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Bagnoli Celant

 

 

Arte moderna. Monografie - Marco Bagnoli

Il volume è composto da un saggio introduttivo a firma di Germano Celant, da una cronologia a firma di Germano Celant e Antonella Soldaini.

La pubblicazione analizza e documenta, attraverso un testo critico e una dettagliata cronologia, il percorso artistico di Marco Bagnoli dagli anni settanta a oggi.
Dallo studio e dalla ricerca sul suo contributo emerge la consapevolezza di essere e di muoversi nell’arte, come in una realtà “altra”. È la testimonianza di un attraversamento di tempi e spazi, con la capacità di collocarsi dove il linguaggio non può essere parlato e compreso, così che lo spirituale possa manifestarsi quale naturale completamento della materia. Rivela la scoperta di un procedere che trova ispirazione in un “altrove” per creare momenti di vibrazione, dove gli opposti si fondono e producono un superamento delle tendenze lineari e univoche che hanno segnato la Minimal e la Conceptual Art.
A contare, nelle sue proposte, è il dialogo, che fa risuonare tra loro, mediante il ricorso a colori e oggetti, a luci e ombre, il fisico e il mentale, l’emotivo e il logico. Un’inedita rifondazione poeticoscientifica del fare arte, che professa l’unità delle culture, al fine di sopprimere ogni confine e ogni distanza, e ridare all’indagine estetica una presenza simultanea di tutte le polarità del sentire e del percepire.

Il volume è composto da un saggio introduttivo a firma di Germano Celant, da una cronologia a firma di Germano Celant e Antonella Soldaini, dalle note relative al testo della cronologia, dalla trascrizione dei testi d’artista presenti in cronologia, dal regesto e dagli apparati.

2018, edizione italiana e inglese

24 x 28 cm, 512 pagine, 703 colori e 9 b/n, cartonato
ISBN 978-88-572-2273-8 I, -2238-7 E
€ 90,00 £ 80.00 $ 100.00

 

 

 

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OGR Award. La seconda edizione del premio della Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT

Il premio OGR Award riconferma il ruolo di Artissima come catalizzatore di energie creative, attivatore di sinergie tra le diverse realtà culturali del territorio, con l’obiettivo di rafforzare la rete di collaborazioni tra gli attori culturali della città di Torino. 

Artissima, in collaborazione con la Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT, presenta la seconda edizione dell’OGR Award, destinato quest’anno alla nuova sezione Sound, dedicata alle indagini sonore contemporanee e allestita presso le OGR – Officine Grandi Riparazioni di Torino con cui la fiera ha curato il percorso. 

Il vincitore sarà selezionato da una giuria composta da Anna Colin, curatrice associata di Lafayette Anticipations di Paris e co-direttrice dell’Open School East di Margate, Lorenzo Giusti, direttore del GAMEC di Bergamo e da Judith Waldmann, curatrice e responsabile monitoraggio della Kasseler Kunstverein di Kassel.

L’opera vincitrice sarà acquisita dalla Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT e destinata alle OGR – Officine Grandi Riparazioni, centro di arti visive e performative in grado di far convivere la ricerca artistica, performativa e musicale, unendo le idee e i valori della creatività con gli strumenti e i linguaggi delle più avanzate tecnologie digitali.

Sound, novità dell’edizione 2018, è la prima sezione di Artissima che si terrà al di fuori degli spazi istituzionali della fiera e presenterà sedici progetti monografici, selezionati da due curatori internazionali Yann Chateigné Tytelman, curatore e critico d’arte a Berlino e professore associato di storia e teoria dell’arte di HEAD a Ginevra e da Nicola Ricciardi, direttore artistico delle OGR – Officine Grandi Riparazioni di Torino.

Sound nasce in risposta alla recente attenzione rivolta al suono da parte di artisti di diverse generazioni, per mettere in discussione le logiche dell’arte visiva. Il suono è usato per trasformare lo spazio e la sua percezione, per riattivare ricordi, per liberare l’immaginazione ed è oggi protagonista di numerose ricerche in ambiti eterogenei proprio per la sua capacità di evocare e svelare una realtà intangibile, sempre mutevole.

Il premio OGR Award riconferma il ruolo di Artissima come catalizzatore di energie creative, attivatore di sinergie tra le diverse realtà culturali del territorio, con l’obiettivo di rafforzare la rete di collaborazioni tra gli attori culturali della città di Torino.                                      

SOUND – Gli artisti e le gallerie

Daniel Gustav Cramer, Vera Cortês Lisbon – Christina Kubisch + Roberto Pugliese, Mazzoli Berlin, Modena – Ugo La Pietra, Studio Dabbeni Lugano – Charlemagne Palestine, Levy.Delval Brussels – Susan Philipsz, Ellen De Bruijne Amsterdam – Lili Reynaud-Dewar, Emanuel Layr Vienna, Roma – James Richards, Isabella Bortolozzi Berlin – Anri Sala, Alfonso Artiaco Napoli – Tomás Saraceno, Pinksummer Genova – Michele Spanghero, Alberta Pane Paris, Venezia + Mazzoli Berlin, Modena – Charles Stankievech, Unique Multiples Toronto – Void, Massimodeluca Mestre-Venezia – Tris Vonna-Michell, Francisco Fino Lisbon – Franz Erhard Walther, Jocelyn Wolff Paris – Marzio Zorio, Raffaella De Chirico Torino

Il concept architettonico della sezione Sound è a cura dello studio architettonico Vudafieri Saverino Partners; lo space design è a cura di Driade e il sound design a cura di XO Next Office.

SOUND | 1 novembre 2018 c/o OGR – Officine Grandi Riparazioni

Anteprima stampa Soundore 17.00 (su invito)

Inaugurazione Sound ore 19.00-21.00 (su invito)

Premiazione OGR Award ore 19.00-21.00 (su invito)

 

 

 

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 Ph Matteo deFina 

 

Prorogata fino al 14 gennaio, 2019 la mostra "1948: la Biennale di Peggy Guggenheim

A seguito del grande successo riscosso dalla mostra e in previsione di un 2019 che vedrà Peggy Guggenheim protagonista di un ricco programma espositivo e di lunga serie di attività che ripercorreranno i settant’anni dal suo trasferimento a Palazzo Venier dei Leoni, è stata prorogata fino al 14 gennaio 2019

A seguito del grande successo riscosso dalla mostra e in previsione di un 2019 che vedrà Peggy Guggenheim protagonista di un ricco programma espositivo e di lunga serie di attività che ripercorreranno i settant’anni dal suo trasferimento a Palazzo Venier dei Leoni e dalla prima mostra qui organizzata di scultura contemporanea, oltre a ricordare i 40 anni della sua scomparsa, è stata prorogata fino al 14 gennaio 2019 1948: la Biennale di Peggy Guggenheim, a cura di Gražina Subelytė, Assistant Curator del museo, allestita nelle Project Rooms. Nell’anno del 70° anniversario dell’esposizione della collezione di Peggy Guggenheim alla XXIV Biennale di Venezia, presso il padiglione greco, il museo ha voluto commemorare questo momento dirompente nella storia dell’arte del XX secolo con una esposizione, raccolta ma molto mirata, che ricrea fedelmente l’ambiente del padiglione. Oltre a fotografie, lettere, documenti, in parte inediti, a sorprendere il visitatore è un fedelissimo modello tridimensionale che per la prima volta ricostruisce minuziosamente gli spazi e l’allestimento originario del ’48, seguito dall’eminente architetto veneziano Carlo Scarpa. In mostra non mancano due opere, successivamente donate da Peggy Guggenheim al Museo d’arte di Tel Aviv: Composizione n. 113 (1939) di Friedrich Vordemberge-Gildewart e Composizione (1936) di Jean Hélion, che dagli anni ’50 non sono mai più state esposte a Venezia.

“La prima volta di Peggy” ha scritto Elle Decor, “1948: apre il padiglione di Peggy Guggenheim” ha invece titolato il Sole 24 ore, mentre su Avvenire leggevamo “Paradigma Peggy. E la Biennale del 1948 riscrisse l’arte del ‘900”, così come ha scritto il seguitissimo mensile inglese di arte contemporanea e moda Another Magazine “Così il Padiglione di Peggy ha cambiato per sempre l’arte del XX secolo”. Un successo dunque non solo di pubblico ma anche di critica. Di fatto la partecipazione della collezionista americana alla Biennale del 1948, la prima dopo la conclusione del secondo conflitto mondiale, fu un evento miliare non solo perché fu la prima esposizione pubblica di una collezione privata di arte moderna in Italia dopo due decenni di regime dittatoriale, ma anche perché fu la prima presentazione della collezione in Europa, dopo la chiusura della galleria newyorkese Art of This Century (1942-’47) e il trasferimento di Peggy a Venezia.

Dopo un periodo di interruzione cominciato nel 1942 a causa della guerra, è proprio nel ‘48 che la Biennale, fondata nel 1895, comincia a ricoprire un ruolo internazionale sulla scena dell’arte moderna e contemporanea: dal 6 giugno al 30 settembre viene presentata un’esposizione di capolavori dell’Impressionismo, proposta dallo storico Roberto Longhi, una retrospettiva delle opere di Picasso, dal 1907 al 1942, e una mostra nel padiglione principale dedicata ad artisti come Otto Dix, Karl Hofer e Max Pechstein che desidera restituire nuova dignità all’arte bollata come “degenerata” negli anni del Nazismo. L’esposizione della collezione di Peggy Guggenheim, invitata a partecipare dall’allora segretario generale della Biennale Rodolfo Pallucchini su consiglio dell’artista Giuseppe Santomaso, è un avvenimento senza precedenti per la manifestazione. Non si era mai vista fino ad allora nel Vecchio continente una raccolta così rappresentativa di “opere dell’arte non-oggettiva”, con il merito di offrire esempi di tutte le scuole artistiche, dal Cubismo, al Futurismo, e continuate poi con il Dadaismo, il Surrealismo e l’Espressionismo astratto. Di fatto, pur annoverando gli italiani Giacomo Balla, Gino Severini, Giorgio de Chirico e Massimo Campigli, la collezione comprendeva soprattutto i nomi più rappresentativi dell’arte astratta e surrealista, quali Jean Arp, Costantin Brancusi, Alexander Calder, Max Ernst, Alberto Giacometti, Kazimir Malevich, Antoine Pevsner, senza dimenticare i molti artisti americani, da William Baziotes a Jackson Pollock, da Mark Rothko a Clyfford Still, mai esposti al di fuori degli Stati Uniti e qui presenti per la prima volta. Esponendo l’arte contemporanea dell’epoca, la collezione di Peggy Guggenheim si allineava perfettamente con le aspirazioni della Biennale di offrire una visione il più ampia possibile sullo scenario artistico post-bellico. Negli spazi del padiglione concesso dalla Grecia, allora devastata dalla guerra civile, Peggy espose centotrentasei opere, una ventina delle quali saranno in seguito donate a vari musei nel mondo, tra cui il Museo d’arte di Tel Aviv, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, il Museum of Modern Art di San Francisco, il Museum of Art, Rhode Island School of Design, il Museum of Art dell’Università dell’Iowa e l’Art Museum di Seattle.

Un ringraziamento speciale per la realizzazione della mostra va a Peter Lawson-Johnston, Presidente Emerito della Collezione Peggy Guggenheim, per il supporto alla mostra. Il programma espositivo della Collezione Peggy Guggenheim è sostenuto dagli Institutional Patrons – EFG e Lavazza, da Guggenheim Intrapresæ e dal Comitato Consultivo del museo. I progetti educativi sono realizzati con il sostegno della Fondazione Araldi Guinetti, Vaduz.

 

 

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 Man Ray: Le témoin, 1941 (1971). Museum Boijmans Van Beuningen, Rotterdam, photo Jannes Linders ©Man Ray Trust by SIAE 2018

 

 

DAL NULLA AL SOGNO. Dada e Surrealismo dalla Collezione del Museo Boijmans Van Beuningen

L’esposizione si suddivide in nove sezioni, all’interno delle quali si susseguono opere di grande pregio e dal forte impatto. Le opere coesistono in un dialogo ora armonico, ora contrastante, seguendo una progressione prevalentemente tematica e prestando un’attenzione particolare alla cronologia degli eventi.

La mostra Dal nulla al sogno. Dada e Surrealismo dalla Collezione del Museo Boijmans Van Beuningen si tiene alla Fondazione Ferrero ad Alba dal 27 ottobre 2018 al 25 febbraio 2019. Curata dal professor Marco Vallora, la mostra si articola seguendo una logica espositiva che riflette le suggestioni surrealiste nel modo in cui le opere sono presentate. L’esposizione si suddivide in nove sezioni, all’interno delle quali si susseguono opere di grande pregio e dal forte impatto. Le opere coesistono in un dialogo ora armonico, ora contrastante, seguendo una progressione prevalentemente tematica e prestando un’attenzione particolare alla cronologia degli eventi. I capolavori esposti riflettono alcune delle problematiche e dei temi che contribuiscono a segnare i confini tra la poetica nichilista del movimento Dada e quella più propositiva tipica del Surrealismo: il caso, la bruttezza estetica, il sogno, l’inconscio, la relazione con l’arte antica, il legame tra arte e ideologia.
In occasione della mostra, questo autunno, molti dei capolavori del Museo Boijmans Van Beuningen saranno trasferiti alla Fondazione Ferrero. La maggior parte delle opere sarà esposta in Italia per la prima volta in assoluto. Come spiega il curatore, Marco Vallora: «In un’esposizione profondamente ragionata ed articolata, la Fondazione presenta una nuova mostra internazionale in occasione del suo appuntamento biennale con la grande arte. Questa mostra unica nel suo genere si distinguerà da quelle precedenti, in quanto includerà anche libri, poesie e riviste, tutti legati ai due movimenti, unitamente a opere pittoriche e scultoree innovative e spesso rivoluzionarie, altamente evocative e di grande rilevanza storica».
Grazie alle opere concesse in prestito dal Museo Boijmans Van Beuningen, saranno esposte tre versioni diverse delle Boîtes (“scatole”) di Marcel Duchamp (La boîte verte, La boîte-en-valise, À l’infinitif). A partire dagli anni ‘30 del Novecento Duchamp cessò di essere un artista, diventando all’apparenza un semplice giocatore di scacchi e, in queste scatole, egli ripose tutta la sua scandalosa oeuvre, mosso dall’intento polemico e sarcastico di distruggere l’idea di genio artistico, rimpiazzando la pomposa esposizione museale con una semplice valigetta, pronta a seguire il suo nomadismo costituzionale e la sua caustica, corrosiva ironia.
Attraverso la parola shock “nulla”, il titolo della mostra mira a sorprendere e affascinare, ma anche a perseguire uno dei capisaldi più radicali del programma dadaista. Non solo basato sul caso e sul rifiuto del concetto di artista onnipotente e maestro padrone della sua opera, il Dadaismo segue altresì le regole dell’azzardo e del gioco, e in particolare, protende verso la negazione dell’arte stessa, il rigetto della bellezza da museo, e con i suoi ready-made, verso il rifiuto dell’arte decorativa e rassicurante. Al contrario, l’opera d’arte, che ormai non è quasi più né un’opera né arte, deve suscitare sentimenti d’inquietudine, turbamento e in particolare, insinuare dubbi nello spettatore. L’esposizione include inoltre Man Ray, Arp e un’eccentrica e provocativa tela del dandy spagnolo naturalizzato parigino, Francis Picabia.

Spostandosi verso il Surrealismo e il suo mondo onirico, troviamo i disegni preparatori e uno straordinario dipinto di Salvador Dalí ispirato al libro di Raymond Rousell New Impressions of Africa. Un’altra importantissima opera è costituita dai Chants de Maldoror del Comte de Lautréamont, illustrati sia da Dalí sia da Magritte. Man Ray nell’opera L’enigme d’Isidore Ducasse, nascose una macchina da cucire Singer sotto la coperta di un’asse da stiro, forse un omaggio a Winnaretta Singer, grande mecenate del movimento e delle pellicole in mostra, ma certamente anche un tributo alla famosa massima di Lautréamont: «Bello come l’incontro fortuito su un tavolo di dissezione di una macchina da cucire e di un ombrello».
La parte della mostra dedicata ai Sogni simboleggia una sorta di nuovo inizio dopo l’annichilimento e il rifiuto radicale dell’arte perpetrato dai dadaisti. Per questo motivo, la parola “sogno” significa qui libertà, spensieratezza, ma anche introspezione e penetrazione dell’inconscio. Tutto ciò si riflette nei dipinti di scenari sommersi di Yves Tanguy, nelle creazioni visionarie di Victor Brauner, nelle bambole sadomasochistiche di Hans Bellmer, nelle fotografie di Claude Cahun, e nelle teche di un poeta-artigiano quale Joseph Cornell.

Il Museo BOIJMANS VAN BEUNINGEN Situato nel cuore di Rotterdam da ben 170 anni, il Museo Boijmans Van Beuningen si distingue da sempre per il suo carattere eclettico. Il museo prende il nome da due importanti collezionisti: Frans Boijmans e Daniël George van Beuningen, i quali hanno contribuito ad arricchire la collezione di molti capolavori.
Bosch, Rembrandt, Van Gogh, Dalí e il design olandese: visitare il Museo Boijmans Van Beuningen significa compiere un viaggio nella storia dell’arte. I capolavori, sia di provenienza olandese che estera, offrono una panoramica completa sull’arte dall’Alto Medioevo sino ai giorni nostri. Capolavori di Monet, Mondrian, Magritte e molti altri ancora offrono uno spaccato sullo sviluppo dell’Impressionismo e del Modernismo. Il museo vanta una delle più vaste collezioni al mondo di arte surrealista ed un’eccellente collezione di Pop Art britannica e americana, che include opere di David Hockney, Andy Warhol e Claes Oldenburg. Inoltre, il museo ospita anche una sezione dedicata alle arti decorative e al design: dalle ceramiche medievali al vetro rinascimentale, dai mobili di Gerrit Rietveld fino al design contemporaneo olandese.
Al momento, il museo sta accrescendo la propria superficie espositiva attraverso la costruzione di un deposito di alto profilo: nel 2021, sarà infatti inaugurata la nuova dimora che andrà ad ospitare la collezione del museo – attualmente composta da 151.000 opere – e che sorgerà a fianco del museo principale. L’edificio, progettato dallo studio di architettura olandese MVRDV, sarà il primo deposito ad essere interamente aperto al pubblico – un primato mondiale del quale andiamo particolarmente fieri.

Museo Boijmans Van Beuningen – il Surrealismo nei Paesi Bassi
Il Museo Boijmans Van Beuningen vanta una vastissima collezione di arte surrealista, i cui primi dipinti – Au seuil de la liberté (Sulla soglia della libertà) di Magritte e Le couple di Max Ernst – sono stati acquisiti nel 1966. Mentre gli altri musei olandesi si concentravano sul freddo modernismo nordeuropeo, il Museo Boijmans Van Beuningen ha rivolto la sua attenzione agli sviluppi in atto nelle città meridionali, quali Bruxelles, Parigi e Madrid. Il museo ha organizzato mostre delle opere di Man Ray e René Magritte e, nel 1970, a Rotterdam si è tenuta la prima retrospettiva europea dedicata a Salvador Dalí.
La collezione surrealista comprende adesso oltre 125 dipinti e sculture e una collezione di libri e pubblicazioni rare, e richiama a sé gli amanti dell’arte di tutto il mondo. Svariate delle opere iconiche parte di questa collezione erano originariamente proprietà del collezionista britannico Edward James, il quale fu per diversi anni il patrono di Dalì e di Magritte. Lo ritroviamo ritratto nel celebre dipinto La reproduction interdite, che sarà esibito come parte della mostra.

 

 

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U. di Cleo Fariselli con Patrizio Fariselli

La performance, realizzata con il sostegno della Collezione Giuseppe Iannaccone, anticiperà la presenza dell’artista al progetto di IN PRATICA del 6 Aprile 2019 e sarà presentata nella suggestiva location dell’ex Cimitero San Pietro in Vincoli di Torino

Sabato 3 novembre 2018 dalle ore 21.00 alle 00.00 l’artista Cleo Fariselli presenta U., una performance per 5 spettatori, con la collaborazione del musicista Patrizio Fariselli, noto pianista e compositore, tra i fondatori del gruppo Area, una delle più importanti e sperimentali realtà musicali, conosciuta a livello nazionale e internazionale.

La performance, realizzata con il sostegno della Collezione Giuseppe Iannaccone, anticiperà la presenza dell’artista al progetto di IN PRATICA del 6 Aprile 2019 e sarà presentata nella suggestiva location dell’ex Cimitero San Pietro in Vincoli di Torino. L’artista accoglierà gli spettatori, divisi in piccoli gruppi, in un ambiente raccolto e intimo, nel quale sculture, performance e musica andranno a comporre una narrazione astratta e sensoriale, indagando l’atto stesso del “mostrare”.

Come la stessa Cleo Fariselli afferma: “U. è nato dall’esigenza di creare un contesto per far vivere il mio lavoro in una dimensione esperienziale, contemporanea in senso letterale, e condivisa. Il desiderio di condivisione per me è sostanziale, costruisce la spinta emotiva alla base dell’atto stesso del mostrare, che è uno dei capisaldi dell’essere artista”.

Quello tra Cleo e il padre Patrizio Fariselli è un sodalizio artistico che dura ormai da anni e che trova espressione in varie opere dell’artista. L’idea di collaborare a U. nasce nel 2014 quando, la sera prima di un concerto degli Area a Londra,  padre e figlia si trovano a riflettere sugli intenti comuni del loro lavoro.

“Io stavo portando in giro la performance già da un paio d’anni” racconta Cleo “e anche mio padre stava riflettendo sull’idea di stabilire un rapporto più diretto con gli spettatori, ipotizzando di fare delle brevi esecuzioni musicali live per una sola persona per volta, mettendola nella condizione di essere il solo testimone di qualcosa di unico, irripetibile e non documentato… Allo stesso modo anche io stavo riflettendo su U., che è una performance immersiva, sinestesica, e se sul fronte visivo, tattile e anche olfattivo mi reputavo piuttosto soddisfatta, sentivo la mancanza di un coinvolgimento acustico-musicale più intenso. Ci siamo così resi conto che i nostri intenti non solo erano compatibili, ma funzionali l’uno all’altro”. Due mondi che si incontrano a metà strada per creare un’esperienza di forte empatia sensoriale tra loro e il pubblico. La scelta di non produrre una documentazione video o fotografica della performance deriva dall’esigenza di dare vita ad uno spazio che inviti lo spettatore a calarsi completamente nel momento presente. I racconti di chi ha preso parte alla performance, le fotografie del backstage e le immagini di studio che accompagnano l’artista nella fase di costruzione del lavoro costituiscono l’unica documentazione esistente.

Cleo Fariselli

Nasce a Cesenatico (FC) nel 1982, vive e lavora a Torino. Dopo studi di teatro si laurea all’Accademia di Brera nel 2007, completando la sua formazione con artisti internazionali del calibro di Jimmie Durham, Liliana Moro, Rirkrit Tiravanija e The Otholit Group. Il suo percorso artistico negli ultimi anni è andato focalizzandosi sulla scultura, con un taglio eclettico e sperimentale che predilige la dimensione esperienziale. Sue opere sono state esposte a Palazzo Reale di Milano, alla Biennale di Praga, al Museo Pecci di Prato e a Palazzo Fortuny nel 2017 per la grande mostra Intuition a cura di Axel Vervoordt. Nel 2019, durante miart, esporrà per il progetto IN  PRATICA nella Collezione Giuseppe Iannaccone

Patrizio Fariselli

Nasce a Cesenatico (FC) nel 1951, vive e lavora a Milano. Dopo gli studi al Conservatorio di Pesaro, nel 1972 entra a far parte degli Area, gruppo tra i più importanti del panorama musicale italiano, con i quali incide numerosi dischi. Compone musica per il cinema, il teatro, la danza e la televisione, vincendo numerosi premi internazionali.  Tiene concerti jazz con Steve Lacy, Howard Johnson, Art Farmer. Insieme a Walter Marchetti, rielabora “Alla Ricerca del Silenzio Perduto”, performance del 1978 per treno preparato di John Cage. Prosegue l’attività con gli Area, suonando a New York, Londra, Dublino e Tokyo. Tiene conferenze e seminari sugli aspetti cognitivi dell’improvvisazione. Recentissimo è il lancio di “100 Ghosts”, nuovo disco edito da Warner Music. 

 

 

 

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Noi continuiamo l'evoluzione dell'arte. Arte informale dalle collezioni della GAM Torino

Dopo la mostra sulla Pop Art italiana, la Fondazione CRC e la GAM - Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino portano a Cuneo un nuovo grande evento espositivo

Dopo la mostra sulla Pop Art italiana, la Fondazione CRC e la GAM - Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino portano a Cuneo un nuovo grande evento espositivo, dal titolo "Noi continuiamo l'evoluzione dell'arte. Arte informale dalle collezioni della GAM Torino". 

 La mostra sarà aperta gratuitamente al pubblico da mercoledì 24 ottobre a domenica 20 gennaio 2019 con i seguenti orari: da martedì a sabato, dalle ore 15,30 alle 18,30, domenica dalle ore 11 alle 18.30. 

La mostra, a cura di Riccardo Passoni, nasce dalla volontà di tracciare una ricerca organica su una serie di esperienze artistiche manifestatesi negli anni Cinquanta e riconducibili alla corrente conosciuta come arte informale. L'esposizione presenta una selezione di sessanta opere provenienti dalla collezione della GAM, di pittori e scultori italiani attivi nel secondo dopoguerra: da Alberto Burri a Lucio Fontana, da Carla Accardi a Giuseppe Capogrossi, passando per il Gruppo degli Otto (Afro, Birolli, Corpora, Moreni, Morlotti, Santomaso, Turcato e Vedova).