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Gianfranco Baruchello - Doux comme saveur (A partire dal dolce)

I video che compongono l'intallazione, proiettati negli spazi del MATA - Ex Maifattura Tabacchi per la prima volta dopo il recente restauro delle pellicole originali, sono parte di un progetto dell'artista con interviste a filosofi, poeti e artisti.

E' stata prorogata fino al 4 novembre 2018 l'apertura al pubblico di Doux comme saveur (A partire dal dolce), videoinstallazione di Gianfranco Baruchello prodotta da FONDAZIONE MODENA ARTI VISIVE e realizzata in collaborazione con il Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto e la Fondazione Baruchello, Roma. I video che compongono l’installazione, proiettati negli spazi del MATA - Ex Manifattura Tabacchi per la prima volta dopo il recente restauro delle pellicole originali, sono parte di un progetto dell’artista sul sapore dolce, con interviste a filosofi, critici, poeti e artisti della cultura francese.

Nel 1978 Baruchello concepisce un progetto che prevedeva la realizzazione di un libro in copia unica e un film di interviste sul tema del sapore dolce. Il libro-oggetto prende forma attraverso la raccolta, in fotocopia, da parte dell’artista, di disegni, ritagli di riviste e giornali, appunti: circa 150 pagine, rilegate con una copertina in cartone spesso.  Un anno dopo, a Parigi, il  libro costituisce il punto di partenza per una lunga serie di interviste. Le conversazioni condotte dallo stesso Baruchello, prendono avvio da riflessioni sul dolce e sulla dolcezza: dal latte materno alle favole (la casa di marzapane di Hänsel e Gretel), dal ricordo del sapore dolce al mito, tra simbolo e realtà, cultura, antropologia e società.

Gli intervistati erano sia operai, immigrati e pasticceri, sia importanti esponenti del mondo della cultura tra cui filosofi, scrittori e psicoanalisti del calibro di Jean-François Lyotard, Félix Guattari, David Cooper, Pierre Klossowski, Alain Jouffroy, Paul Virilio, Gilbert Lascault e Noëlle Châtelet. Mentre i primi furono ripresi in esterni o all’interno del proprio posto di lavoro, i secondi erano intervistati nelle loro case o nei loro studi. Le interviste, partite dunque da temi legati al cibo, arrivarono ben presto a concentrarsi su questioni filosofiche intorno alla maternità, alla morte, soprattutto animale e destinate al cibo, all’erotismo e alla memoria. Il carattere informale delle interviste costruisce l’ambientazione del film: tutto è improvvisato, amichevole, senza allestimenti tecnici di registrazione, con talvolta rumori di fondo. Per le riprese Baruchello si avvalse della collaborazione del cineasta sperimentale Alberto Grifi.


Gianfranco Baruchello nasce a Livorno nel 1924. La sua prima formazione avviene tra Roma, Parigi, New York. Sin dall’inizio tutti i linguaggi, pittura, scrittura, happening, oggetto, performance, cinema, fanno parte di una ricerca che lui stesso definisce “in solitario”, ostile alle mode e alle strategie del mercato. Tra le mostre personali recenti, quelle al Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto a cura di Gianfranco Maraniello (2018), Villa Arson di Nizza a cura di Nicolas Bourriaud (2018), Raven Row di Londra a cura di Luca Cerizza (2017), Triennale di Milano a cura di Alessandro Rabottini (2015), ZKM/Zentrum für Kunst und Medien di Karlsruhe a cura di Andreas Beitin e Peter Weibel (2014-2015), Deichtorhallen di Amburgo a cura di Dirk Luckow (2014), Palais des Beaux-Arts di Parigi a cura di Nicolas Bourriaud (2013), Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma a cura di Achille Bonito Oliva in collaborazione con Carla Subrizi (2011). Ha partecipato a numerose edizioni della Biennale di Venezia (l’ultima nel 2013) e a documenta di Kassel nel 1977 e nel 2012. Tra le mostre personali recenti più significative ospitate in gallerie private quelle presso Massimo De Carlo (Milano, 2017; Hong Kong, 2017; Londra, 2015) e Galleria Greta Meert (Bruxelles, 2009).

La Fondazione Baruchello nasce nel 1998 per volontà di Gianfranco Baruchello e Carla Subrizi nella ex casa-studio dell’artista a Roma. È il risultato della donazione costituita da circa cinquecento opere che l’artista ha posto alla base di un’impresa culturale destinata al sostegno e alla sperimentazione dell’arte contemporanea. Alla prima sede, in Via di Santa Cornelia, che comprende una biblioteca aperta al pubblico composta da oltre quarantamila volumi oltre agli archivi dell’artista e altri fondi storici, nel 2016 si è aggiunta una seconda sede nel cuore di Roma, in via del Vascello, utilizzata prevalentemente come spazio espositivo e sede di seminari, incontri e presentazioni al pubblico.

 

 

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 La mostra "AVEVO 20 ANNI" & IL 6° PREMIO CRAMUM

Saranno in mostra a Varedo le opere di artisti internazionali fuori concorso insieme a quelle di dieci giovani artisti finalisti, tra i quali il 15 settembre verrà selezionato il vincitore.

Cuore del progetto CRAMUM sarà la mostra "AVEVO 20 ANNI" per cui dal 15 al 30 settembre saranno in mostra a Varedo le opere di artisti internazionali fuori concorso - Ivan Barlafante, Alberto di Fabio, Daesung Lee (Corea del Sud - Stati Uniti), Giulia Manfredi, Franco Mazzucchelli, Marcello Morandini, Francesca Piovesan, Zheng Rong (Cina) e Maria Wasilewska (Polonia) - insieme a quelle di dieci giovani artisti finalisti, tra i quali il 15 settembre verrà selezionato il  vincitore/la vincitrice: Yuting Cheng (Cina), Rob van den Berg (Paesi Bassi), Francesco Fossati, Marta Galbusera, Ryts Monet, Noa Pane, Maria Teresa Ortoleva, Diego Randazzo, Marika Ricchi, Andreas Senoner.

Il tema del futuro, del tempo che passa e a cui l’uomo cerca di opporsi è tra i temi principali della mostra. Per sempre di Francesca Piovesan (foto) riflette ad esempio sulla rincorsa umana all’eternità, al "per sempre". Un tatuaggio è uno dei modi attraverso cui l'essere umano cerca di far permanere su di sé qualcosa che lo accompagni “per sempre”. Invece in alcuni punti del corpo, come sui palmi delle mani e sulle piante dei piedi, anche i tatuaggi posso svanire quasi  completamente in breve tempo. Giulia Manfredi con Psicomanzie – scelta anche come copertina del libro che completa la mostra "Avrò sempre vent'anni 1968 - 2018" - rappresenta invece il tentativo dell’uomo di ordinare la realtà e sopravvivere alla propria finitezza, almeno con le opere e con il ricordo. Il marmo, scolpito su disegni e mappe di giardini all’italiana, racchiude ali di farfalle, provenienti da collezioni dismesse e abbandonate di insetti. Infine da segnalare tra le 25 opere in mostra quelle di due grandi maestri dell'arte contemporanea italiana: Franco Mazzucchelli (foto Bifacciale n4) e Marcello Morandini. Le opere recenti di questi
Maestri sono state selezionate in quanto testimoni del fatto che l'età anagrafica non incide sulla creatività. Come ricorda il curatore Sabino Maria Frassà "Siamo in una società che rifiuta l'idea di maturità, credendola in antitesi con la capacità di essere creativi. Eppure Maestri di un tempo come Fontana o di oggi come Mazzucchelli, che ha concepito a 80 anni un intero ciclo di sculture inedite rivoluzionarie (i Bifacciali - nella foto e presentati a giugno al Gaggenau Hub di Milano per la prima volta) dimostrano che la vera arte contemporanea non è una questione anagrafica. L'arte che rimarrà è l'arte che riesce a esser contemporanea al di là del proprio tempo".
Il giorno dell'inaugurazione sarà anche proclamato il vincitore del premio CRAMUM al quale sarà dato il cubo di marmo di Candoglia - simbolo del Premio e offerto dalla veneranda Fabbrica del Duomo. Al vincitore verrà data la possibilità di partecipare a un percorso biennale di mostre e pubblicazioni, per un reale avvio e rinforzo della propria carriera artistica. Tale percorso di concluderà con una monografia e una mostra personale presso lo Studio Museo Francesco Messina.

Il progetto CRAMUM 2018 è reso possibile grazie alla collaborazione con il Comune di Varedo, Fondazione La Versiera 1718, Fondazione Cure Onlus e ha ottenuto numerosi patrocini tra cui Veneranda Fabbrica del Duomo, Regione Lombardia, Consolato di Polonia in Italia, Console Generale del Regno dei Paesi Bassi a Milano, Istituto Confucio Università degli Studi di Milano, Ama Nutri Cresci, Associazione FAS; Studio Museo Francesco Messina e Ventura Projects.
Il Comitato scientifico, cuore del progetto, vede infine l’adesione di giornalisti, esperti, collezionisti e galleristi: Ettore Buganza, Cristiana Campanini, Leonardo Capano, Anna d’Ambrosio, Camilla Delpero, Raffaella Ferrari, Maria Fratelli, Rose Ghezzi, Giuseppe Iannaccone, Hervé Lancelin, Angela Madesani, Isabella Maffeis, Emanuele Magri, Fiorella Minervino, Michela Moro, Annapaola Negri-Clementi, Rischa Paterlini, Alberto Puricelli, Fulvia Ramogida, Iolanda Ratti, Michela Rizzo, Donatella Ronchi, Mario Francesco Simeone, Alba Solaro, Luca Tommasi, Massimiliano Tonelli, Carlotta Gaia Tosoni, Nicla Vassallo, Giorgio Zanchetti.

IL VOLUME "AVRO' SEMPRE VENT'ANNI 1968 -2018"

Il 7 settembre è stato presentato in anteprima il libro CRAMUM 2018. Il saggio, intitolato "Avrò sempre vent'anni 1968 - 2018" (edito Quinlan e curato da Sabino Maria Frassà), riflette sul passare del tempo e sull'inquietudine giovanile a cinquant'anni dai motivi studenteschi del 1968. Il libro sviluppa un'attenta analisi su tale tema attraverso il connubio filosofa-arte, affiancando alle riflessioni di noti intellettuali - Eugenio Borgna, Raffaella Ferrari, Stefano Ferrari, Sabino Maria Frassà, Chiara Saraceno, Nicla Vassallo - le oltre 20 opere selezionate per la mostra di Varedo.
Alcune anticipazioni dal libro:
Proprio la rivoluzione artistica di Lucio Fontana è alla base del volume "Avrò sempre vent'anni 1968 - 2018". Come scrive Sabino Maria Frassà "L’arte di Fontana è l’emblema di una rivoluzione diversa, in grado di costruire e di andare oltre a ciò che era stato, senza rinnegarlo o distruggerlo... Il suo tagliare la tela - emblema stesso di tutta l’arte precedente - è stato sì una rivoluzione, ma una rivoluzione “genuina”, non spinta da alcun narcisistico intento di piacere, quanto dalla voglia di creare il futuro: “tutti hanno pensato che io volessi distruggere: ma non è vero io ho costruito, non distrutto”. In quei tagli non collassa infatti l’universo, ma passa la luce, l’infinito. Quello che colpisce oggi è che Lucio Fontana sia riuscito in questa rivoluzione in età adulta (aveva 58 anni)... Merita infatti ripensare lo stereotipo per cui la creatività e la capacità di rivoluzionare la realtà siano proprie esclusivamente dei giovani e che siano condizionate negativamente dal passare del tempo. Non solo molti studi evidenziano l’infondatezza di tale generalizzazione, ma è facile comprendere come anche una facile intuizione creativa non sia sufficiente a cambiare la realtà. Sembra strano, ma per fare le rivoluzioni ci vuole tempo, altrimenti si corre il rischio di cambiare tutto per non cambiare nulla... Heideger riteneva che la stabilità privi la presenza del suo carattere essenziale e non avendo - ancora - sconfitto i confini temporali dell’esistenza umana, siamo sicuri che questa smania di presente, di persistere giovani immobili e immutati non ci stia in fondo condannando all’oblio? All’assenza di futuro? Forse vivere l’instabilità determinata dal passare del tempo e il concedersi tempo per nascondersi, pensare, provare e sbagliare in modo autonomo sono la vera perversione rivoluzionaria oggi."
 

 

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 Paolo Icaro - UN PRATO IN QUATTRO TEMPI

Paolo Icaro incontrerà pubblico e studenti nel corso dell’evento di chiusura di Un prato in quattro tempi

Mercoledì 19 settembre alle ore 11.30 presso l'Università degli Studi di Milano, Sala di Rappresentanza, Paolo Icaro incontrerà pubblico e studenti nel corso dell’evento di chiusura di Un prato in quattro tempi, il terzo appuntamento de “La Statale Arte” che ha visto, nel cortile del Richini, il work in progress realizzato dall’artista fra settembre 2017 e la primavera 2018, in partnership con la galleria Lorenzelli Arte.

L’intervento, progettato specificatamente per l’Università degli Studi di Milano, è stato un fare collettivo, un lungo atto scandito in quattro tempi, orchestrato da Icaro e interpretato dagli studenti: i primi tre realizzati a settembre 2017 – dissodamento, rastrellatura e semina del prato del cortile della Ca’ Granda – e l’ultimo compiuto il 14 marzo scorso: il taglio dell’artista che ha lasciato sul terreno la traccia di un’ampia spirale quadra.

Durante l’incontro, presieduto dal Rettore Gianluca Vago, verranno presentate le quattro fotografie, realizzate da Raimondo Santucci e firmate da Paolo Icaro, che documentano il percorso di Un prato in quattro tempi, realizzate grazie alla collaborazione della galleria Massimo Minini di Brescia. Quattro grandi immagini, volute dall’artista in bianco e nero, che nei sottotitoli rimandano ai diversi tempi e dicono della cultura musicale dell’autore del work in progress: Primo movimento (la progettazione), Largo (il tempo in cui lo spazio è stato protagonista), Divertimento (il momento del lavoro e del gioco), Finale (il tempo della riflessione). 

Le fotografie, donate da Paolo Icaro all’Università degli Studi di Milano, come già le opere di Mikayel Ohanyanjan, di Nanda Vigo e di Jannis Kounellis, andranno ad arricchire la collezione permanente di arte contemporanea dell’Università degli Studi.

Il progetto “La Statale Arte” prevede infatti che ogni artista, oltre a creare un’installazione appositamente pensata per gli spazi della Statale, lasci all’Ateneo che l’ha ospitato un lavoro destinato alla pubblica fruizione.

L’evento di mercoledì 19 settembre sarà introdotto dalla proiezione di un filmato originale sull’intera operazione realizzato dal Ctu - Centro di Servizio per le Tecnologie e la Didattica Universitaria Multimediale; seguiranno la presentazione del catalogo di Un prato in quattro tempi (Skira), interamente dedicato alla manifestazione della Statale, introdotto da Giorgio Zanchetti, e un dialogo fra Icaro e Andrea Pinotti.

 

 

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 Convegno e presentazione del libro SUPER. Pino Pascali e il sogno americano

Una mostra che si focalizza su un artista ticinese proponendo una rassegna di opere quali dipinti, sculture e installazioni.

Martedì 11 settembre 2018, alle ore 17.30, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma ospita il convegno e la presentazione del libro SUPER. Pino Pascali e il sogno americano di Roberto Lacarbonara e Giuseppe Teofilo, edito da Skirà (2018).

Nel cinquantesimo anniversario della scomparsa dell'artista, 11 settembre 1968, e di quel Sessantotto che definiva i termini di una rivoluzione dell'immaginario europeo ed occidentale, SUPER rappresenta l'occasione per riflettere sulle trasformazioni sociali e culturali intercorse in mezzo secolo, ricorrendo agli aneddoti, alle immagini e alle storie di Pino e dei suoi compagni di strada. “SUPERMAN”, “SUPERMARKET”, “SUPERSTAR”, “SUPER POWER”. L’affermazione dell’immaginario americano, all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, si misura con l’ostentazione di un’egemonica
superiorità, non solo economica e politica, ma anche e soprattutto culturale. Nel bozzetto Super dei primi anni Sessanta, Pino Pascali, da sempre affascinato dall’immaginario pop statunitense – specie nei ripetuti e dichiarati omaggi a Jasper Johns – sembra tracciare i segni distintivi della cultura visuale americana, anticipando molti dei processi della progressiva influenza postcoloniale in tutto l’Occidente.
Questo volume racconta le vicende di quel bozzetto a pastello, oggetto di un attento restauro, e ne offre una riattualizzazione in grado di ricostruire il problematico “sogno americano” preconizzato dallo stesso Pascali: ne deriva una straordinaria narrazione allegorica che tiene insieme il dollaro e i simboli della democrazia americana, lo zio Sam di I Want You e quello evocato da Bob Dylan, il western e le armi, la Coca-Cola e la pubblicità, la letteratura di Foster Wallace, il jazz di Billie Holiday, il teatro dei Living Theatre e l’immaginario cinematografico, fino a raccordare, con ironica preveggenza, la parabola del potere federale da Abraham Lincoln a Donald J. Trump.

Info pubblico

Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea

viale delle Belle Arti, 131 – 00197 Roma

dal martedì alla domenica 8.30 – 19.30

ultimo ingresso 18.45

T +39 06 3229 8221 

lagallerianazionale.com

 

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 AREThè 2018 - Il festival dell’arte e del tè

Sarà presente un’esposizione di una trentina di opere d’arte contemporanea giapponese relative al mondo Chadō (via del té)

La Fondazione Luciana Matalon ospita dal 25 al 29 settembre 2018 il Festival AREThé 2018, a cura di Mika Obata, Fondatrice del Festival AREThé e presidente di NPO World Art Bridge e Nello Taietti, Presidente della Fondazione Luciana Matalon. Il Festival, patrocinato dalla Delegazione Permanente del Giappone presso l'UNESCO, quest’anno avrà luogo per la prima volta in Italia.

Negli scorsi anni si è tenuto in note realtà parigine, a Ginevra in Svizzera e a Oxford in Inghilterra. Presso gli spazi della Fondazione Matalon sarà presente un’esposizione di una trentina di opere d’arte contemporanea giapponese relative al mondo Chadō (via del té). I chadōgu (gli strumenti utilizzati per la Cerimonia del tè) proposti sono realizzati da artisti contemporanei che intendono promuovere lo spirito d’avanguardia. Fin dalla sua nascita Chanoyu (“La cerimonia del té”) è stata una forma d’arte a tutti gli effetti. Infatti i chadōgu (strumenti per l’arte del tè) sono considerate opere d’arte, veri e propri capolavori, che possono essere funzionali e avere un valore artistico ed estetico allo stesso tempo. Questi oggetti appartengono a collezioni private e vengono utilizzati solo in particolari occasioni. Ogni pezzo è unico, indispensabile e fa parte di un insieme coerente.

Tutti gli elementi sono in armonia non solo con il luogo e il tema dell'incontro, ma anche con la stagione dell'anno e la natura. Il Festival di AREThé è l'occasione non solo per entrare in contatto con forme d’arte contemporanea ma anche per sperimentare e far conoscere al pubblico un antico rito tradizionale giapponese come il Chanoyu. Chadō significa letteralmente la Via del tè e definisce la disciplina dell’atto di preparare e bere il tè che ha avuto origine in Giappone nel XV secolo. Il tè verde in polvere (matcha), che per consuetudine si beve durante la cerimonia del tè, inizialmente veniva importato dai monaci Zen che tornavano in patria dopo aver compiuto i loro studi in Cina nel XIII secolo. Da queste semplici origini i maestri del tè, devoti del Chadō, sono giunti a una forma estetica che ha profondamente permeato la cultura giapponese. Durante il festival i visitatori potranno anche ammirare alcune composizioni ikebana in vasi e cesti di bambù ad opera dell’associazione culturale Garden Club Milano. Venerdi 28 settembre alle 18 inoltre si terrà l’incontro "I fiori della cerimonia del tè. Ikebana e zen".

Il Chapter Ikebana Ohara a Milano è parte del Garden Club Milano e dagli anni ‘70 si propone di diffondere l'ikebana, arte tradizionale giapponese, attraverso corsi, mostre, conferenze, presentazioni e workshop. In occasione del finissage della mostra, sabato 29 settembre, Alberto Moro, Presidente dell’Associazione Culturale Giappone in Italia, commenterà tre dimostrazioni della Cerimonia del té, rispettivamente alle ore 11, ore 15 e ore 17 del maestro Tsuchiya Souchou della scuola Omotesenke. Il Chanoyu, conosciuto in occidente come “Cerimonia del té”, rappresenta l'essenza della cultura giapponese dove tradizione e modernità sono indissolubilmente legate. Nella Via del tè l’obiettivo principale è raggiungere la “serenità in una tazza di té”, la possibilità di creare una comunicazione diretta, anche non verbale, tra i partecipanti. Ogni cerimonia costituisce una rappresentazione effimera, un momento di condivisione, porta tranquillità interiore ed è espressione della creatività artistica. Il pubblico sarà invitato ad apprezzare, nel susseguirsi dei gesti, il concetto della bellezza e la continua ricerca di armonia sottesa a questo rito sociale e spirituale praticato in Giappone.

NPO World Art Bridge è un'organizzazione senza scopo di lucro che si occupa di progetti culturali che collegano il mondo attraverso l'arte. Il suo slogan è "L'arte di trascendere". NPO World Art Bridge crede nel potere dell'Arte come mezzo capace di creare una comunicazione profonda e ricca basata su emozioni condivise e che trascende le etnie, le credenze religiose o spirituali, le origini nazionali, la discendenza, l’età, l’orientamento sessuale, il genere, lo stato socio-economico e le opinioni politiche. Nella società contemporanea, così complessa e multiculturale, l'arte ci aiuta a comunicare, scambiare idee e condividere opinioni. Con l'obiettivo di promuovere lo scambio interculturale attraverso l'arte, l'NPO World Art Bridge organizza mostre ed eventi artistici e culturali. I nostri progetti mirano principalmente a costruire ponti tra culture diverse attraverso l'arte per il raggiungimento dell'emozione comune. NPO World Art Bridge è anche responsabile del coordinamento del Festival AREThé, fungendo da intermediario tra musei e istituzioni che desiderano organizzare questa esposizione.

Per ulteriori informazioni è possibile consultare il sito: https://arethe0.wixsite.com/worldartbridge/copie-de-home

PARTECIPANTI: Lacca vegetale : HIKIMOCHI Rikio e ONISHI Nagatoshi. Ceramiche: KANEYUKI Seigo, KATO Takehiro, KAWABATA Kentarō, KAWASAKI Motoo, MICHIKAWA Shōzō, NAKASHIMA Yutaka, OKAZAKI Yūko, YAMAMOTO Junko, ONIMARU Hekizan, TANAKA Tetsuya, TANAKA Yoshikazu, TANOUE Shinya. Calligrafia: UETA Hiroshi e YOSHIMOTO Shofu. Vetro: NISHINAKA Yukito Bambù: SHIRABE Kimiko

 

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Roy Lichtenstein, Crying Girl, 1963 © Estate of Roy Lichtenstein / SIAE 2018

 

ROY LICHTENSTEIN E LA POP ART AMERICANA

Una retrospettiva dedicata ad uno dei più grandi artisti del XX secolo: Roy Lichtenstein. Il genio della POP ART americana che ha influenzato grafici, designer, pubblicitari ed altri artisti contemporanei

La Fondazione Magnani-Rocca, dal 8 settembre fino al 9 dicembre, è orgogliosa di presentare una retrospettiva dedicata ad uno dei più grandi artisti del XX secolo: Roy Lichtenstein. Il genio della POP ART americana che ha influenzato grafici, designer, pubblicitari ed altri artisti contemporanei tanto che ancora oggi è possibile riscontrare riferimenti allo stile di Lichtenstein in ogni ambito del design e della comunicazione.

Una mostra - allestita alla Villa dei Capolavori, sede della Fondazione a Mamiano di Traversetolo presso Parma -  che riunisce oltre 80 opere del Maestro e degli altri grandi protagonisti della Pop Art americana; per evidenziare sia la sua originalità che la sua appartenenza a uno specifico clima, sono presenti infatti, a confronto con quelle di Lichtenstein, anche opere iconiche di Andy Warhol,  Mel Ramos, Allan D’Arcangelo, Tom Wesselmann, James Rosenquist e Robert Indiana. Un appuntamento unico nel suo genere, reso possibile grazie alla collaborazione della Fondazione Magnani-Rocca con celebri musei internazionali e prestigiose gallerie e collezioni private.

Roy Lichtenstein (New York 1923-1997) è, insieme a Andy Warhol, la figura più rappresentativa e più conosciuta della Pop Art, e dell'intera storia dell'arte della seconda metà del XX secolo. Il suo caratteristico stile mutuato dal retino tipografico, il suo utilizzo del fumetto in ambito pittorico, le sue rivisitazioni pop dell'arte del passato lontano e recente sono entrate non solo nella storia dell'arte del Novecento, ma nell'immaginario collettivo anche delle nuove generazioni, stampati all’infinito su poster e oggetti di consumo. A distanza di decenni i suoi dipinti continuano a suscitare enorme interesse nel mercato dell’arte e sono stati venduti anche negli ultimi anni per decine di milioni di dollari.

In virtù di questa sua fama e della sua centralità, Lichtenstein è stato oggetto nel mondo di numerose mostre antologiche, che ne hanno ripercorso la lunga carriera, iniziata negli anni Cinquanta, giunta a un punto di svolta decisivo nei primissimi anni Sessanta, consacrata definitivamente nel corso dello stesso decennio e proseguita con coerenza e costante riscontro sino alla scomparsa avvenuta nel 1997.  

Il mondo del fumetto e della pubblicità - La prima parte della mostra è dedicata alla stagione iniziale della Pop Art, quegli anni fra il 1960 e il 1965 in cui nascono le icone di Lichtenstein tratte dal mondo dei fumetti e della pubblicità, qui a confronto con i lavori dei compagni di avventura dell’artista, quali i citati Warhol, Indiana, D’Arcangelo, Wesselmann, Ramos, Rosenquist e altri ancora, a testimoniare della nuova società e della nuova arte che la rispecchia e che prende il nome di Pop Art. Questo periodo è rappresentato in mostra da autentici capolavori pittorici come Little Aloha (1962) e Ball of Twine (1963), ma anche da una rarissima opera degli inizi come VIIP! (1962), e da una strepitosa serie di opere grafiche, tra le quali spiccano Crying Girl (1963) e Sweet Dreams, Baby! (1965), le più geniali e celebri rielaborazioni delle tavole dei comics che ancora HYPERLINK "javascript:mails_addtocal(1,%22oggi%22);" oggi identificano non solo Lichtenstein ma un intero decennio della storia dell'arte e del costume del XX secolo.

Storia dell’arte e Astrazione - A fianco delle opere derivate dai fumetti, certo le sue più conosciute, Lichtenstein inizia alcune serie che hanno come riferimento da un lato la storia dell’arte, dall’altro il grande tema dell’astrazione pittorica: sono i dipinti che testimoniano la varietà e la complessità del pittore e che aprono nuove interpretazioni sia sulla sua opera che sull’intera stagione della cosiddetta Pop Art: anche in questo caso alle opere di Lichtenstein si affiancano quelle dei suoi coetanei, continuando quel dialogo fondamentale tra protagonisti di uno dei momenti cruciali dell’arte del XX secolo. Esemplari a questo proposito sono le astrazioni numeriche e letterarie di Robert Indiana (con un prezioso “FOUR” degli anni Sessanta e una celebre scultura “LOVE”) o il ciclo “Flowers” di Andy Warhol.
Tra queste serie, si ricordano quella dei “Paesaggi” e quella dei “Fregi”, che prendono avvio nei primi anni Settanta. I paesaggi partono da un motivo naturale per arrivare a un’astrazione assoluta, che comprende anche l’adozione di materiali plastici appartenenti al mondo contemporaneo, in un affascinante corto circuito tra tradizione e innovazione. In modo analogo, i “Fregi” riprendono un tema canonico dell’arte classica per trasformarlo in pura decorazione astratta: un’opera di quasi tre metri concessa in prestito dal Musée d’Art moderne et contemporain de Saint-Étienne rappresenta al meglio questo ciclo.  

Quasi contemporaneamente nasce anche un altro genere, quello che proviene direttamente dalla storia dell'arte: ecco allora le figure ispirate a Picasso e a Matisse - ma anche dal Surrealismo, come la celeberrima Girl with Tear (1977) che giunge in via straordinaria dalla Fondation Beyeler di Basilea - pretesti per rielaborare e riscrivere una storia dell'arte e dei generi attraverso il proprio linguaggio, per cannibalizzare anche la storia delle immagini, siano esse colte o popolari.

Il passaggio dalla citazione testuale al suo inserimento in una più complessa messa in scena avviene appena successivamente, con la pennellata che si sfalda, facendo perdere allo spazio la sua tradizionale unità e riconoscibilità, mentre le figure e le forme rimangono riconoscibili, come un punto fermo nella transitorietà delle apparenze del mondo.

Dentro allo studio dell’artista - La mostra è poi punteggiata da alcune serie di fotografie che ritraggono l’artista all’opera nel suo studio. Gli autori sono due protagonisti della fotografia d’arte italiana, Ugo Mulas e Aurelio Amendola, che, in diversi momenti, hanno ritratto Lichtenstein: in questo modo non solo si può entrare nell’officina dell’artista, ma anche leggere il rapporto che sempre ha legato la cultura italiana al pittore.  
Quello che rende unica questa mostra è il principio di lettura complessiva della creatività dell'artista che permette di apprezzare Lichtenstein nella sua interezza, affrontando tutte le stagioni e tutti i temi della sua arte.
Per questa ragione, la mostra può essere vista seguendo due percorsi complementari: considerando i diversi temi secondo il tradizionale ordine cronologico, oppure analizzandoli sotto diversi punti di vista - seguendo proprio la metodologia di Lichtenstein - con una particolare attenzione, oltre che alle opere su tela, alla formidabile produzione grafica, momento assolutamente centrale nel percorso creativo dell'artista. Centrale anche nell’affermazione pubblica di Lichtenstein e della Pop Art in generale, che proprio nella grande diffusione permessa dalla grafica ha trovato uno dei motivi principali del suo successo realmente popolare.

In questo modo, la mostra – a cura di Walter Guadagnini, già autore di storiche ricognizioni sulla Pop Art, e Stefano Roffi, direttore scientifico della Fondazione Magnani-Rocca - ha due chiavi di lettura fondamentali: una è quella storico/iconografica, che tocca anche gli aspetti del linguaggio e dello stile di Lichtenstein, passando dalla figura all’astrazione, con libertà e coerenza davvero uniche. È molto interessante a questo proposito sottolineare la nascita della cosiddetta “Pop Abstraction” attraverso le opere di Lichtenstein e dei suoi compagni di viaggio. L'altra chiave di lettura è quella disciplinare, che mira a evidenziare le complessità e insieme l'unità della pratica artistica di Lichtenstein, modernissimo nel suo affrontare la pittura a partire dai principi della riproduzione dell'immagine, e allo stesso tempo classico nella sua volontà di conferire a ogni disciplina una sua specifica importanza e un suo specifico ruolo.

La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Silvana Editoriale, contenente i saggi dei curatori e di altri studiosi, quali Stefano Bucci, Mauro Carrera, Mirta d’Argenzio, Kenneth Tyler, oltre alla riproduzione di tutte le opere esposte.

ROY LICHTENSTEIN E LA POP ART AMERICANA
Fondazione Magnani-Rocca, via Fondazione Magnani-Rocca 4, Mamiano di Traversetolo (Parma).

Mostra e Catalogo (Silvana Editoriale) a cura di Walter Guadagnini e Stefano Roffi,
saggi in catalogo di Stefano Bucci, Mauro Carrera, Mirta d’Argenzio, Walter Guadagnini, Stefano Roffi, Kenneth Tyler.

La mostra è realizzata grazie a:  FONDAZIONE CARIPARMA, CARIPARMA CRÉDIT AGRICOLE.
Media partner: Gazzetta di Parma, Kreativehouse.
Con la collaborazione di XL Catlin, leader mondiale nell'assicurazione delle opere d'arte e di AON S.p.A.
Sponsor tecnici: Angeli Cornici, Cavazzoni Associati, Fattorie Canossa, Società per la Mobilità e il Trasporto Pubblico.