MOSTRE

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LAMB Amazzone

Oscar Hermann Lamb, Amazzone, 1932, olio su tela, 10x81 cm

 

MONACO, VIENNA – TRIESTE – ROMA. Il Primo Novecento al Revoltella

Dal 25 gennaio al 2 settembre 2018, a Trieste, a cura di Susanna Gregorat

È un continuo dialogo tra il dentro e il fuori quello che si può ammirare al quinto piano della Galleria d’Arte Moderna del Museo “Revoltella” dal 25 gennaio al 2 settembre. Il “dentro” è rappresentato dalle fondamentali proposte di artisti triestini e giuliani. Il “fuori” è offerto dalla superba collezione di artisti italiani, e non solo, patrimonio del Museo. Il titolo dell’esposizione – “Monaco, Vienna – Trieste – Roma” – richiama l’influenza di Monaco di Baviera e di Vienna su Trieste, negli anni in cui il capoluogo giuliano apparteneva all’Impero d’Austria-Ungheria, e l’interscambio – parallelo e successivo – tra gli artisti della città e del territorio e l’Italia.

Il percorso, ideato da Susanna Gregorat, conservatore del “Revoltella”, si sviluppa su sette sezioni, a documentare questi flussi e queste influenze, dagli anni delle Secessioni a quelli del “ritorno all’ordine”, coprendo una storia che dagli albori del Novecento si inoltra nel “secolo lungo”, sino a lambire il secondo conflitto mondiale.
L’esposizione prende il via dalle opere realizzate nei primi anni del Novecento dai più prestigiosi e noti artisti triestini e giuliani. Ricorrono i nomi di Eugenio Scomparini, Glauco Cambon, Arturo Rietti, Adolfo Levier, Argio Orell, Vito Timmel, Guido Marussig, Antonio Camaur, Alfonso Canciani, Piero Lucano, Guido Grimani, Gino Parin, e ancora Carlo Sbisà, Arturo Nathan, Leonor Fini, Giorgio Carmelich, Vittorio Bolaffio, Edgardo Sambo.

Sono dipinti, sculture e grafica fortemente condizionati dal clima secessionista d’Oltralpe monacense e viennese. Sperimentato, in molti casi, attraverso la formazione veneziana e il clima internazionale delle Biennali, ma soprattutto frutto della formazione alle Accademie di Belle Arti di Monaco di Baviera e di Vienna.
Una sezione monografica è riservata all’arte pittorica e grafica di Federico Pollack, più noto a Trieste come Gino Parin, contraddistinta da uno stile del tutto originale e maturata in ambito europeo e britannico.

Il percorso introduce poi il visitatore nella duplice sezione dedicata all’arte italiana degli anni Venti e Trenta, caratterizzata dal recupero della tradizione artistica italiana (il cosiddetto ‘ritorno all’ordine’ di sarfattiana memoria). Qui si ammirano i capolavori patrimonio del Museo: i dipinti di Felice Casorati, Carlo Carrà, Mario Sironi, Guido Cadorin, Giorgio de Chirico, Alberto Savinio e Felice Carena, in ambito nazionale. E, a livello territoriale, le autorevoli opere di Piero Marussig, Carlo Sbisà, Edgardo Sambo, Oscar Hermann Lamb, Edmondo Passauro, Mario Lannes, Eligio Finazzer Flori, Alfonso Canciani.
La sezione successiva indaga lo stretto rapporto umano e artistico instauratosi tra i triestini Arturo Nathan, Carlo Sbisà e Leonor Fini, non disgiunto dall’interazione, pur limitata nel tempo, con un grande artista avanguardista quale fu Giorgio Carmelich, prematuramente scomparso a soli ventidue anni.
Segue la sezione dedicata alla figura del pittore goriziano Vittorio Bolaffio, artista dalla personalità tormentata, fortemente legato a Trieste e al triestino Umberto Saba, nel cui particolare lirismo si rispecchiò.

A concludere il percorso è la inedita sezione riservata alla Secessione romana, rievocata dai dipinti di alcuni protagonisti di quella stagione particolare che, sviluppatasi tra il 1913 e il 1916, vide a confronto numerosi artisti di diversa provenienza geografica e formazione artistica, in una visione moderatamente avanguardistica, ma molto ben definita. Qui, opere di artisti italiani quali Armando Spadini, Plinio Nomellini, Giovanni Romagnoli, Felice Carena, Lorenzo Viani, Alberto Martini si affiancano ad artisti territorialmente più vicini, quali Teodoro Wolf-Ferrari, Virgilio Guidi, lo scultore Ceconi di Montececon e, ancora, il triestino Edgardo Sambo che nel suo sorprendente dipinto “Macchie di sole” del 1911 riecheggiò mirabilmente quella fervida e oramai lontana esperienza del secessionismo italiano.

“Questa mostra – osserva Laura Carlini Fanfogna, Direttore dei Civici Musei di Trieste – evidenzia, ancora una volta, la ricchezza delle Collezioni d’arte del “Revoltella”, Museo fondamentale per qualsiasi indagine sul Novecento italiano. Qui troviamo, com’è opportuno che sia, una documentazione puntuale e organica dell’arte giuliana. Ma qui si conservano e ammirano anche capolavori tra i maggiori del secolo, degli artisti italiani e non solo. Come questa esposizione attentamente mette in luce”.

Questa importante rassegna ben chiarisce il rilievo di Trieste come snodo nel mondo dell’arte. Un percorso di indagine che, dal prossimo giugno, sarà approfondito dalla grande retrospettiva su Leopoldo Metlicovitz, pittore, illustratore, scenografo teatrale e pubblicitario triestino che percorse interamente gli anni esaminati da questa mostra.

Info e prenotazioni: www.museorevoltella.it 

 

 

 

Poetry and Pottery

 

 

Poetry and Pottery un’inedita avventura fra ceramica e poesia visiva

La prima mostra italiana di poesia visiva su ceramica con opere dei maggiori autori del settore di ricerca a cura di Giosué Allegrini e Marzia Ratti

Il CAMeC – centro arte moderna e contemporanea  La Spezia - dal 26 gennaio fino al 29 aprile 2018, presenta la prima mostra italiana di poesia visiva su ceramica con opere dei maggiori autori del settore di ricerca.
Si tratta di un progetto espositivo di ricerca che riunisce questa particolare tipologia di lavori, certamente la più rara nell’ambito della poesia visiva contando poche centinaia di esemplari al mondo. Un progetto senza precedenti, rappresentativo della produzione artistica su supporto ceramico di circa trenta poeti verbovisuali, nato e sviluppato con il generoso supporto di Isaia Mabellini, in arte SARENCO, e con il fondamentale contributo dei collezionisti Paolo Scatizzi, Paolo Berardelli, Luigi Bonotto, Giuseppe Verzelletti e di alcuni rilevanti artisti di poesia visiva, uno su tutti Lamberto Pignotti, nonché con il sostegno del maestro ceramista Michelangelo Marchi, che presso il proprio laboratorio di Cellora d’Illasi (VR) ospitò le realizzazioni ceramiche dei poeti visivi operanti presso la Domus Jani, Centro Internazionale per l’Arte Totale, straordinario luogo di ricerca artistica, concepito dallo stesso SARENCO. Sulla base dei ricordi di SARENCO, di Michelangelo Marchi e degli altri poeti visivi ancora viventi, la mostra riprende e completa la storia della Visual Poetry su supporto ceramico, limitatamente alle opere realizzate prima dell’anno 2000. Sono comunque inserite nel catalogo scientifico che accompagna l’esposizione anche la serie “Azulejus” realizzata da SARENCO nel 2004 e alcune opere prodotte in tempi più recenti da Pignotti e da artisti affini alla Poesia Visiva.
Le tematiche trattate sono molte: dalla Poesia Concreta, alla Poesia Visiva italiana ed internazionale per giungere alla Scrittura Visuale – Nuova Scrittura; molti gli artisti e i gruppi artistici rappresentati: da Sarenco a Giovanni Fontana, dal Gruppo Genovese di Tola e Vitone, al Gruppo 70 di Pignotti, Miccini e Marcucci, dal gruppo Milanese del Mercato del Sale di Ugo Carrega a Roberto Malquori, per giungere ad artisti Fluxus quali Giuseppe Chiari, Vittorio Gelmetti e Gianni Emilio Simonetti, a Mail-artisti come Ruggero Maggi, o ad artisti di grande fascino concettuale quali Aldo Mondino, Maria Lai e lo stesso Michelangelo Marchi.
Nutrita è anche la presenza dei poeti visivi internazionali presenti: da Alain Arias Misson a Julien Blaine, da Jean Francois Bory a Pierre e Ilse Garnier, da Ladislav Novak a Klaus Groh, da Joan Brossa a Bartolomé Ferrando, da Carlos Pazos a Fernando Millan, da John Furnival a Emmet Williams.

 

Fabio Sargentini e il Cannone di Pino Pascali

Fabio Sargentini e il Cannone di Pino Pascali

 

Scorribanda

Dal 23 gennaio – 4 marzo 2018 la Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea celebra i 60 anni de L'Attico di Fabio Sargentini

La Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma celebra i sessant'anni della Galleria L'Attico con Scorribanda, la mostra che ne ripercorre il lungo percorso artistico a partire dalla fondazione in Piazza di Spagna.

Il racconto visivo di queste esperienze si traduce in un progetto di mostra ideato da Fabio Sargentini in collaborazione con la Galleria Nazionale attraverso una selezione di artisti legati all'attività del gallerista dalla fine degli anni cinquanta ad oggi. Una quarantina di opere sono dispiegate, come tasselli di un domino, senza soluzione di continuità lungo le quattro pareti del Salone Centrale.

Recuperando lo spirito avanguardista che aveva caratterizzato già ai tempi questa Istituzione, la Galleria Nazionale riunisce in un fil rouge artisti apparentemente contraddittori e inconciliabili, proponendoli in una dimensione ambientale nuova. Dal 23 gennaio al 4 marzo 2018 il Salone Centrale diventa così aggregazione dialettica di artisti generazionalmente diversi e centro generatore di movimento, luce e spazio.

Fondata nel 1957 da Bruno Sargentini, nella sua prima sede in Piazza di Spagna, L'Attico acquisisce in pochissimi anni una fama internazionale. Nelle sue sale si alternano i più bei nomi del panorama artistico dell’epoca: Capogrossi, Leoncillo, Fontana, Mafai, Fautrier, Brauner, Magritte, Matta, Permeke, Canogar. Fabio Sargentini è al fianco del padre Bruno fin dal primo giorno, maturando, a partire dal 1965, il desiderio di lavorare con artisti a lui coetanei. Mentre Bruno si trasferisce in uno spazio in via del Babuino, il figlio per due anni mette a ferro e fuoco la galleria di Piazza di Spagna con memorabili mostre sperimentali: Pascali, Kounellis, Pistoletto, Mattiacci.

Nel 1968 Fabio Sargentini trasforma lo spazio di piazza di Spagna in una palestra di ginnastica. La mostra si chiama Ginnastica mentale. Cambiando di segno alla galleria, si apre la strada per rivoluzionare la concezione contemplativa dello spazio espositivo. La mostra dei cavalli vivi di Kounellis, nel nuovo spazio del garage di via Beccaria, sancisce questo cambiamento epocale. Nel garage, contemporaneamente a mostre di Mario Merz, Eliseo Mattiacci, Sol LeWitt, Gino De Dominicis e molti altri, Fabio Sargentini organizza dei Festival di musica e danza con musicisti e danzatori americani che anticipano la performance. Nel 1972 al garage di via Beccaria affianca un altro spazio in via del Paradiso, con caratteristiche del tutto diverse, non più tabula rasa, bensì soffitti affrescati, porte dorate e pavimenti marmorei, che suggeriscono un raccordo con la storia dell’arte. Infine nel giugno del 1976 lascia il garage che viene inondato da 50.000 litri di acqua e che per tre giorni si offre al pubblico come una sorta di “lago incantato”.

Fabio Sargentini intraprende, parallelamente, anche la strada del teatro sperimentale. Suoi sono i primi lavori in Italia di teatro concettuale. Nel 1983 riprende l’attività della galleria di via del Paradiso, alternata con l’attività teatrale. Scopre e lancia alcuni artisti di San Lorenzo: Nunzio, Tirelli, Pizzi Cannella, Limoni, Luzzi, Palmieri. Nel frattempo non trascura i suoi artisti storici come Pascali, Leoncillo, Nagasawa e Uncini. Dal 2003 firma con Elsa Agalbato una serie di eventi e spettacoli sperimentali, tra cui Ti regalo un anello (2016); Toga e Spada (2017).

“ Ho voluto dare a questa mostra, che occupa tutto il Salone Centrale
della Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea, un titolo che
rispecchiasse lo spirito d'avventura che mi ha animato nella conduzione
de L'Attico, la mia galleria d'arte. C'è infatti in "Scorribanda" un che
di piratesco, di corsaro che mi piace. Esso si attaglia bene alla
disposizione delle opere sulla parete, pensata da me come un racconto
senza pause. L'idea, semplice ma efficace, si basa sull'annullamento
della canonica distanza tra quadro e quadro. Lo sguardo non viene così
a cadere necessariamente su una singola opera ma su una pluralità.
"Scorribanda" è a tutti gli effetti un'installazione. Una quarantina di opere, tra dipinti e sculture di grande formato, dalla fine degli anni '50 al
giorno d'oggi, sfiorandosi sulla parete, avvolgono in un abbraccio il
Salone Centrale. Anche chi guarda percepisce questo abbraccio e non vi
si sottrae, anzi, le pupille sedotte si dilatano ad accogliere la
visione d'insieme della lunga sequenza parietale. Un colpo d'occhio a
360 gradi che sa di accerchiamento. Soltanto due sculture infatti sono
situate nello spazio tridimensionale. Altrettanto emozionante è
l'osservazione da vicino, la messa a fuoco nelle sue sfaccettature di
una storia artistica che dura ininterrotta da sessant'anni. Dato
l'accostamento di diversi stili ed epoche l'effetto dovrebbe essere
spaesante, spettacolare. Godiamocelo! " (Fabio Sargentini)

 

Marino Marini Langelo della cittài

Marino Marini, L'angelo della città, 1948 (fusione del 1950?), bronzo. Collezione Peggy Guggenheim, Venezia

 

Marino Marini. Passioni visive

La Collezione Peggy Guggenheim ospita la mostra "Marino Marini. Passioni visive" a cura di Barbara Cinelli e Flavio Fergonzi

Dal 27 gennaio all’1 maggio 2018 la Collezione Peggy Guggenheim ospita la mostra Marino Marini. Passioni visive, a cura di Barbara Cinelli e Flavio Fergonzi, con la collaborazione di Chiara Fabi, quale seconda tappa dopo Palazzo Fabroni a Pistoia della prima retrospettiva mai realizzata dedicata a Marino Marini, che ambisce a situare organicamente l’artista pistoiese nella storia della scultura.
L’intimità degli ambienti della Collezione Peggy Guggenheim consentirà una inedita lettura concentrata e ravvicinata di oltre una settantina di opere di Marino Marini. Sarà privilegiato un dialogo più stretto, di fatto criticamente innovativo, tra le sue opere e quelle della tradizione scultorea cui l’artista ha fatto riferimento, che offrirà un nuovo punto di vista, a tratti provocatorio, sui temi affrontati dallo scultore che travalica le gabbie della cronologia e dei generi plastici. L’esposizione intende ripercorrere tutte le fasi della creazione artistica di Marini dagli anni ‘20 agli anni ‘50. Oggetto di indagine è soprattutto l’officina delle sue creazioni scultoree. Queste saranno poste in relazione diretta con i grandi modelli della scultura del ‘900 cui egli ebbe accesso e con alcuni esempi di scultura dei secoli passati, dall’antichità egizia a quella greco-arcaica ed etrusca, dalla scultura medievale a quella del Rinascimento e dell’Ottocento, che furono consapevolmente recuperati da lui e dai maggiori scultori della sua generazione.

 

 

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L'annegato, 1974, olio su tela, cm 130x150

 

VENEZIANO POP Luciano Zarotti e Ca' Pesaro negli anni '70-'80

Dal 20 Gennaio fino al 18 febbraio 2018, presso la Galleria Internazionale d’Arte Moderna

La nuova stagione espositiva della Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro si apre con una serie di approfondimenti sull’arte del XX secolo, che sarà riesaminata anche alla luce di una delle figure più importanti legate a questo monumentale luogo, come quella della duchessa Felicita Bevilacqua La Masa, il cui amore per le vicende artistiche del suo tempo e l’impegno per la destinazione stessa del palazzo di San Stae, fondamentale per il futuro sviluppo dell’avanguardia capesarina, furono determinanti.

In questo contesto si colloca la prima esposizione dal 20 gennaio al fine 18 febbraio, dedicata a una fase nodale del lavoro di Luciano Zarotti situata tra i primi anni ‘70 e la fine degli anni ’80, coincidente con la sua attività proprio nell’ambito della Fondazione Bevilacqua La Masa.

Di Zarotti, nato a Venezia nel 1942, il museo conserva due importanti tele - La finestra del poeta e Paesaggio - provenienti proprio dalle Esposizioni Bevilacqua La Masa, rappresentanti dell’altissimo traguardo di un’intera stagione artistica condensata in lavori ricchi di coraggio e ambizione.


Allestita dal 20 gennaio al 18 febbraio nelle sale espositive al secondo piano e in quelle al piano terra del museo, la mostra, a cura di Stefano Annibaletto e Marina Wallace, intende dare conto della produzione tra i primi anni ’70 e la fine degli anni ’80 dell’artista , considerato uno dei “figli Bevilacqua La Masa”.

Nel 1967 Luciano Zarotti, all'epoca venticinquenne, avvia la sua attività all'interno dell'Opera Bevilacqua La Masa di Venezia in uno degli studi concessi ai giovani artisti a Palazzo Carminati. Qui lavorerà fino al 1975.
A Parigi, dove soggiorna a più riprese negli anni precedenti, l'impatto con la pop art europea scuote profondamente la sua cultura visiva basata sulla tradizione figurativa veneziana. Dall'incontro con i disegni di Graham Sutherland il suo trasporto verso la natura, le isole e l'acqua della laguna s’innesta in una simbologia vegetale che diviene elemento di primo piano nella composizione dei suoi dipinti.
Assieme alla scoperta delle piscine di David Hockney, dei suoi tuffi, dei suoi blu, queste immagini si stendono in una partitura accordata su un nuovo sentimento dello spazio che il premio a Robert Rauschenberg, alla Biennale d'arte del 1964, comincia a far circolare anche a Venezia.

Le grandi tele presenti in mostra, ed esposte al secondo piano, sintetizzano i risultati di vent'anni di ricerche, in cui Zarotti fonde in una personale visione pittorica i molti stimoli provenienti dalle esperienze contemporanee, mantenendo al centro del suo racconto l’indagine sul mistero dell’esperienza umana e affiancando a una nuova sintassi compositiva il tonalismo, la tavolozza, la tecnica e le materie, l’attenzione alla luce appresi dai maestri veneziani del passato.

Completa la mostra, nelle salette al piano terra, una selezione di incisioni con le quali, fin dalla sua prima personale alla Bevilacqua La Masa, nel 1970, l’artista sperimenta composizioni, segni, effetti chiaroscurali, in lastre spesso di grandi dimensioni, cosa non consueta nella tradizione calcografica, in un percorso complementare a quello della sua pittura.

‘Nei tormentati anni settanta si leva un urlo umano – scrive nel bel catalogo che accompagna la mostra edito da Antiga (Crocetta del Montello, TV, 2018) Elisabetta Barisoni, responsabile di Ca’ Pesaro – in cui si mescolano numerose eco, di Francis Bacon e Lucian Freud, di David Hockney e di Georg Baselitz, di David Salle e di Enzo Cucchi, di Richard Hamilton e di Chaïm Soutine, condensate in una figurazione espressiva e in una coerenza creativa che è soprattutto ed esclusivamente la firma di Luciano Zarotti’.

In occasione della mostra è inoltre stato prodotto un film documentario sull'artista, realizzato da Pierantonio Tanzola, che verrà proiettato all'interno del percorso espositivo.

Note biografiche
Luciano Zarotti nasce a Venezia nel 1942. Si forma all’Académie des Beaux-Arts di Parigi e alla Scuola libera del nudo dell’Accademia di Belle Arti di Venezia sotto la guida di Luigi Tito, di cui diviene in seguito assistente, subentrandogli infine come titolare alle cattedre di Tecniche pittoriche e Affresco. Insegna per quarant’anni. Dalla fine degli anni ‘60 collabora con la Fucina degli Angeli di Egidio Costantini ed è membro dell’Associazione Incisori Veneti.
Sue opere figurano alla Galleria Internazionale d'Arte Moderna di Ca’ Pesaro, al Pushkin Museum di Mosca, al Gabinetto delle stampe di Firenze e in importanti collezioni pubbliche e private. Vive e lavora tra Venezia e Montemassi (Grosseto).