Marco Manzo - Un incontro con l'arte

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Marco Manzo - Un incontro con l'arte

 

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 copyright Pietro Piacenti

 

La pigrizia genera con facilità l’indifferenza; molti sono infatti coloro che anche se spronati da un racconto o da un invito, pure dalla loro stessa curiosità e relativo interesse, vorrebbero ma poi non vanno a vedere una mostra, rimandano la visita ad un museo.

Eppure il Bello è oggettivamente positivo ed in verità ci piace; questo peccato di omissione ed il rimandare, credo anche la velocità frenetica del quotidiano, ci allontanano, ci indirizzano verso situazioni anche banali di non so poi di quanta reale soddisfazione.

“Marco Manzo sbatte l’arte in faccia alle persone”: questa frase forte ed istintiva, più idonea al parlato che allo scritto, venne detta da mia figlia Caterina dopo una bella serata trascorsa a cena e con una lunga conversazione con questo artista, grande tatuatore, di diritto nel mondo dell’arte anche come incisore e scultore.

La frase forte, improvvisa e spontanea, puntava però l’attenzione sull’argomento pigrizia e su quello ancora più importante della diffusione dell’arte. Quella di Manzo cammina verso la gente, impossibile non vederla, non soffermarsi, non produrre una riflessione.

Manzo realizza sculture con fusioni in bronzo ed opere in marmo mentre la sua opera incisoria avviene sul corpo umano, che essendo spesso avvolto tridimensionalmente con una conoscenza dell’anatomia, di volta in volta studiata ed affrontata, proprio come fosse materia scultorea.

Non ho difficoltà ad affermare che Marco, in qualche misura, “arteizza” l’uomo rendendolo scultura, incisione, quadro che cammina.

Il tatuaggio non è più soltanto argomento settoriale, ma diviene così anche un motore promozionale di diffusione di cultura. Uso il termine cultura in modo né esagerato né improprio e lo spiego in maniera che ritengo esaustiva e documentata.

La premessa e condizione sine qua non comunque è che Manzo è bravo, le sue incisioni-tatuaggi non sono rappresentazioni di moda passeggera, sono opere che segnano i tempi, e questa è appunto cultura.

Recentemente in Spagna si sono scoperte pitture rupestri eseguite da uomini di Neanderthal rivoluzionando supposizioni sulle origini culturali della specie Homo; quindi non soltanto il Sapiens sapiens ha testimoniato la propria presenza tramite immagini.

L’uomo, durante la sua evoluzione, ha prodotto e sviluppato contemporaneamente forme sia linguistiche sia figurative senza alcuna gerarchia in termini di importanza. L’antropologo ci dice che la figurazione avveniva non solo con i graffiti rupestri ma anche con il tatuaggio.

Il tatuaggio quindi ha una storia ultramillenaria però con interpretazioni contrastanti nel corso del tempo: spesso negative fino ad arrivare al milleottocentoottanta quando cambiano gli strumenti e i destinatari, infatti con l’invenzione della macchinetta elettrica diventa di moda tra l’aristocrazia e le corti europee, uno slittamento da emarginato a eletto: Re Giorgio, il Principe di Galles, lo Zar Nicola II, la Regina Olga di Grecia e così via esibirono una snobistica trasgressione elitaria.

Si afferma, anche tramite importanti riviste d’arte, che dal millenovecentosessanta si considera il tatuaggio come forma d’arte tuttavia viene sempre aggiunto un “ma “ o un “però” alla fine del discorso come se si avesse paura dell’affermazione appena fatta che muta quindi in una supposizione o quantomeno in un pensiero debole che se piace sentirlo bene, altrimenti si è salvati da quel “ma-però”. Si dice anche che il dovere di un bravo tatuatore è quello di interpretare il sogno o l’incubo di chi ha di fronte e di farlo riaffiorare sulla pelle.

Questo perché in linea di massima molti tatuatori si sono riferiti a decorazioni di genere orientale o tribale o altro.

Marco Manzo invece, che di sicuro ha l’imprimatur del genere Ornamentale, esula da questi schemi e faccio notare che nel termine Ornamentale vi si riconosce uno stilema che deriva da una mente, da un’idea che si sviluppa aldilà delle mode che contribuiscono alla scomparsa del senso del bello. Il protagonista quindi è il tatuatore non il tatuato ormai divenuto opera. Proprio per questo io non aggiungerò né “ma” nè “però” alla fine del mio scritto.

Marco sembra proprio che abbia carpito la ricchezza creativa del Rinascimento tanto è vero che la sua opera nasce in una bottega dove con Francesca Boni e i suoi collaboratori realizza queste sculture viventi con quella sua personale tecnica incisoria che porta la sua firma.

Se come abbiamo detto l’opera di Manzo cammina verso la gente, è impossibile non vederla, non soffermarsi, non produrre una riflessione. E potendo affermare senza dubbio che il compito dell’Arte è quello di smuovere, anche con la forza, la riflessione umana, l’unico modo per poter affermare che il tatuaggio di Manzo non sia arte è quello di camminare per strada con gli occhi bendati.

Gregorio Rossi