Nanda Vigo, una vita per le arti ora a Palazzo Reale con la personale Light Project
 
 
 

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 Nanda Vigo, una vita per le arti ora a Palazzo Reale con la personale Light Project

 

2006 ritratto foto Afanador copertina
 Ritratto, foto Ruve Afanador, 2006.
 

"Purtroppo l’arte di oggi non fa che rifare sé stessa". Intervista all'artista, designer e architetto Nanda Vigo, in mostra dal 22 luglio al 29 settembre. 

By Camilla Delpero

 

L’arte e l’architettura. Dove riesce ad esprimersi meglio, dove prendono forma le idee?

L’arte naturalmente. Prima di ogni cosa c’è sempre un progetto artistico, il quale a sua volta darà origine a un progetto di design o di architettura d’interni. Nell’arte c’è più libertà. Nei progetti bisogna sempre tornare indietro o per volontà del cliente o per esigenze pratiche. Per varie ragioni si sottrae sempre qualcosa al progetto stesso. Solamente nel campo artistico ci si può affermare totalmente.

Qual è il progetto che le è rimasto nel cuore?

“La casa sotto la foglia” per Giò Ponti. In assoluto. Sono riuscita a coniugare tutte e tre le discipline in progettazione con gli artisti stessi. È esattamente quello che ritenevo andasse fatto.

1968 Nanda Vigo Diaframma tubolare Ponteur con vetri stampati e neon cm 100 x 100 x 20 foto Emilio Tremolada

Nanda Vigo, "Diaframma", tubolare Ponteur con vetri stampati e neon, cm 100 x 100 x 20, foto Emilio Tremolada, 1968.

 

L’artista deve scendere a compromessi per essere apprezzato e conosciuto in un mondo dominato dalla tecnologia e dall’elemento virtuale?

Più che la tecnologia entra in gioco il potere umano delle gallerie e dei critici che viaggia su livelli ben precisi. Sono loro a decidere se venderti o no.

Dove si sta dirigendo l’arte contemporanea secondo lei? Cosa c’è bisogno oggi?

Prima di tutto non mi sembra che ci si stia dirigendo da nessuna parte. Purtroppo l’arte di oggi non fa che rifare sé stessa. Possono rielaborarla anche con la tecnologia, ma di sostanza c’è ben poco.

 

1964 Cronotopia foto Nini e Ugo Mulas

Ritratto, “Cronotopia”, foto Nini e Ugo Mulas, 1964.

 

Se dovesse differenziare in poche parole l’operato del design, dell’architetto, dell’artista quali sarebbero. Dove risiede la differenza tra queste forme d’arte? Esiste?

Entrambe le discipline dovrebbero collaborare assieme. Quindi la parola “differenza” non esiste. Il nostro approccio di lavoro dagli anni ‘60 in poi si può riassumere con la frase che avevamo creato: “integrazione delle arti”. Il discorso deve essere continuo e legato. L’architetto deve conoscere bene l’arte e saperla usare così come l’artista deve sapere collaborare con l’architetto tutto all’interno di un discorso integrativo. Abbiamo sempre lavorato con l’idea di integrazione: un esempio perfetto è stato quello della casa per Giò Ponti.

 

2018 Arch arcology dedicato a Paolo Soleri realizzato in collaborazione con Alcantara Museo MAXXI Roma

"Arch/arcology", dedicato a Paolo Soleri, realizzato in collaborazione con Alcantara, Museo MAXXI, Roma, 2018.

 

Quale artista del passato stima di più?

Giò Ponti. Ho una particolare stima per la sua persona. Qualsiasi cosa lui abbia prodotto, dal design all’arte ha sempre un grande stile e la sua indubbia impronta. Questo è fuori discussione, è il massimo. Poi c’è Lucio Fontana. Lo adoravo, l’ho sempre amato e continuo ad amarlo. Lo amo quasi più ora di prima. Lui aveva la forza dell’arte, la forza di essere nell’arte e la emanava sempre. Stare vicino a lui era il massimo.

Il Movimento Zero può avere influenzato la sua idea di arte?

Non l’ha mai influenzata. È stato un momento interessantissimo dal ’58 alla fine degli anni ’60 in cui in tutta l’Europa si sperimentava questo tipo di arte. Nessuna influenza “Zero” era l’etichetta fatta per noi.

 

2017 Nanda Vigo Global Chronotopic Experience Spazio San Celso MIlano foto Marco Poma

Nanda Vigo Global Chronotopic Experience Spazio San Celso MIlano foto Marco Poma, 2017.

 

La rivista si chiama Quid Magazine perché vuole indagare il quid del processo creativo. Per lei cos’è il Quid?

Lo spirito che riesce ad imprimere l’artista. Quell’essenza che riconduce tutte le opere ad un unico artista in quanto hanno la sua forza creativa all’interno, come accade per le opere di Giò Ponti. Rimane impresso nei gesti che sono il lavoro stesso.

Un suo consiglio che vorrebbe dare agli artisti di oggi?

Prima di tutto il consiglio è di studiare la storia dell’arte per capire cos’è. I giovani d’oggi non sanno andare oltre vent’anni indietro. Non sanno cosa ci sia prima, sembra che non gli importi più nulla. Se non si assimila quello che è successo non si potrà mai andare avanti.

 

2007 Nanda Vigo Genesis Light installation view Palazzo Crivelli Galleria Calvi Volpi foto Gabriele Tocchio

Nanda Vigo Genesis Light installation view Palazzo Crivelli Galleria Calvi Volpi foto Gabriele Tocchio, 2007.

 

Qual è il periodo della sua carriera che ricorda più volentieri?

Gli anni ‘60. Non avevamo una lira, ma facevamo lo stesso i lavori. Si andava in giro a vedere le mostre, ma andava benissimo. È stato un periodo bellissimo.

 

1968 Ambiente Cronotopico Eurodomus Torino foto di Ugo Mulas

Ambiente Cronotopico Eurodomus Torino foto di Ugo Mulas, 1968.

 

Come mai ora che gli artisti hanno di più forse non sono in una condizione migliore rispetto al passato?

Perché sono tutti convinti che quelle due o tre cose (balle) presenti nel computer siano il massimo per arrivare dove si vuole. Non portano da nessuna parte. Il benessere oggi è esagerato. La gente non se ne rende conto, ma tutto questo taglia le gambe a ogni cosa. Tutto è facile, raggiungibile e quindi alla fine è niente. Noi non avevamo nessuna comunicazione. Questa troppa facilità anche di comunicare ha viziato una certa categoria di ragazzi che vuole tutto subito. La conseguenza è un disinteresse o un interesse non abbastanza profondo per creare le cose.