincidenze che ritengo significative; ero infatti a Bellagio, dove ho curato alcune mostre insieme a Carlo Francesco Galli, tramite quest’ultimo conobbi Giancarlo Sancassani, un personaggio particolare, appassionato di numerologia.

In una calda serata Giancarlo ci invitò a cena a casa di questo artista, così mi ritrovai in una grande terrazza dov’era riunita tutta la sua famiglia e dove una lunga tavola era apparecchiata soprattutto a base di frutta, sistemata in maniera che mi apparve quasi rinascimentale. Non avendo mai visto opere di D’Alconzo, questa situazione mi fece pensare ad un pittore forse paesaggista o che comunque eseguiva quadri classici; ebbi invece la sorpresa di vedere opere di assoluta astrazione, principalmente monocromi con inserimenti di cerniere metalliche e borchie.

A questo punto dovevo conoscere non solo il senso dei dipinti, ma ancor più la loro origine e questo è avvenuto nel tempo tramite la conoscenza del loro autore; da questa sono arrivato prima a percepire e poi a realizzare l’innovazione non tanto tecnica quanto archetipa. Ero venuto a scoprire un artista che niente voleva avere a che fare con l’astratto e d’altronde l’intenzione di D’Alconzo non è quella di esprimere il momento storico/sociale e neppure quella di anticipare i tempi. Tutto gli deriva da un’ispirazione di carattere religioso, non solo attraverso un’introspezione personale, ma soprattutto tramite la consapevolezza che fin dalla notte dei tempi gli uomini hanno dipinto e dobbiamo smettere di considerarli dei maghi selvaggi ossessionati dalla selvaggina, degli oscuri primitivi che danzano attorno al totem della caccia. Siamo di fronte ad una raffigurazione infinitamente più alta, più ricca d’astrazione di quella di semplici vocazioni al cibo. Queste pitture in bellezza non sono da meno di alcuna pittura moderna; lo stupore non è un atteggiamento scientifico e gli scienziati hanno in orrore questo sentimento.

Vi è sempre stata una volontà di elevarsi ad uno stato superiore; se questa convinzione ha radici così profonde, D’Alconzo si doveva quindi spostare al di fuori del tempo e di conseguenza colori uniformi ed inserimenti simbolici di vario genere non hanno nel suo intendimento quello di condizionare l’osservatore, ma dare lo spunto per una riflessione universale.

Dunque l’archetipo del suo stilema deriva in maniera assoluta dal suo modus vivendi, impostato quotidianamente sulla meditazione e sulla spiritualità; quadri e sculture di questo artista sono esclusivamente “idee” che lui trasferisce ad una sua “bottega” per la concreta realizzazione.

Ritengo che questa “bottega” sia nata con un procedimento in divenire, per cui è stata necessaria la composizione di un gruppo di collaboratori ad iniziare da chi contribuisce a preparare il colore, da chi si occupa dei vari inserimenti sulla tela e così via, fino alla restauratrice che, in alcuni casi, realizza crettature.

Comprendo che è difficile immaginare un procedimento di questo genere, ma sono certo che è avvenuto nel corso del tempo in maniera naturale perché non vedo quale altra modalità poteva essere messa in atto per trasferire su un supporto l’opera di un artista che vuol rappresentare soltanto l’idea e che quindi deve lasciare quasi completamente lo spazio interpretativo allo spettatore.

Per Francesco D’Alconzo perciò il tempo è uno ed eterno: il passato, il presente ed il futuro non sono che aspetti diversi di una registrazione continua ed invariabile dell’esistenza perpetua. Di nuovo bisogna ricordare che la sua opera nasce, spesso di notte, da uno stato di meditazione e di religiosità; il fatto che non esisterebbe che un eterno presente è ciò che dicevano gli antichi mistici e che, non credo per pura coincidenza, venne affermato anche da Albert Einstein.

D’altronde nel nostro tempo sono finiti i grandi sogni che indicavano la via; inutile addormentarsi e superfluo è risvegliarsi.

Se guardiamo per esempio il quadro di Corot “Lot in fuga con l’angelo” ritengo che, in questo momento, forse la cosa primaria che ci può rappresentare è l’emarginazione perché per assurdo l’unico uomo giusto è quello che viene emarginato in una città depravata. Vediamo un’immagine drammatica relativa all’epoca drammatica dell’uomo, solo che l’uomo drammatico è scomparso.

Francesco D’Alconzo vede una realtà che non è solamente quella visibile, compresa quella oggettiva; la nostra filosofia in linea di massima vuole tesi ed antitesi, ma nella filosofia dell’elettrone tesi ed antitesi sono contemporaneamente vere. Quello che la natura chiama esistere alcune volte non ha un’esistenza ai nostri occhi, ci potremmo chiedere se l’elettrone appartiene all’essere oppure al nulla. Per un artista come D’Alconzo l’esistenza di un Essere Superiore ha la stessa realtà dell’elettrone e quindi l’uomo non è soltanto in contatto con il pianeta che abita, ma con la totalità del cosmo e con una spiritualità che nel suo pensiero diventa verità tale e quale a quella scientifica.

Non so con che altri stilemi o metodi poteva comunicare questo concetto ma, indubbiamente con le sue opere, con la metodologia della sua “bottega”, ha trovato una via per proporre la riflessione.

Se pensiamo ai dipinti dei Primitivi, se ricordo il grande mosaico nella chiesa di Torcello, vediamo che il comune denominatore è il fondo oro. Opere nelle quali per lo più le immagini sono della Madonna, delle Sante e dei Santi, del Cristo: il fondo oro è un messaggio preciso perché metallo più incorruttibile ed il più prezioso, l’unico quindi che deve far percepire la rappresentazione del divino, escludendo elementi descrittivi. D’Alconzo è un contemporaneo ed ha semplicemente eliminato la figurazione affidando a pigmenti moderni l’equivalente del fondo oro.

Sono consapevole che il suo messaggio è più idoneo per lo scrittore che per l’artista ed infatti, tramite le nostre lunghe conversazioni, capisco che è alla continua ricerca del mezzo; la sua convinzione è che la vita nasce nella completezza fin dal momento del concepimento e dunque si sviluppa in uno spazio chiuso.

Le relazioni con il mondo esteriore avverranno in seguito in un continuo crescendo; ovviamente queste successive percezioni sono elemento indispensabile per esperienze che contribuiscono a continue scoperte.

Nei suoi dipinti, dove inizialmente pratica aperture, la successiva chiusura tramite il metallo delle cerniere o delle borchie deriva dalla personale necessità di ritornare, anche in maniera momentanea, a quello spazio chiuso dal quale tutto ha avuto inizio e contemporaneamente è un invito collettivo per la ricerca di questa situazione.

Sono dell’idea che Francesco D’Alconzo vuole produrre il meraviglioso o quantomeno vi si dedica con sincerità, e forse nel meraviglioso vi è gran parte di verità. Intanto il monocromo è sicuramente la ricerca di una forma perfetta, atemporale ed immutabile, un modello spirituale collocato “oltre” a quanto si può poi rappresentare concretamente.

Gregorio Rossi