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EVA KOTATKOVA 11

 

Eva Kot’átková - The Dream Machine is Asleep

Esposizione a cura di Roberta Tenconi  dal 15 Febbraio fino al 22 Luglio

La mostra personale di Eva Kot’átková (Praga, 1982) “The Dream Machine is Asleep”, sarà visibile dal 15 febbraio al 22 luglio presso l' HangarBicocca. L'esposizione è un progetto inedito e immersivo dove opere esistenti sono affiancate a nuove produzioni, tra installazioni, sculture, oggetti fuori scala, collage e momenti performativi. Partendo dalla visione del corpo umano come una macchina, un grande organismo il cui funzionamento necessita di revisioni, rigenerazione e riposo, e dall’idea del sonno come momento in cui attraverso i sogni si creano nuove visioni e mondi paralleli, la mostra esplora le nostre proiezioni e i pensieri più intimi, le ansie e il disorientamento del vivere contemporaneo.

Al centro di “The Dream Machine is Asleep” è l’omonima installazione, un gigantesco letto alla cui base è presente quello che l’artista definisce un ufficio per la creazione di sogni. Con questo lavoro Eva Kot’átková prosegue la sua ricerca sui sistemi che regolano la nostra vita, contrapponendo loro immagini provenienti dall’universo infantile per supplire alla mancanza o alla perdita di immaginazione.
Per accedere allo spazio espositivo i visitatori sono invitati ad attraversare l’opera Stomach of the World (2017), un’allegoria del mondo, descritto come un organismo caotico che alterna processi di assimilazione famelica, a momenti di stasi, di empatia o di scontro tra i suoi abitanti, a fasi di controllo, digestione, espulsione e riciclo delle “scorie” prodotte, ovvero le fobie e gli stati d’ansia. L’opera, composta da un video presentato all’interno di un’installazione percorribile dai visitatori e che assume la forma del disegno stilizzato di uno stomaco, si avvale di protagonisti e immagini presi dal mondo dell’infanzia e della mitologia.
Numerosi oggetti fuori scala punteggiano l’intera mostra, mettendo il pubblico a confronto con un immaginario a cavallo tra letteratura fantastica e scienze neurologiche.
Accanto a una serie di sette enormi teste in metallo (Heads, 2018) che vengono regolarmente attivate e completate dalla presenza immobile di performer e che rappresentano maschere in cui trovare riparo, i visitatori possono sfogliare le pagine di libri che raggiungono i due metri di altezza. Questi libri (Diaries, 2018) raccolgono piccole sculture e collage – una tecnica largamente adottata nel Surrealismo e molto amata da Eva Kot’átková per la sua natura intrinseca in cui si uniscono frammenti ed elementi differenti in nuove composizioni – e rappresentato un diario in cui vengono raccolti pensieri attorno alle disfunzioni e alle peculiarità del mondo contemporaneo.

In Theatre of Speaking Objects (2012), invece, undici oggetti quotidiani e di arredamento come un vaso, una porta o un muro, assumono caratteristiche antropomorfe, facendosi portavoce di traumi nascosti. L’opera è stata presentata alla 18a Biennale di Sydney ed è ispirata a una serie di schizzi dell’architetto ceco Jiří Kroha (1893-1974), che negli anni ’20 aveva immaginato una pièceteatrale utilizzando semplici utensili quotidiani a cui dava voce e caratteristiche umane. Nella cacofonia di voci, che parlano idiomi differenti, e nell’utilizzo di oggetti come surrogato del corpo umano, Eva Kot‘átková mette in luce le situazioni in cui non è possibile esprimersi liberamente dando invece la possibilità di farlo attraverso questa comunicazione indiretta, usando gli oggetti come mediatori.
L’intera mostra viene concepita come un organismo: attraverso performance programmate, si anima e viene abitata da figure che si aggirano nello spazio attivando le opere con semplici azioni statiche, con coreografie più complesse o attraverso narrazioni orali estemporanee. Così in Asking the Hair about Scissors (2018), un anomalo e surreale parrucchiere,i visitatori possono ricevere racconti liberamente composti da Eva Kot‘átková a partire da fatti di cronaca: chiedendo di rinunciare a una parte del proprio corpo, i capelli, l’artista ripropone l’idea di frammentazione.

Orari delle performance

Asking the Hair about Scissors
giovedì 18-20, domenica 17-19

Heads
Feeding the Cleaning Machine with what Others didn’t Finish
sabato e domenica 18-20

 

jago

 

JAGO “HABEMUS HOMINEM”

Il giovane scultore racconta la contemporaneità in rapporto costante con la Storia

A Roma presso il Museo Carlo Bilotti, Aranciera di Villa Borghese dal 16 febbraio al 2 aprile sarà visibile la mostra Jago "Habemus Hominem".

Cardine fondamentale delle opere presentate, che vanno dal 2009 a oggi, due ritratti di Papa Benedetto XVI: il primo iniziato quando il pontefice era nel pieno delle sue funzioni (sacrali), il secondo che mostra l’immagine del rappresentante di Dio tornato a essere uomo, Habemus Hominem.

Jago nasce nel 1987 a Frosinone, vive e lavora tra Anagni e Verona. Nel 2011, a soli 24 anni, è selezionato da Vittorio Sgarbi per partecipare alla 54esima edizione della Biennale di Venezia (Regione Lazio, Palazzo Venezia, Roma) per poter prender parte alla quale abbandona gli studi presso l’Accademia di Belle Arti di Frosinone. La sua opera più celebre e controversa è il busto in marmo di Papa Benedetto XVI, premiato nel 2012 con la “Medaglia del Pontificato”, poi “spogliato” e trasformato in Habemus Hominem in seguito alle dimissioni del Pontefice. Con più di 237.000 “followers” attivi sulla sua pagina Facebook e oltre 15.000.000 di visualizzazioni del documentario dedicatogli da FanPage, Jago condivide la propria arte sui social network in maniera indipendente, per questo motivo da molti è definito social artist.

A cura di Maria Teresa Benedetti, JAGO “HABEMUS HOMINEM” è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali. I servizi museali sono a cura di Zètema Progetto Cultura.

 

4. Jonas Bendiksen

 

I 70 anni della Magnum Photos in mostra al Museo dell’Ara Pacis

Fino al 3 giugno le celebri immagini e gli storici reportage della più grande agenzia fotogiornalistica internazionale

Arriva a Roma, nella sua prima tappa europea e unica italiana, la mostra Magnum Manifesto, che sarà ospitata dal Museo dell’Ara Pacis  dal 7 febbraio al 3 giugno 2018. L’esposizione, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturaleSovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, proposta da Contrasto e Magnum Photos 70 e organizzata in collaborazione con Zètema Progetto Cultura, ha cominciato il suo tour globale nel giugno 2017 all’International Center for Photography di New York. L’intento è quello di celebrare il settantesimo anniversario della più grande agenzia fotogiornalistica del mondo, Magnum Photos, creata da Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, George Rodger e David Seymour nell’aprile del 1947. Da quel giorno, la Magnum Photos è diventata un riferimento nel tempo  sempre più importante per la documentazione e per il fotogiornalismo. Gli autori di Magnum hanno documentato guerre, testimoniato le tensioni sociali, interpretato il nostro tempo, ritratto tanto le persone comuni quanto i grandi della terra, preconizzato i nuovi drammi del futuro.

La mostra raccoglie parte del lavoro realizzato in tutti questi anni e getta uno sguardo nuovo e approfondito sulla storia e sull’archivio dell’Agenzia.

Le immagini celebri e i grandi reportage dei suoi autori permettono di comprendere in che modo e per quale motivo Magnum sia diventata diversa, unica e leggendaria. Dal reportage sui lavoratori immigrati negli USA, realizzato da Eve Arnold negli anni Cinquanta, ai ritratti di “famiglia”, teneri e intimi, di Elliott Erwitt; dalle celebri immagini degli zingari di Josef Koudelka, fino alla toccante serie realizzata nel 1968 da Paul Fusco sul "Funeral Train", il treno che trasportò la salma di Robert Kennedy nel suo ultimo viaggio verso il cimitero di Arlington, attraversando un’America sconvolta e dolente. E ancora, le serie più recenti dei nuovi autori di Magnum: dalla “Spagna Occulta” di Cristina Garcia Rodero, alle osservazioni antropologiche, sotto forma di fotografie, realizzate nel mondo da Martin Parr;  dalla cruda attualità del Sud America documentato da Jérôme Sessini,  fino al Mar Mediterraneo, tenebroso e incerto nelle notti dei migranti, fotografato da Paolo Pellegrin.

Il curatore, Clément Chéroux – direttore della fotografia al MoMA di San Francisco e già curatore della grande retrospettiva dedicata a Cartier-Bresson realizzata dal Centre Pompidou e ospitata a Roma proprio al Museo dell’Ara Pacis –  ha selezionato una serie di documenti rari e inediti, immagini di grande valore storico e nuove realizzazioni, per illustrare come Magnum Photos debba la sua eccellenza alla capacità dei fotografi di fondere arte e giornalismo, creazione personale e testimonianza del reale, verificando come il “fattore Magnum” continui a esistere e a rinnovare continuamente il proprio stile.

Il percorso espositivo è suddiviso in tre sezioni: la prima scruta l’archivio di Magnum attraverso una lente umanista e si concentra sugli ideali di libertà, uguaglianza, partecipazione e universalismo che emersero dopo la seconda guerra mondiale; la seconda mostra la frammentazione del mondo tra gli anni Settanta e Novanta del Novecento, con uno sguardo particolare rivolto alle  minoranze e agli esclusi; la terza, infine, segue le diverse forme espressive grazie alle quali  i fotografi Magnum hanno colto i mutamenti del mondo e i pericoli che lo minacciano.

Oltre a raccogliere i progetti individuali e collettivi realizzati nel corso degli anni, la mostra presenta anche proiezioni, copertine di riviste, articoli di giornali, libri realizzati nel corso del tempo,  mostrando il contesto originale in cui molte delle fotografie sono state concepite.

La mostra è accompagnata da un libro edito da Contrasto.

storici reportage

 

P6080025 formato 1807x243cm Copia

 

L'opera di Paolo Gubinelli alla "PINACOTECA COMUNALE “GIOVANNI DA GAETA”

Promossa dal Comune di Gaeta, dall’Associazione Culturale Novecento

Dal 4 febbraio al 15 marzo 2018  la Pinacoteca Comunale di Gaeta ospiterà la mostra del noto artista Paolo Gubinelli amato dai grandi poeti italiani e stranieri che hanno donato poesie inedite che accompagnano sue opere, durante la sua carriera artistica ha avuto contatti con grandi artisti contemporanei e con una antologia critica di grandi storici dell’arte contemporanea che hanno scritto sulla sua opera.

“Segni per Leopardi” dopo la mostra a Casa Leopardi su richiesta del Comune di Gaeta la mostra viene ospitata presso gli spazi espositivi della Pinacoteca Comunale “Giovanni Da Gaeta” Domenica 4 febbraio alle ore 10 si inaugura la mostra SEGNI PER LEOPARDI.

L’opera di Paolo Gubinelli in omaggio a Giacomo Leopardi. Marchigiano di nascita ma toscano di adozione, Paolo Gubinelli da sempre si rapporta alla poesia nella costante ricerca del verso poetico come fonte e finalità di produzione creativa. Negli anni si è confrontato con i testi di Alberto Bevilacqua, Tonino Guerra, Mario Luzi, Andrea Zanzotto e recentemente con quelli di Dante Alighieri.

Nel suo progetto dedicato interamente a Leopardi, ispirandosi agli autografi di alcuni Canti, Gubinelli ha dato forme astratte al colore tracciando segni che intessono dialoghi visivi e immaginari con i tratti della penna di Giacomo. I quattro manoscritti stampati in catalogo su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo © Biblioteca Nazionale di Napoli. È vietata la duplicazione con qualsiasi mezzo.

Paolo Gubinelli - Biografia

Nato a Matelica (MC) nel 1945, vive e lavora a Firenze. Si diploma presso l’Istituto d’arte di Macerata, sezione pittura, continua gli studi a Milano, Roma e Firenze come grafico pubblicitario, designer e progettista in architettura. Giovanissimo scopre l’importanza del concetto spaziale di Lucio Fontana che determina un orientamento costante nella sua ricerca: conosce e stabilisce un’intesa di idee con gli artisti e architetti: Giovanni Michelucci, Bruno Munari, Ugo La Pietra, Agostino Bonalumi, Alberto Burri, Enrico Castellani, Piero Dorazio, Emilio Isgrò, Umberto Peschi, Edgardo Mannucci, Mario Nigro, Emilio Scanavino, Sol Lewitt, Giuseppe Uncini, Zoren. Partecipa a numerose mostre personali e collettive in Italia e all’estero.

Le sue opere sono esposte in permanenza nei maggiori musei in Italia e all’estero.

Nel 2011 ospitato alla 54 Biennale di Venezia Padiglione Italia presso L’Arsenale invitato da Vittorio Sgarbi e scelto da Tonino Guerra, installazione di n. 28 carte cm. 102x72 accompagnate da un manoscritto inedito di Tonino Guerra.

Sono stati pubblicati cataloghi e riviste specializzate, con testi di noti critici:

Giulio Carlo Argan, Giovanni Maria Accame, Cristina Acidini, Mariano Apa, Mirella Bandini, Carlo Belloli, Vanni Bramanti, Mirella Branca, Carmine Benincasa, Luciano Caramel, Ornella Casazza, Claudio Cerritelli, Bruno Corà, Giorgio Cortenova, Roberto Cresti, Enrico Crispolti, Fabrizio D’Amico; Roberto Daolio, Angelo Dragone, Luigi Paolo Finizio, Alberto Fiz, Paolo Fossati, Carlo Franza, Francesco Gallo, Mario Luzi, Luciano Marziano, Lara Vinca Masini, Marco Meneguzzo, Bruno Munari, Antonio Paolucci, Sandro Parmiggiani, Pierre Restany, Maria Luisa Spaziani, Carmelo Strano, Claudio Strinati, Toni Toniato, Tommaso Trini, Marcello Venturoli, Stefano Verdino, Cesare Vivaldi.

Sono stati pubblicati cataloghi di poesie inedite dei maggiori poeti Italiani e stranieri: Adonis, Alberto Bertoni, Alberto Bevilacqua, Libero Bigiaretti, Franco Buffoni, Anna Buoninsegni, Enrico Capodaglio, Alberto Caramella, Roberto Carifi, Ennio Cavalli, Giuseppe Conte, Vittorio Cozzoli, Maurizio Cucchi, Milo De Angelis, Eugenio De Signoribus, Gianni D’Elia, Luciano Erba, Giorgio Garufi, Tony Harrison, Tonino Guerra, Emilio Isgrò, Clara Janés, Ko Un, Vivian Lamarque, Franco Loi, Mario Luzi, Giancarlo Majorino, Alda Merini, Alessandro Moscè, Roberto Mussapi, Giampiero Neri, Nico Orengo, Alessandro Parronchi, Feliciano Paoli, Titos Patrikios, Umberto Piersanti, Antonio Riccardi, Davide Rondoni, Tiziano Rossi, Roberto Roversi, Paolo Ruffilli, Mario Santagostini, Antonio Santori, Frencesco Scarabicchi, Fabio Scotto, Michele Sovente, Maria Luisa Spaziani, Enrico Testa, Paolo Valesio, Cesare Vivaldi, Andrea Zanzotto.

Stralci critici: Giulio Angelucci, Biancastella Antonino, Flavio Bellocchio, Goffredo Binni, Claudio Di Benedetto, Nevia Pizzul Capello, Debora Ferrari, Claudio Di Benedetto, Fabio Corvatta, Antonia Ida Fontana, Franco Foschi, Mario Giannella, Armando Ginesi, Elverio Maurizi, Caterina Mambrini, Carlo Melloni, Eugenio Miccini, Franco Patruno, Roberto Pinto, Osvaldo Rossi, Giuliano Serafini, Patrizia Serra, Maria Luisa Spaziani, Maria Grazia Torri, Francesco Vincitorio.

Nella sua attività artistica è andato molto presto maturando, dopo esperienze pittoriche su tela o con materiali e metodi di esecuzione non tradizionali, un vivo interesse per la “carta”, sentita come mezzo più congeniale di espressione artistica: in una prima fase opera su cartoncino bianco, morbido al tatto, con una particolare ricettività alla luce, lo incide con una lama, secondo strutture geometriche che sensibilizza al gioco della luce piegandola manualmente lungo le incisioni.

In un secondo momento, sostituisce al cartoncino bianco, la carta trasparente, sempre incisa e piegata; o in fogli, che vengono disposti nell’ambiente in progressione ritmico-dinamica, o in rotoli che si svolgono come papiri su cui le lievissime incisioni ai limiti della percezione diventano i segni di una poesia non verbale.

Nella più recente esperienza artistica, sempre su carta trasparente, il segno geometrico, con il rigore costruttivo, viene abbandonato per una espressione più libera che traduce, attraverso l’uso di pastelli colorati e incisioni appena avvertibili, il libero imprevedibile moto della coscienza, in una interpretazione tutta lirico musicale. Oggi questo linguaggio si arricchisce sulla carta di toni e di gesti acquerellati acquistando una più intima densità di significati.

Ha eseguito opere su carta, libri d’artista, su tela, ceramica, vetro con segni incisi e in rilievo in uno spazio lirico-poetico.

 

 

mufuco

 © Francesco Jodice, Jerusalem, R31, dalla serie What We Want, 2010 Raccolta Antologica, Museo di Fotografia Contemporanea

 

STATI DI TENSIONE | Percorsi nelle collezioni

Il curatore Carlo Sala è stato invitato a "rileggere" i diversi fondi fotografici che costituiscono il patrimonio del Museo, creando un percorso espositivo di oltre ottanta lavori di autori italiani e stranieri

Riparte la stagione espositiva del Museo di Fotografia Contemporanea, nella sede storica di Villa Ghirlanda a Cinisello Balsamo, con la mostra STATI DI TENSIONE | Percorsi nelle collezioni. Il curatore Carlo Sala è stato invitato a "rileggere" i diversi fondi fotografici che costituiscono il patrimonio del Museo, creando un percorso espositivo di oltre ottanta lavori di autori italiani e stranieri e due interventi site-specific di giovani artisti contemporanei.

La scelta di individuare un giovane curatore e di ospitare, in occasione della mostra, le opere di giovani artisti dà continuità a una politica avviata lo scorso anno e che a partire dal 2018 diventerà una consuetudine nella programmazione del Museo. Puntare sui giovani attraverso incontri, mostre e acquisizioni permette di riallacciare un dialogo con i fotografi e gli operatori, a cui il Museo si rivolge come luogo aperto di discussione e sperimentazione

Il titolo della mostra richiama metaforicamente la tensione-trazione cui è sottoposta la società odierna di fronte a sfide e mutamenti epocali: dai cambiamenti climatici ai flussi migratori, alle insorgenze dei nuovi nazionalismi.

Il progetto espositivo al Mufoco vuole così proporre dialoghi inediti tra immagini, sia avvalorando le ragioni storiche che le hanno prodotte, sia innescando, mediante la loro collazione, interrogativi non previsti originariamente dagli autori e che possono essere un ideale centro di riflessione sul presente e sul passato, nonché sulla funzione politica e sociale dell'immagine.

La mostra è suddivisa in due capitoli, in cui il discorso avviato e sviluppato attraverso le opere presenti nelle collezioni viene concluso da un’installazione di artisti emergenti contemporanei, che costituiscono una sorta di chiave di lettura a ritroso del percorso e al contempo provocano un’inaspettata esplosione dei temi stessi.
Il primo capitolo ragiona sulle forme di esclusione (per motivi politici, razziali, economici) come base delle tensioni sociali che dagli anni Settanta del Novecento a oggi hanno caratterizzato la nostra società. Il percorso inizia con alcune fotografie sociali: ritratti di autori come Letizia Battaglia, Lisetta Carmi, Leonard Freed, Arthur Tress e Michi Suzuki fino alla serie Verrà la morte e avrà i tuoi occhi di Mario Giacomelli. Il tema viene poi sviluppato metaforicamente con i lavori di Paolo Gioli, Paola Di Bello, Mario Cresci, Francesco Jodice e Joan Fontcuberta, la cui immagine Homeless, di taglio concettuale, è costruita mediante un software freeware di fotomosaico connesso a Google.
Conclude il primo capitolo l'installazione site specific di Paolo Ciregia intitolata Graffio, che rimanda agli scontri del recente conflitto russo-ucraino, rendendo così manifesta la tensione sottesa a tutte le immagini della prima sezione della mostra.
 
La seconda sezione sposta invece l'attenzione sul paesaggio, alla luce del dibattito attuale sull'antropocene - individuata come nuova epoca culturale della Terra - e della politica globale. Il percorso è composto da una sequenza di immagini che raccontano la modificazione del paesaggio dalla fine degli anni Settanta a oggi, rivelando la dicotomia tra mondo industriale e mondo rurale, l'affermazione di un paesaggio ibrido e l'ingerenza dell'uomo nei confronti della natura.
La sezione si apre con la celebre serie Milano. Ritratti di fabbriche di Gabriele Basilico, in dialogo con alcuni scatti realizzati a Milano dal fotografo inglese Paul Graham. Si prosegue con Olivo Barbieri, che mostra la modificazione dei piccoli centri di campagna e le fotografie delle cave di marmo realizzate da Mario Cresci a fine anni Settanta. L'ampio corpus di fotografie di Luigi Ghirri crea invece una sorta di "installazione-quadreria" composta da immagini provenienti da varie serie che mette in dialogo le visioni più idilliache di paesaggio con alcune concettuali. Anche Francesco Jodice, con gli scatti di una committenza realizzata a inizio anni Duemila, posa il suo sguardo, ironico e critico al tempo stesso, su un paesaggio ibridato. I diversi punti di vista dei fotografi Peter Fischli & David Weiss, Vincenzo Castella, Marina Ballo Charmet indagano la città posando lo sguardo ora sul progresso, ora sull'immaginario comune e popolare di Milano, fino ad arrivare alla natura incontaminata dell’Islanda dell’americana Roni Horn.    
A chiudere la sezione è Karma Fails, l'intervento realizzato dal collettivo The Cool Couple, che mette in discussione l’uso contemporaneo della meditazione attraverso l’accostamento di piccoli giardini zen a immagini di paesaggi fittizi che sono una iconografia dell'antropocene.
 
Il percorso espositivo è simbolicamente preceduto dall’esposizione di fotografie provenienti da due fondi fotografici del Museo in gran parte inediti, Grazia Neri e Klaus Zaugg. Le immagini selezionate dal Fondo Grazia Neri, storica agenzia milanese di fotogiornalismo, sono una miscellanea di fotografie di cronaca della storia italiana ed europea, aventi al centro il tema del dissenso e del singolo che si solleva per cambiare la società. Queste immagini vengono messe in dialogo con le campagne pubblicitarie realizzate negli anni Ottanta dal fotografo di moda Klaus Zaugg, connotate da un forte edonismo, attivando un cortocircuito inaspettato nella relazione dei due volti contrapposti della stessa società: da un lato l'impegno civile e dall'altro l'iconografia del consumismo.