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L'annegato, 1974, olio su tela, cm 130x150

 

VENEZIANO POP Luciano Zarotti e Ca' Pesaro negli anni '70-'80

Dal 20 Gennaio fino al 18 febbraio 2018, presso la Galleria Internazionale d’Arte Moderna

La nuova stagione espositiva della Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro si apre con una serie di approfondimenti sull’arte del XX secolo, che sarà riesaminata anche alla luce di una delle figure più importanti legate a questo monumentale luogo, come quella della duchessa Felicita Bevilacqua La Masa, il cui amore per le vicende artistiche del suo tempo e l’impegno per la destinazione stessa del palazzo di San Stae, fondamentale per il futuro sviluppo dell’avanguardia capesarina, furono determinanti.

In questo contesto si colloca la prima esposizione dal 20 gennaio al fine 18 febbraio, dedicata a una fase nodale del lavoro di Luciano Zarotti situata tra i primi anni ‘70 e la fine degli anni ’80, coincidente con la sua attività proprio nell’ambito della Fondazione Bevilacqua La Masa.

Di Zarotti, nato a Venezia nel 1942, il museo conserva due importanti tele - La finestra del poeta e Paesaggio - provenienti proprio dalle Esposizioni Bevilacqua La Masa, rappresentanti dell’altissimo traguardo di un’intera stagione artistica condensata in lavori ricchi di coraggio e ambizione.


Allestita dal 20 gennaio al 18 febbraio nelle sale espositive al secondo piano e in quelle al piano terra del museo, la mostra, a cura di Stefano Annibaletto e Marina Wallace, intende dare conto della produzione tra i primi anni ’70 e la fine degli anni ’80 dell’artista , considerato uno dei “figli Bevilacqua La Masa”.

Nel 1967 Luciano Zarotti, all'epoca venticinquenne, avvia la sua attività all'interno dell'Opera Bevilacqua La Masa di Venezia in uno degli studi concessi ai giovani artisti a Palazzo Carminati. Qui lavorerà fino al 1975.
A Parigi, dove soggiorna a più riprese negli anni precedenti, l'impatto con la pop art europea scuote profondamente la sua cultura visiva basata sulla tradizione figurativa veneziana.

Dall'incontro con i disegni di Graham Sutherland il suo trasporto verso la natura, le isole e l'acqua della laguna s’innesta in una simbologia vegetale che diviene elemento di primo piano nella composizione dei suoi dipinti.
Assieme alla scoperta delle piscine di David Hockney, dei suoi tuffi, dei suoi blu, queste immagini si stendono in una partitura accordata su un nuovo sentimento dello spazio che il premio a Robert Rauschenberg, alla Biennale d'arte del 1964, comincia a far circolare anche a Venezia.

Le grandi tele presenti in mostra, ed esposte al secondo piano, sintetizzano i risultati di vent'anni di ricerche, in cui Zarotti fonde in una personale visione pittorica i molti stimoli provenienti dalle esperienze contemporanee, mantenendo al centro del suo racconto l’indagine sul mistero dell’esperienza umana e affiancando a una nuova sintassi compositiva il tonalismo, la tavolozza, la tecnica e le materie, l’attenzione alla luce appresi dai maestri veneziani del passato.

Completa la mostra, nelle salette al piano terra, una selezione di incisioni con le quali, fin dalla sua prima personale alla Bevilacqua La Masa, nel 1970, l’artista sperimenta composizioni, segni, effetti chiaroscurali, in lastre spesso di grandi dimensioni, cosa non consueta nella tradizione calcografica, in un percorso complementare a quello della sua pittura.

‘Nei tormentati anni settanta si leva un urlo umano – scrive nel bel catalogo che accompagna la mostra edito da Antiga (Crocetta del Montello, TV, 2018) Elisabetta Barisoni, responsabile di Ca’ Pesaro – in cui si mescolano numerose eco, di Francis Bacon e Lucian Freud, di David Hockney e di Georg Baselitz, di David Salle e di Enzo Cucchi, di Richard Hamilton e di Chaïm Soutine, condensate in una figurazione espressiva e in una coerenza creativa che è soprattutto ed esclusivamente la firma di Luciano Zarotti’.

In occasione della mostra è inoltre stato prodotto un film documentario sull'artista, realizzato da Pierantonio Tanzola, che verrà proiettato all'interno del percorso espositivo.

Note biografiche
Luciano Zarotti nasce a Venezia nel 1942. Si forma all’Académie des Beaux-Arts di Parigi e alla Scuola libera del nudo dell’Accademia di Belle Arti di Venezia sotto la guida di Luigi Tito, di cui diviene in seguito assistente, subentrandogli infine come titolare alle cattedre di Tecniche pittoriche e Affresco. Insegna per quarant’anni. Dalla fine degli anni ‘60 collabora con la Fucina degli Angeli di Egidio Costantini ed è membro dell’Associazione Incisori Veneti.
Sue opere figurano alla Galleria Internazionale d'Arte Moderna di Ca’ Pesaro, al Pushkin Museum di Mosca, al Gabinetto delle stampe di Firenze e in importanti collezioni pubbliche e private. Vive e lavora tra Venezia e Montemassi (Grosseto).

 

 

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 Carlo Mollino - Mimì Schiagno, 1952-1960 c. (Politecnico di Torino, sezione Archivi biblioteca Roberto Gabetti, Fondo Carlo Mollino)

 

L’occhio magico di CARLO MOLLINO. Fotografie 1934-1973

Dal 18 Gennaio 2018 fino al 13 Maggio 2018, presso CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia

Walter Guadagnini, Direttore di CAMERACentro Italiano per la Fotografia, ha scelto per l’avvio della stagione espositiva del 2018 una mostra insieme molto torinese e altrettanto internazionale, dedicata a Carlo Mollino.
“L’occhio magico di Carlo Mollino. Fotografie 1934-1973”, a cura di Francesco Zanot, sarà a CAMERA (Torino), dal 18 gennaio al 13 maggio 2018. L’esposizione attraversa l’intera produzione fotografica di Carlo Mollino, in un percorso di oltre 500 immagini tratte dall’archivio del Politecnico di Torino. Questa iniziativa fa seguito alla mostra “Carlo Mollino. In viaggio”, tenutasi presso CAMERA nella primavera del 2016, a testimonianza del rafforzamento della collaborazione tra Politecnico e CAMERA, anche grazie a un accordo di collaborazione siglato nell’aprile di quest’anno.
L’attività di CAMERA è realizzata grazie a Intesa Sanpaolo, Eni, Reda, Lavazza, in particolare la programmazione espositiva e culturale è sostenuta dalla Compagnia di San Paolo.

Tra i più noti e celebrati architetti del Novecento, Carlo Mollino ha da sempre riservato alla fotografia un ruolo privilegiato, utilizzandola sia come mezzo espressivo, sia come fondamentale strumento di documentazione e archiviazione del proprio lavoro e del proprio quotidiano. Questa esposizione, la più grande e completa mai realizzata sul tema, indaga il rapporto tra Mollino e la fotografia evidenziandone l’unicità e le caratteristiche ricorrenti, a partire dalle prime immagini d’architettura realizzate negli anni Trenta fino alle Polaroid degli ultimi anni della sua vita. Sulle orme del padre Eugenio, ingegnere e appassionato fotografo, Carlo Mollino si è avvicinato a questo linguaggio espressivo fino dalla gioventù, sviluppando non soltanto un vasto corpus di immagini a metà tra il canone della tradizione, di cui aveva consapevolezza profonda, e lo slancio della sperimentazione, ma anche una peculiare coscienza critica che lo ha condotto a pubblicare nel 1949 “Il messaggio dalla camera oscura”, volume innovativo quanto fondamentale per la diffusione della cultura fotografica in Italia e la sua accettazione tra le arti maggiori. Questa mostra si propone così di approfondire la straordinaria complessità e fecondità della riflessione di Carlo Mollino sulla fotografia, situandolo definitivamente nella storia di questa disciplina attraverso un percorso che alterna grandi classici a opere del tutto inedite e mai precedentemente esposte.
Superando qualsiasi classificazione tra generi, incompatibile con la stessa natura molteplice e sfaccettata di Carlo Mollino, che porta avanti contemporaneamente progetti e interessi molto diversi facendoli inevitabilmente confluire tra loro, la mostra è suddivisa in quattro sezioni tematiche, ognuna intitolata con una citazione tratta dagli scritti dello stesso autore.

Nella prima sezione, “Mille case”, sono raccolte le immagini relative al tema dell’abitare, che caratterizza ovviamente una porzione fondamentale del lavoro fotografico di Mollino: oltre alle immagini degli edifici (Mollino è tra i pochi architetti che, dopo averle realizzate, reinterpretano con la fotografia le proprie costruzioni), compaiono qui still-life di oggetti domestici, ritratti ambientati nei celebri interni progettati da lui stesso, e una serie di istantanee riprese durante i suoi viaggi come annotazioni visive di architetture più o meno note, dalle case in legno e paglia della campagna rumena al Guggenheim Museum di Frank Lloyd Wright a New York, dai mulini olandesi alla Chandigarh di Le Corbusier.

La seconda sezione, “Fantasie di un quotidiano impossibile”, è centrata sull’atmosfera e le ispirazioni surrealiste che pervadono una parte della produzione fotografica molliniana. È il capitolo più libero e imprevedibile dell’intera mostra. Include fotografie molto diverse tra loro, sempre tese a mettere in discussione la realtà rappresentata: ci sono immagini di vetrine che ricordano quelle riprese a Parigi da Eugène Atget, fotografo prediletto da Man Ray, oggetti isolati nell’inquadratura e caricati di una vita misteriosa, specchi che nascondono e moltiplicano ogni cosa, fotografie di altre fotografie, fotomontaggi di progetti architettonici realizzati a partire da modelli di piccole dimensioni, fino a una selezione di preziose immagini tratte dalla pubblicazione “Occhio magico”, del 1945.

“Mistica dell’acrobazia” è il titolo della terza sezione, interamente dedicata a un altro interesse molto speciale di Carlo Mollino, quello per la velocità, il movimento e la dinamica. Sono qui riunite fotografie sul tema del volo, che Mollino praticava da provetto pilota acrobatico, dell’automobilismo, con particolare attenzione alla vicenda del Bisiluro, automobile da lui progettata (insieme a Mario Damonte ed Enrico Nardi) e con cui aveva partecipato alla “24 ore di Le Mans” nel 1955, e dello sci, con una selezione di fotografie di linee tracciate dagli sciatori sulla neve, sinuose come i profili del design del genio torinese.

La quarta sezione, “L’amante del duca”, la più ampia della mostra con oltre 180 fotografie selezionate, è infine dedicata al tema del corpo e della posa. Qui sono messi a confronto tra loro due soggetti fondamentali dell’intero corpus fotografico molliniano: i ritratti femminili (oltre alle celeberrime Polaroid, sono esposte numerose stampe originali in bianco e nero e a colori) e gli sciatori. Entrambi sono il frutto di una meticolosa operazione di messinscena di Mollino, che dimostra una particolare attenzione per il controllo della posa, riprendendo ossessivamente gli stessi gesti. Gli sciatori sono colti in posizioni che individuano la perfezione del gesto tecnico (direttore della commissione delle scuole e dei maestri di sci, Mollino pubblica nel 1951 il manuale “Introduzione al discesismo”), mentre le donne, reminescenti della statuaria antica, replicano senza sosta atteggiamenti simili, sullo sfondo degli stessi scenari e vestite nei medesimi abiti. La mostra si completa infine con alcuni documenti, tra cui lettere, manoscritti, dattiloscritti originali (relativi in particolare alle successive stesure de “Il messaggio dalla camera oscura”), e una serie di cartoline collezionate da Carlo Mollino in ogni angolo del mondo che evidenziano, oltre a un atteggiamento di costante ricerca e curiosità, l’interesse vivo per la fotografia in ogni sua declinazione ed espressione.


Tutti i materiali in mostra, salvo alcune eccezioni opportunamente indicate, provengono dalle collezioni del Politecnico di Torino, Archivi Biblioteca Gabetti, Fondo Carlo Mollino.

 

INFORMAZIONI

“L’occhio magico di Carlo Mollino. Fotografie 1934-1973”
Dal 18 gennaio al 13 maggio 2018
CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia
Via delle Rosine 18, 10123 – Torino www.camera.to |Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

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 Andy Warhol - The Last Supper ©Collezione Gruppo Credito Valtellinese

 

Call for Iolas’ House

Mostra a cura di Stefania Briccola, Leo Guerra, Cristina Quadrio Curzio prodotta dalla Fondazione Gruppo Credito Valtellinese, dedicata alla villa-relitto del leggendario gallerista Alexander Iolas

La mostra “Call for Iolas’ House” sarà visitabile dal 15 dicembre 2017 al 4 marzo 2018, a cura di Stefania Briccola, Leo Guerra, Cristina Quadrio Curzio – prodotta dalla Fondazione Gruppo Credito Valtellinese - è dedicata alla villa-relitto del leggendario gallerista Alexander Iolas (Alessandria d'Egitto, 25 marzo 1907 – New York, 8 giugno 1987).
Alexander Iolas fu il primo direttore artistico della Galleria Gruppo Credito Valtellinese - Refettorio delle Stelline di Milano- e colui che commissionò ad Andy Warhol il dipinto “The Last Supper” - oggi in collezione Creval - ispirato dal capolavoro di Leonardo da Vinci situato proprio di fronte alla Galleria.
La villa, costruita fra il 1965 e il 1968 ad Agia Paraskevi ad Atene con il contributo di svariati architetti e con la consulenza degli stessi artisti, nelle intenzioni del suo proprietario doveva diventare un museo vivo dedicato all’arte contemporanea, ma oggi è solo un monumento dedito all’assenza e al declino: dopo la morte improvvisa di Iolas, dapprima l’importante collezione di opere d’arte contemporanea e antica, poi le partizioni ornamentali con gli arredi interni ed esterni, sono stati sottratti e vandalizzati.
La mostra che prende avvio in Sicilia, a Palazzo Costa Grimaldi ad Acireale (Catania), dal 15 dicembre 2017 sino all’inizio di marzo 2018, focalizzerà la triste ed avvincente storia della villa attraverso le testimonianze di alcuni artisti e galleristi che vi hanno lavorato o risieduto occasionalmente (tra cui Novello Finotti, Fausta Squatriti, Marina Karella, Renos Xippas..), accresciuta dai racconti del suo biografo ateniese e di altre figure, italiane ed internazionali, appartenute a vario titolo alla ‘scuderia Iolas’ nel secondo dopoguerra, oggi assurte al ruolo di personalità della cultura e delle arti sulla scena internazionale.
Il titolo “Call for Iolas’ House” suggerisce un monito e contemporaneamente una richiesta.
La speranza dei curatori è quella di focalizzare l’attenzione del pubblico attorno a un autentico sito archeologico della contemporaneità attualmente non riconosciuto, tracciandone al contempo una prospettiva di rinascita come luogo di scambio e di produzione della cultura del contemporaneo.
La storia dell’arte contemporanea è passata da Villa Iolas e dal suo leggendario fondatore, mercante e collezionista.
Al suo interno furono sistemate, in forma quasi sempre complementare allo spazio architettonico e all’affascinante giardino attico che la circonda, opere di Warhol, Ernst, Brauner, de Saint Phalle, Tinguely, Takis, Fontana, Finotti, Karella, De Chirico, Berrocal, Mattiacci e numerosi altri protagonisti delle avanguardie del XX secolo, della Pop Art e del Nouveau Réalisme. La perdita, certo definitiva vista la dispersione commerciale e lo smembramento, della collezione Iolas avvenuta negli ultimi trent’anni, impone al progetto espositivo due percorsi: quello dell’esposizione di una serie di opere ‘di confronto’, esperibili nelle collezioni private internazionali e nella collezione del Credito Valtellinese e quello della ricostruzione scenografica di selezionate installazioni artistiche della villa, attraverso il re-made dei capolavori perduti.
In quest’ultimo intervento la Fondazione Gruppo Credito Valtellinese ha voluto coinvolgere allievi ed insegnanti dei licei artistici di Giarre, in provincia di Catania, e di Morbegno in provincia di Sondrio, sedi nelle quali il Gruppo Credito Valtellinese opera commercialmente.
In mostra anche un video originale con le testimonianze di personalità che furono vicine a Iolas. Dal suo biografo Nikos Stathoulis, ad André Mourge, che fu suo compagno di vita, ad artisti come Marina Karella, Fausta Squatriti, Novello Finotti. Ma anche testimonianze di chi lavorò con lui e di semplici “uomini della strada” che, nella Atene di oggi mostrano l’oblio in cui sembra essere caduto “Alessandro il Grande”, uno dei mercanti più famosi al mondo di cui nessuno ha sentito parlare. E con lui, la sua mitica casa in Agia...


Inaugurazione
giovedì 14 dicembre ore 19, Galleria Credito Siciliano
Orari e ingressi
Galleria Credito Siciliano
da mercoledì a domenica 10.00 - 12.00 \ 17.00 - 20.00
aperture straordinarie su prenotazione
chiuso lunedì e martedì
INGRESSO LIBERO

Informazioni
Coordinatore area Sicilia – Filippo Licata tel. +39 095.600.208
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Galleria Credito Siciliano
tel. +39 095.600.208 | Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. - www.creval.it


 

Mazzon Fantasie colorate 1949 Coll. Maria CERNUSCHI GHIRINGHELLI. 421x590 Copia

Mazzon, Fantasie colorate, 1949. Coll. Maria CERNUSCHI GHIRINGHELLI 

 

Una visione astratta

Opere dalla Collezione Maria Cernuschi Ghiringhelli in esposizione al museo MAN di Nuoro

L'esposizione sarà visibile presso il MAN di Nuoro dal 1 dicembre fino al 25 febbraio 2018. La mostra è a cura di Ilaria Bonacossa e Francesca Serrati, in collaborazione con il Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce, Genova“Una visione astratta. Opere dalla Collezione Maria Cernuschi Ghiringhelli” si propone di presentare al pubblico il cuore di questa collezione privata, rappresentativa di un momento storico e artistico fondamentale, ma anche specchio di storie, scelte, pulsioni e sentimenti personali della sua artefice.

Maria Cernuschi Ghiringhelli è stata una figura unica nel panorama dell’arte italiana tra le due guerre. Considerata la “musa astratta” di Carlo Belli e Osvaldo Licini, all’inizio del 1930 divenne un’appassionata sostenitrice dell’arte astratta italiana e internazionale, riuscendo a intercettare le proposte più innovative con una grande autonomia di giudizio. Una Peggy Guggenheim italiana, capace di intrattenere solidi rapporti con gli artisti, anche quelli più giovani e non ancora affermati, poiché ciò che più le interessava era “seguire e se possibile incoraggiare, gli sviluppi di un tipo di ricerca artistica in cui credevo”. 

Partendo da alcuni opere chiave dell’astrattismo italiano degli anni Trenta, passando per le ricerche percettiviste e preconcettuali degli anni Sessanta, fino all’arte Optical e la Nuova Pittura degli anni Settanta e Ottanta, la mostra, a cura di Ilaria Bonacossa e Francesca Serrati, ripercorre la storia della collezione - conservata presso il Museo di Villa Croce a Genova - dialogando con alcuni dei principali movimenti artistici e autori del Novecento italiano. 

L’incontro di Maria Cernuschi con l’arte si deve al marito Gino Ghiringhelli, artista e proprietario della galleria milanese “Il Milione”, luogo fondamentale per la promozione dell’arte astratta in Italia. Tra il 1934 e il 1935 la galleria presenta il lavoro di artisti quali Kandinsky, Vordemberge-Gildewart, Albers, Fontana, Licini, Melotti ed è il primo spazio espositivo a ospitare opere di Soldati, Radice, Rho e Veronesi. Nel 1933 la Galleria aveva supportato la pubblicazione di Kn, saggio di critica d’arte di Carlo Belli, dedicato proprio a Maria Cernuschi Ghiringhelli, e definito da Kandinsky “il vangelo dell’arte astratta”. 

Nel 1940, anno della separazione dal marito, Maria Cernuschi inizia ad acquistare una serie di quadri che diventano testimonianza di una nuova fase della sua vita, rappresentando, più che una scelta documentaria, una spinta sentimentale che la porta a definire la propria raccolta non come una collezione razionale, ma più semplicemente come la “sua” collezione (“i miei quadri”). Nel 1950, stanca dell’ambiente milanese, si trasferisce in Liguria, dove respira un clima nuovo, culturalmente vivo, grazie alla presenza di un nutrito gruppo di artisti attivi soprattutto presso le fabbriche di ceramica di Albisola.

A partire dal 1965 gli acquisti si fanno sempre più frequenti e le scelte più rigorose.  I criteri di acquisizione abbandonano la sfera privata e si orientano sempre più verso il tentativo di documentare in maniera organica gli esiti della ricerca artistica contemporanea, soprattutto italiana, nell’ambito dell’astrazione. Una scelta che, negli anni Settanta, trova un elemento di specificità nell’attenzione alla ricerca portata avanti nel contesto ligure. 

Maria Cernuschi Ghiringhelli è stata capace di cogliere gli elementi di novità nella produzione artistica del suo tempo senza attenderne la consacrazione da parte della critica o del mercato, come testimoniano le date – tutte precoci -  dei lavori di Piero Manzoni, di cui in mostra è possibile vedere uno dei primi Achrome, di Agostino Bonalumi, di Lucio Fontana, di Osvaldo Licini, di Gino Ghiringhelli di Bruno Munari e di numerosi altri autori. Una lungimiranza nelle scelte affiancata e supportata dallo stretto e mai interrotto rapporto con le generazioni artistiche attive prima della guerra, ed in particolare proprio Melotti, Soldati, Munari e Fontana. 

Se l’interesse di una collezione privata lo si può ricondurre soprattutto alla sua originalità, alla sua “differenza” dalle altre, dettata da una visione, da incontri e da esperienze personali, quella di Maria Cernuschi può essere senza dubbio considerata una delle collezioni italiane più interessanti del Novecento. 

 

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Michele Ciacciofera - Emisferi Sud

La mostra, a cura di Bonaventure Soh Bejeng Ndikung, sarà visibile dal 1 dicembre fino al 25 febbraio 2018 presso il museo MAN di Nuoro

Partendo da un approccio antropologico, la ricerca di Ciacciofera ruota attorno all’universo del Mediterraneo concentrandosi su tematiche riconducibili ai suoi luoghi d’origine - la Sardegna e la Sicilia in particolare – che l’artista rilegge nel loro aspetto storico e culturale, politico e sociale, attraverso l’uso di differenti media artistici che spaziano dalla pittura alla scultura, dal disegno all’installazione e al suono. 

Il progetto realizzato per il Museo MAN ha come tema di fondo la dimensione sociale e culturale, storica e attuale, del macrocosmo mediterraneo. Un mare i cui popoli hanno da sempre tessuto relazioni di ogni tipo, dando vita a un amalgama di etnie, linguaggi, sapori, leggende e tradizioni. Culla di civiltà millenarie, luogo di transiti, di scambi commerciali e culturali, ma anche di guerre e di conflitti, così come oggi di migrazioni e naufragi, il Mediterraneo diventa, nella visione dell’artista, metafora di un nuovo umanesimo per la creazione di valori sociali, politici e culturali alternativi. 

In particolare Emisferi Sud è la sintesi di due progetti Janas code e The Density of the Transparent Wind, recentemente presentati alla 57ma Biennale di Venezia e a dOCUMENTA 14 di Kassel e Atene. Il primo, in cui la dimensione dell’arcaico e del contemporaneo trovano un punto di incontro, è il frutto di una ricerca sulle Domus de Janas, grotte di epoca neolitica rese leggendarie nella tradizione popolare e letteraria sarda, che l’artista concettualmente sintetizza e reinterpreta. 

Il secondo, l’installazione sonora realizzata in occasione di dOCUMENTA 14, rimanda invece all’attività dei pescatori in Sicilia, al loro rapporto con la natura e soprattutto alla dimensione solidale che caratterizza la loro vita anche rispetto alle grandi criticità del mondo contemporaneo e del Mediterraneo in particolare. Le riflessioni sul mare e sulle attività umane correlate a esso vengono in questo lavoro analizzate attraverso un prisma antropologico, tramite registrazioni di voci, rumori e suoni che, manipolati digitalmente e ritmicamente, danno esito a una composizione astratta capace di raccontare la complessa esperienza del mare e della convivenza attraverso il lavoro. 

Per la mostra al MAN Ciacciofera presenterà due installazioni inedite facenti parte dei suddetti progetti che sintetizzano e convogliano su un unico piano di lettura le due diverse ricerche, nell’intento di aprire a una riflessione complessiva sulla storia del Mediterraneo e dei suoi confini. 

A questi due lavori sarà affiancata una terza installazione, dal titolo Life Swing, concepita appositamente per la mostra Emisferi Sud e in particolare per lo spazio verticale che, attraverso le scale, separa i piani del museo. L’altalena, su cui dondola il libro La questione sarda di Antonio Gramsci, rappresenta una metafora dell’oscillazione nel tempo e nello spazio del pensiero umano, un gioco magico che contempla il rapporto tra la vita e la morte, tra l’origine, il presente e il futuro.

Michele Ciacciofera (Nuoro, 1969) vive e lavora a Parigi. Dopo la formazione in scienze politiche, antropologia e sociologia a Palermo ha frequentato lo studio di Giovanni Antonio Sulas a Nuoro. Ha partecipato a numerose esposizioni in Italia e all’estero, sia collettive che personali, tra le quali, in tempi recenti, la 57° Biennale d’Arte di Venezia, Viva Arte Viva, Venezia 2017, dOCUMENTA 14, Learning from Athens, Kassel/Atene 2017, Enchanted Nature, Revisited, CAFA Museum, Pechino 2016, Nel Mezzo del Mezzo, Museo Riso, Palermo 2015, What we call love – from Surrealism to now, IMMA Museum, Dublino 2015, I hate the indifferent, Summerhall, Edinburgo 2014, Odio gli indifferenti, Palazzo Montalto, Siracusa 2014.