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 Henri Matisse: Jazz – Cauchemar Clean, 1947. Stampa su stencil incollato su carta 425 x 328 mm

 

Henri Matisse. Sulla scena dell’arte

L’esposizione "Henri Matisse. Sulla scena dell’arte" presenta e sviluppa una tematica centrale all’interno della vasta vita artistica di Henri Matisse: il rapporto con il teatro e la produzione di opere legate alla drammaturgia. 

L’esposizione Henri Matisse. Sulla scena dell’arte presenta e sviluppa una tematica centrale all’interno della vasta vita artistica di Henri Matisse: il rapporto con il teatro e la produzione di opere legate alla drammaturgia. Una mostra inedita che porta al Forte di Bard, in Valle d’Aosta, dal 7 luglio al 14 ottobre, oltre 90 opere realizzate in un arco temporale di 35 anni, dal 1919 fino alla morte dell’artista, avvenuta nel 1954. Si tratta principalmente della cosiddetta période Niçoise: Matisse, infatti, nel 1917 scelse Nizza come luogo principale della sua creazione artistica.

Il percorso espositivo, curato da Markus Müller, direttore del Kunstmuseum Pablo Picasso di Münster, è suddiviso in quattro grandi sezioni: Costumi di scena; Matisse e le sue modelle; Le odalische; Jazz. Una selezione di opere illustra il rapporto tra l’artista e le sue modelle, “attrici” della sua arte, mentre l’esposizione di oggetti, collezionati dall’artista dà conto dell’interesse di Matisse per il decorativismo di influenza orientaleggiante. Negli anni Quaranta, infine, Matisse sviluppa la tecnica dei “papiers découpés”, di cui le opere della serie “Jazz” sono la testimonianza più importante.

I capolavori – tra tele, disegni e opere grafiche – provengono dal Kunstmuseum Pablo Picasso di Münster che possiede nella sua collezione permanente anche la più ampia raccolta di opere di Matisse in Germania. Oltre al museo di Münster, figurano tra i prestatori gli stessi eredi di Matisse, il Musée Matisse di Nizza, che ha concesso in prestito oggetti della collezione privata dell’artista, come fonti di ispirazione e testimonianza dei suoi viaggi, il Musée Matisse di Le Cateau-Cambrésis, città natale di Matisse, i Ballets di Monte-Carlo e la Collection Lambert di Avignone.

Costumi di scena. Dalla composizione immobile al “tableau vivant”
Nel 1919 Matisse riceve la commissione di concepire i costumi e le scenografie per il balletto “Il canto dell’usignolo”. Per la prima volta nella sua vita d’artista Matisse deve – per così dire – realizzare apparati scenografici, ovvero creare una sorta di ‘pittura in movimento’. Il suo più grande antagonista, Pablo Picasso, nel 1917, aveva già dipinto con gran successo le scene per “Parade”. Anche forse per spirito di emulazione, Matisse accetta questo incarico in cui darà prova di aver assimilato anche l’influsso dell’arte orientale, dal momento che l’azione teatrale si svolge alla corte dell’Imperatore della Cina. Nel 1939 Matisse rinnova questa esperienza, preparando le scenografie del balletto “Rouge et Noir.”
Al di là dell’aspetto ornamentale ed esotico, l’interesse di Matisse per il teatro diventa centrale nella sua estetica: si pone di fronte alla creazione pittorica come un regista o un drammaturgo, come accade durante la preparazione della decorazione della Chapelle du Rosaire a Vence, che realizza come se fosse ‘un decoro di scena’. I disegni preparatori della Chapelle di Vence saranno esposti insieme ai costumi per i balletti.

L’artista come drammaturgo. Matisse e le sue modelle

Matisse ha bisogno della presenza fisica di un modello. L’artista francese lavora sempre come un drammaturgo o come un regista. Matisse inizia una collezione di abiti per le sue modelle, si interessa alla “alta moda” (Haute couture) e fa la selezione del vestito secondo il modello o la composizione. Esiste une specie di interazione tra l’artista e le sue modelle, Matisse parla delle sue modelle come “attrici” della sua arte. Nel 1939 Matisse affermava: “l miei modelli, esseri umani, non sono mai solo un elemento secondario in un ambiente. Sono il tema principale del mio lavoro. Dipendo interamente dal mio modello”. L’artista ha rapporti professionali lunghi con i suoi modelli e lavora per anni sempre con gli stessi. Una selezione di opere illustra il rapporto tra l’artista e i suoi modelli, con particolare attenzione alla sua assistente Lydia Delectorskaya, che ricoprirà un ruolo centrale per Matisse dagli anni Trenta sino alla sua morte, nel novembre 1954.

Le odalische. Viaggi immaginari
L’interesse di Matisse per il decorativismo di stampo arabeggiante e orientalista è un fatto noto. Il tema delle odalische rappresenta per l’artista la sintesi ideale tra la rappresentazione della donna e il proliferare dell’ornamento vegetale o geometrico.
Nel biennio 1912-1913 aveva effettuato numerosi viaggi soprattutto in Algeria e in Marocco, fedele al concetto romantico dell’artista viaggiatore, sulle orme di Ingres e Delacroix. Da questi viaggi nascono le sue collezioni di oggetti di cui sarà esposta una selezione.

Jazz. L’artista e il suo pubblico
All’inizio degli anni Quaranta Matisse sviluppa una tecnica particolare denominata papiers découpés, carte ritagliate, sintesi perfetta, secondo Matisse, tra colore e precisione della linea. Il suo capolavoro di questo periodo è indubbiamente “Jazz”, una serie di 40 opere realizzate con questa tecnica. Come un musicista jazz, ha creato una sorta di “tema con variazioni”. I temi di queste opere sono il circo e i suoi attori, la mitologia e le memorie dei suoi viaggi. Lo stile di queste opere in colori dissonanti ha ispirato per esempio Andy Warhol e la “pop art” americana.
L’iconografia popolare del circo cela l’aspetto ‘tragico’ del rapporto dell’artista con il suo pubblico.


 

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 Oscar Ghiglia: Tavola imbandita, 1908, olio su tela, cm 55 x 79

 

GHIGLIA. CLASSICO E MODERNO

Una monografica selezionatissima che ha saputo aggiornare la lezione di Fattori e che propone, per la prima volta, una ventina di opere fondamentali mai uscite dai raffinati salotti di un collezionista d’eccezione

L’appuntamento estivo del Centro Matteucci per l’Arte Moderna è, quest’anno, riservato ad Oscar Ghiglia, il più italiano ed insieme il più europeo degli artisti italiani d’inizio Novecento.
Con una monografica selezionatissima che, accanto ai capolavori più noti di colui che, in modo del tutto personale, ha saputo aggiornare la lezione di Fattori, propone, per la prima volta, una ventina di opere fondamentali, che sino ad ora, mai erano uscite dai raffinati salotti di un collezionista d’eccezione. “Oscar Ghiglia. Classico e moderno”, la mostra curata da Elisabetta Matteucci, sarà visibile al Centro Matteucci dal 6 luglio al 4 novembre.

“In Italia non c’è nulla, sono stato dappertutto. Non c’è pittura che valga. Sono stato a Venezia, negli studi. In Italia, c’è Ghiglia. C’è Oscar Ghiglia e basta”. La nota affermazione di Modigliani, riferita da Anselmo Bucci nei “Ricordi parigini” (1931), contrasta con il silenzio venutosi a creare attorno a Ghiglia dopo la morte. Condizione riservata, come osservava Carlo Ludovico Ragghianti nel 1967 in occasione della mostra “Arte Moderna in Italia. 1915-1935”, a quell’intera generazione d’artisti penalizzata dal “giudizio negativo sul fascismo”.

È con gli studi di Raffaele Monti e Renato Barilli della metà degli anni settanta, confluiti in una serie di mostre monografiche rivelatrici di un grande talento, che il livornese comincia ad essere preso in considerazione, rappresentando un “caso” che incarna, in termini esemplari, la cultura figurativa dei primi decenni del Novecento. Una pittura, la sua, priva di contaminazioni anche per il tratto umbratile e scontroso del personaggio, non molto aperto alle relazioni, spesso in contrasto anche con amici vicini, come Giovanni Papini e Amedeo Modigliani.
Se del primo, dopo la condivisione delle idee attraverso la collaborazione con Spadini, Borgese e Prezzolini al “Leonardo”, mal digerì la svolta futurista, della frattura con il secondo sfuggono le ragioni. A testimonianza di un sodalizio, che per i riflessi sull’opera appare tra i più fertili e intensi dell’arte moderna, restano le famose cinque lettere inviate, nel 1901, durante il soggiorno a Venezia e Capri, da Modigliani a Ghiglia; il tono è di un giovane che, aprendosi al mondo, intravede nell’artista più maturo il proprio alter ego.

Formatosi nella Firenze “modernista” delle mostre rivoluzionarie della Promotrice e di Palazzo Corsini, da autodidatta di grande talento Ghiglia si rivela tra i più ricettivi alle nuove istanze cosmopolite, declinanti in una pittura di pura invenzione, dove classico e moderno idealmente si fondono. A cogliere in anticipo l’essenza di questo doppio registro è Llewelyn Lloyd che definisce l’arte dell’amico “originalissima non somigliante a nessun’altra, che non ha punti di riferimento né coi macchiaioli toscani né con l’impressionismo francese”. Nell’estrema generosità, il giudizio tralascia, però, i poli essenziali di riferimento: Fattori e Cézanne, dei quali Ghiglia ha percepito l’elevata caratura, rapportandovisi come ad un magistero più che come ad un modello .

Negli oltre quaranta capolavori in mostra tali radici emergono inequivocabilmente, sebbene il livornese non abbia mai smesso di guardare al di là delle Alpi.
In una lettera a Natali allora a Parigi scrive: “Perché non vai a trovare Rosso? Come italiano e giovine artista tu dovresti farlo (…) Digli che io lo saluto considerandolo una delle più grandi glorie di questo secolo e che spero di poterlo presto abbracciare. Sono contento che ti piaccia Van Gogh, ma cerca ancora di vedere Cézanne, ti convincerai che il passato, così, è l’avvenire”.

Info: www.cemamo.it tel. 0584 430614

Viareggio, Centro Matteucci per l’Arte Moderna (via Gabriele D’Annunzio, 28), 7 luglio – 4 novembre 2018. Orari: dal 6 luglio al 9 settembre: mar / ven 17.30 – 22.30 ; sab / dom 10.00 – 13.00; 17.30 – 22.30; dal 11 settembre al 4 novembre: gio / ven 15.30 – 19.30 ; sab / dom 10.00 – 13.00; 15.30 – 19.30, martedì e mercoledì : gruppi; lunedì chiuso.

 

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EPOCA FIORUCCI

Un altro avvincente dialogo tra moda e cultura, questa volta grazie alla pirotecnica creatività di Elio Fiorucci, il celebre creativo milanese scomparso nel 2015

A Ca’ Pesaro, dal 23 giugno 2018 al 6 gennaio 2019, un altro avvincente dialogo tra moda e cultura, questa volta grazie alla pirotecnica creatività di Elio Fiorucci, il celebre creativo milanese scomparso nel 2015, da molti definito il “paladino della moda democratica”. Fiorucci, figlio di un commerciante di calzature, fu una personalità unica in questo campo, capace di rivoluzionare la moda e il mercato – quando alla fine degli anni sessanta portò a Milano lo spirito libero e trasgressivo della Swinging London – e di formare il gusto di almeno due generazioni di giovani. Le sue idee innovative, le proposte sempre all’avanguardia rispetto agli input del pronto-moda, l’apertura ad altri mondi e culture, da cui traeva ispirazione, lo rendevano un fuoriclasse. Poi c’era la passione per l’arte e l’architettura contemporanea, che portò Fiorucci a circondarsi di architetti come Sottsass, Mendini, Branzi, De Lucchi – grandi innovatori al pari suo – o di artisti del calibro di Keith Haring, Jean-Michel Basquiat, Andy Warhol, ai quali non chiedeva “opere” ma contributi creativi per realizzare luoghi, narrazioni, eventi dove protagonisti erano la persona e i suoi desideri. Fiorucci è stato così il primo “stilista” a livello internazionale ad affidare ai più grandi architetti, grafici e designer la rappresentazione e la comunicazione dei suoi capi e accessori d’abbigliamento, intesi come estensione delle persone e della loro identità.

Perché, per Elio, il prodotto, l’oggetto creato, rappresentava lo strumento per parlare d’altro: “Fiorucci – sostiene Aldo Colonetti – è stato una sorta di Marcel
Duchamp non solo della moda ma, si potrebbe dire, nel modo di disegnare le cose, gli spazi, le relazioni tra l’oggetto e la persona”. Come lui stesso scriveva, “per cercare idee nuove e progettare, è necessario guardare gli altri, andare al di là delle apparenze, leggere tra le righe dei linguaggi, non solo della moda, ma soprattutto della vita quotidiana. Moda per me significa i diversi modi di vivere il proprio corpo, le proprie abitudini, così che ciascuno sia in grado di essere se stesso”.

Narrare l’avventura intellettuale di Elio Fiorucci significa dunque ricostruire un’epoca, una rivoluzione del costume - quella del rock, delle ragazze yè-yè, dei figli dei fiori, dell’opposizone al gusto borghese - di cui egli è stato al tempo stesso straordinario interprete e acuto artefice, ma significa anche mettere in luce un arcipelago di legami, relazioni, di esperienze uniche.
 

 

Daphne Bohemien

 

Mostra fotografica P.A.R.T.Y. (Pride And Revolution To Youth)

 Il progetto fotografico che racconta l’identità della nightlife QLGBT attraverso 22 scatti del fotografo Nils Rossi

P.A.R.T.Y. (Pride And Revolution To Youth) è il progetto fotografico che racconta l’identità della nightlife QLGBT attraverso 22 scatti del fotografo Nils Rossi  che svela i volti di performer, ballerini, dj, e in senso più ampio degli artisti, che si sono esibiti durante la stagione invernale 2017/2018 di q|LAB, il contenitore musicale internazionale per creativi con sede presso il Q21 di Milano, in via Padova 21.

La mostra si inserisce nel ricco calendario di iniziative della Milano Pride Week 2018, in programma dal 22 giugno al 1 luglio, ed è patrocinata da Milano Pride Week e Rainbow District Milano.

La curatela di P.A.R.T.Y. porta la firma di Sanni Agostinelli, photoeditor e producer, responsabile degli studi fotografici e allestimenti mostre presso l’Istituto Italiano di Fotografia.

Quella di P.A.R.T.Y. è un’anima itinerante che prevede molteplici tappe e coinvolge, oltre allo spazio Kryptos, Lecco, Milano, Memà, Mono, Red Cafè, Blanco e il 35, I locali più rappresentativi del quartiere Rainbow di Porta Venezia che hanno aderito al progetto e dove le foto rimarranno esposte fino alla fine di luglio.

22 GIUGNO: presentazione mostra agli studenti del Politecnico di Milano con Associazione Poliedro;

23 GIUGNO: preview di 8 scatti al Teatro Elfo Puccini e presentazione della Milano Pride Week, dalle 18.30 alle 20.00;

DAL 24 AL 28 GIUGNO: gli 8 scatti saranno ospitati dai partner aderenti all’iniziativa, collocati nel quartiere Rainbow di Porta Venezia: LeccoMilano, Memà, Mono, Red Cafè, Blanco, 35;

29   GIUGNO: inaugurazione della mostra presso Spazio Kryptos (via Panfilo Castaldi 26) dalle ore 18.30 alle 22.00, con dj-set e vernissage offerto da Astoria Wines e il Cocktail Bar 35;

30 GIUGNO: al Q21 si celebrerà la chiusura della settimana con l’ufficiale Pride Closing Party allestito ad hoc con gli scatti fotografici;

DAL 9 AL 31 LUGLIO: gli scatti saranno esposti presso LeccoMilano, Memà, Mono, Red Cafè, Blanco, 35.

P.A.R.T.Y. trasforma la fotografia in un veicolo di formazione con l’obiettivo di alimentare la coscienza critica e stimolare l’osservazione e la riflessione dello spettatore.

PARTNER & SPONSOR:

Un progetto di: Nils Rossi, Alessandro Lombardo, Stefano Libertini Protopapa

Patrocini: Milano Pride, Rainbow District Milano

Sponsor ufficiali: q|LAB, 18 percento

Partner Tecnici: LeccoMilano, Memà, Blanco, Bar 35

Partner: Mono, Red Café, Teatro Elfo Puccini, Spazio Kryptos, Istituto Italiano Fotografia, Poliedro, Politecnico Milano, Eurocrash

Media Partner: The Review Magazine, Gay.it

Beverage: Astoria Wines

 

 

 

Alik Cavaliere Albero per Adriana 1970 bronzo cm 195x87x67

Alik Cavaliere, Albero per Adriana, 1970, bronzo, cm 195x87x67

 

Alik Cavaliere. L'universo verde

Un'importante antologica di uno fra i maggiori artisti della scultura italiana del secondo Novecento che ricostruisce il percorso dell'artista soffermandosi sul tema della natura.

Nel ventennale della scomparsa di Alik Cavaliere (Roma 1926 - Milano 1998), artista fra i maggiori della scultura italiana del secondo Novecento, Palazzo Reale ospita dal 27 giugno al 9 settembre un'importante antologica ad ingresso gratuito, che ricostruisce il percorso dell'artista, soffermandosi sul tema della natura.

Promossa e prodotta da Comune di Milano-Cultura e Palazzo Reale e realizzata in collaborazione con l'Archivio Alik Cavaliere, la mostra è curata da Elena Pontiggia e ha il suo cuore nella prestigiosa Sala delle Cariatidi a Palazzo Reale, per estendersi poi ad altre cinque sedi in un percorso ampio e articolato che coinvolge la città di Milano: il Museo del Novecento, Palazzo Litta, Gallerie d'Italia, Università Bocconi e il Centro Artistico Alik Cavaliere.

Le opere esposte a Palazzo Reale mettono in luce le diverse fasi e tematiche dell'artista, dalle monumentali Metamorfosi dei tardi anni Cinquanta all'innovativo personaggio Gustavo B. dei primi anni Sessanta, protagonista di un racconto composito sulle tante esperienze dell'uomo del tempo, accostato a Bimecus, una valigetta "fai da te" contenente elementi in bronzo e legno, un tempo componibili anche dall'osservatore per entrare in sintonia con l'autore.

Emergono capolavori di straordinaria suggestione come Quae moveant animum res. Omaggio a Magritte, 1963 e il famoso Monumento alla mela, sempre del 1963; in particolare in questi due lavori l'artista riprende da Magritte il tema della mela al quale associa il pensiero di Lucrezio secondo cui la mente umana genera immagini anche irreali e la natura è vista come un ciclo infinito di nascita e morte. Dello stesso periodo si osservano Tibi suavis dedala tellus submittit. La terra feconda di frutti e Il tempo muta la natura delle cose, esposte nel 1964 in una sala personale alla Biennale di Venezia.

La mostra si sofferma inoltre su un tema ricorrente nella poetica dell'artista, la gabbia, quale simbolo dei limiti e delle costrizioni che incombono sull'uomo; una condizione ben rappresentata in E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce, 1967 approfondita nei numerosi lavori successivi dal titolo W la libertà in cui gli elementi naturali, imprigionati all'interno di rigide forme geometriche, tentano invano di evadere. Come afferma lo scultore: "La gabbia era un senso di oppressione di qualche cosa a cui non riusciamo a sfuggire. Ho anche imprigionato ricordi, memorie, cose che si erano perdute. La natura fioriva all'esterno di questa gabbia".

Di grande rilievo sono le sculture monumentali come lo spettacolare Albero per Adriana, 1970 e Mezzo albero, 1971 e il percorso si conclude, negli anni Novanta, con l'irripetibile installazione della Grande pianta Dafne  (cm 450x410x400), 1991. L'opera, riprendendo il mito di Apollo e Dafne narrato nelle Metamorfosi di Ovidio, ritrae la figura femminile avvolta da un intrico di rami e allude al legame simbiotico tra l'uomo e il mondo naturale.

L'esposizione nella Sala delle Cariatidi rivela che l'artista ha anticipato di decenni problematiche e sensibilità che oggi sentiamo come nevralgiche. Commenta a tale proposito Elena Pontiggia: "Nessun artista, nella scultura del Novecento, ha scolpito il mondo della vegetazione e, per essere più precisi, l'universo verde delle foglie, dei frutti, dei cespugli, degli arbusti, degli alberi, come Alik Cavaliere". Nella sua ricerca l'artista infatti ha affrontato molti soggetti, come si osserva nelle varie sedi della mostra, ma il tema della natura, nei suoi aspetti di rigoglio e sofferenza, espansione e costrizione, è il centro di tutto il suo operare.

Quello di Cavaliere è un lavoro in cui le tante fonti di ispirazione artistica - da De Chirico a Magritte, da Giacometti a Duchamp, dall'informale alla Pop Art all'arte concettuale, senza escludere qualche reminiscenza Liberty, pur reinterpretata con accenti insieme più ironici e più allarmati - si caricano di tante suggestioni poetiche e filosofiche con riferimenti a Lucrezio, Campanella, Petrarca, Leopardi, Giordano Bruno, Spinoza, Shakespeare, Rousseau, Ariosto, dando vita a opere ricche di significato, ma mai letterarie o meramente contenutistiche. Nella sua arte le domande esistenziali si mescolano al gioco dada, la precisione della forma di ascendenza surrealista si alterna alla libertà della materia di derivazione informale, il senso artigianale della scultura convive con l'operazione concettuale, generando opere tra le più singolari e le meno inquadrabili del nostro panorama espressivo.

Accanto al nucleo centrale di Palazzo Reale, la mostra diffusa propone focus specifici in altre sedi come un grande omaggio di Milano ad Alik Cavaliere.

Il Museo del Novecento ospita il ciclo "Le avventure di Gustavo B.", a partire da Il Signor G.B. si innamora, opera acquisita dalle civiche raccolte nel 1984, in occasione dell'apertura del Cimac. In mostra saranno presentate al pubblico altre 4 sculture e un dipinto della medesima serie ideate dall'artista tra il 1960 e il 1963, dedicate alle vicende "surreali" dell'immaginario signor Gustavo B., in qualche modo alter ego dell'artista.

Palazzo Litta, nell'ambito dell'innovativo progetto Palazzo Litta Cultura ideato dal Segretariato Regionale del Ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo per la Lombardia e da MoscaPartners, accoglie l'opera E sarà sempre di tutti quelli che credono con la loro arte di defraudare la natura (1967) nel giardino interno al Cortile d'Onore, mentre alle Gallerie d'Italia è ospitata la scultura W la libertà (1976-77), che riprende il tema delle piante rinchiuse nelle gabbie. L'Università Bocconi - Sala Ristorante pone l'accento sulle incisioni originali Attraversare il tempo realizzate a quattro mani con Vincenzo Ferrari e infine il Centro Artistico Alik Cavaliere offre un'ampia raccolta di lavori di piccole e grandi dimensioni, esposti sia all'interno, sia nel giardino.

Accompagna la rassegna il catalogo, pubblicato da Silvana Editoriale, con testi della curatrice Elena Pontiggia, di Francesco Tedeschi, Angela Vettese, Francesca Porreca, Davide Polesel, una poesia su Cavaliere di Miklos Varga, e con una testimonianza della figlia Fania Cavaliere.

La mostra si inserisce nel percorso con il quale Palazzo Reale, per il terzo anno consecutivo, esplora nella programmazione estiva l'arte contemporanea, rafforzando quest'anno la proposta con la collaborazione del Museo del Novecento e presentando così alla città quattro artisti per raccontare la creatività dei nostri tempi: Agostino Bonalumi, Alik Cavaliere e Pino Pinelli a Palazzo Reale, Agostino Ferrari al Museo del Novecento.