Una foto non è mai finita. Ogni volta è un arricchimento inaspettato
 
 
 

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Una foto non è mai finita. Ogni volta è un arricchimento inaspettato

 

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  Copyright M. Beucci
 

Da Pyongyang a Seoul, un viaggio verticale per cogliere un cambiamento di prospettiva. Intervista al fotoreporter Alessandro Belgiojoso.

By Camilla Delpero

 

La scorsa volta ho ammirato le foto del tuo viaggio in Corea, consapevole dei problemi legati alle foto che si possono e non si possono scattare. Ci puoi raccontare qualche aneddoto?

Quello che si può e non si può fare è una cosa di mestiere, la impari nel tempo ed è differente da luogo a luogo. Arrivi in paesi come l’India dove ti fermano per strada, in quanto se non li fotografi si offendono. Un altro esempio differente è il Pakistan, uno dei paesi meno aperti in cui gli uomini vogliono farsi fotografare, ma se provi a fotografare una donna inizia una rivolta.

Qual è il paese più complicato per divieti?

La Corea del Nord è sicuramente un paese non solo regolamentato da molte liberatorie, ma è anche escluso a priori. Oggi nella capitale Pyongyang sono abituati e non hanno più questo riserbo a farsi fotografare, tuttavia non puoi fotografare i militari, i lavoratori, perché hanno un loro codice di apparenza che deve essere sempre al rispettato al massimo. La Street photograpy (fotografia da strada) è lontano dalla loro cultura, dove tutti devono essere sempre in posa e perfetti. Sono stato una delle poche persone che ha fatto una mostra in Corea del Nord e l’unico che ha fatto la stessa mostra anche al in Corea del Sud. Purtroppo al Nord non ho potuto mostrare completamente il Sud, ma solo la fotografia più simbolica, quella che rappresenta il superamento del confine, che era anche il tema della mostra. Tuttavia non ho potuto far vedere i grattacieli di Seoul a Pyongyang. La più bella fotografia che ho scattato in quel paese è stata una rubata. Avevo una macchina fotografica di cui non si vedeva l’obiettivo e ho ripreso delle persone che camminavano per strada dallo sguardo naturale e meraviglioso. È un paese di persone aperte, carine, ma istruite ad essere prevenute verso lo straniero, soprattutto davanti alla macchina fotografica. Hanno paura che sia usata contro il proprio paese e possa essere causa di critica. In questo senso è molto difficile. Tutto questo oggi sta cambiando, anche se il cambiamento è molto lento. Quando ero ragazzino esisteva quel mondo lì dal confine dell’Austria in poi. Oggi quel mondo non c’è più salvo che in Corea del Nord, dove tutto è rimasto come un tempo. A differenza della città trovo che in Corea sia particolarmente interessante il mondo rurale, ma è un’immagine ovvia. Se si va in certi paesi come l’India, come quando sono andato con mia moglie nel Bengala, è molto bello vedere ancora la gente che vive in maniera primitiva, nelle capanne di paglia, ma è un’immagine più folkloristica, meno interessante dal punto di vista del mio lavoro. È molto più stimolante vedere la vita frenetica e moderna, vedere i grattacieli della Corea del Nord con degli schemi visuali completamente diversi dal nostro. Loro hanno un codice visivo tutto loro e dal mio punto di vista lavorativo questo mi interessa molto di più.

 

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Redentore #15 (blu), Anno 2010, 183x135, Edizione 6 

 

Qual è il tuo maestro?

Sono stato molto contaminato da persone molto diverse. La prima persona è stato sicuramente Giuseppe Panza il quale, mentre lo accompagnavo a casa di strada dopo dei corsi serali di arte contemporanea organizzati dal FAI, mi poneva sempre delle domande, dei quesiti che mi hanno fatto crescere e riflettere capendo che tutti abbiamo dei limiti. Sono contento di esserne cosciente e grazie a questo di poter andare avanti. 

Com’è nato il tuo lavoro? Sei un fotoreporter, raccontaci qualche esperienza?

Nasco per una serie di circostanze favorevoli, in un momento topico della mia vita.  All’epoca lavoravo in un altro settore, e scattavo per puro diletto; un mio amico mi compra delle stampe che ho quindi portato da un vecchio corniciaio milanese, un signore di 90 anni straordinario. Quella mattina entra dal corniciaio un importante gallerista Milanese che mi chiede dove le avessi comprate. Da lì ho quindi iniziato a fare il mestiere del fotografo. Devo anche ringraziare uno zio che mi regalò una macchina digitale portatile che avevo quindi sempre con me, in un momento in cui i telefonini di cui sopra non esistevano.

 

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Molti rimpiangono l’analogico. Tu cosa ne pensi?

Io sono un “nativo digitale”, ho iniziato grazie al digitale e ho subito molto l’iniziale onta del digitale. Ma all’inizio si hanno sempre mezzi molto scarsi. Ho iniziato con machina usata, non avevo apparecchiature professionali di elevato livello. Una delle mie prime fotografie usciva da un file da 128k, tuttavia sono riuscito a stamparla. È stata quella fotografia che mi ha permesso di iniziare il mio percorso. Riconosco di essere stato molto fortunato oltre all’impegno notevole che c’è dietro ogni professione. Ed ho spesso trovato più frustrazione nei “colleghi artisti” che nei miei vecchi “colleghi d’ufficio”. I grandi artisti spesso vivono con un conflitto interiore che però è anche la loro forza. Ma questa forte voglia di emergere mi ha molto stupito molto.

Oggi tutti sono “fotografi” basta un cellulare ed è tutto più facile. Quando secondo te la fotografia passa dall’essere amatoriale ad essere “opera d’arte?”

Le case produttrici di macchine fotografiche usano noi professionisti, ma vivono sugli amatori. Lo smartphone è più comodo della macchina fotografica, è sempre li, si scatta in qualsiasi momento. Ma per un progetto parto con l’attrezzatura adatta, anche se il cellulare c’è sempre, anche il professionista lo usa in quanto è più versatile e immediato. Oggi grazie alla tecnologia e non alla tecnica, puoi avvicinarti alla qualità di una macchina professionale, non è lo stesso, ma ti ci avvicini parecchio. La cosa innovativa è che il messaggio può essere allo stesso tempo importante e incisivo sia con una macchina professionale che con la fotocamera di un cellulare. Questo è il paradosso. Mentre prima c’era una persona che scattava la foto, la stampava, la dava all’agente e questo si preoccupava inseguito di pubblicarla sui media che la acquistavano, oggi è tutto molto più veloce e disintermediarizzato. 

Crea confusione questa accessibilità?

Sicuramente si, ma questa confusione c’è sempre stata. La filiera del mondo della fotografia è fatta dal fotografo e da una serie di intermediari che possono essere il photoeditor, gli agenti, le gallerie; In generale é gente talmente esperta che già dalle prime immagini vedono se c’è un progetto valido o meno. Come sempre il mondo del professionismo è un ambito ristretto e pochi possono accedervi ed avere successo.

 

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Redentore #16 (rosso), Anno 2010, Misure 183x135, Edizione di 6 

 

Ci sono altri paesi che ti sono entrati nella memoria, che ricordi per progetti realizzati?

Un paese che mi ha particolarmente arricchito è stata la Mongolia, una terra ancora incontaminata. Questo è molto bello in quanto esiste ancora una ruralità in cui gli uomini sono legati a un sistema di vita legato alla terra, ma non ammassati come in India. Noti queste distese immense popolate da poche persone con i propri animali. Quando il territorio è molto arido, hai bisogno di grandi dimensioni per sopravvivere. Questo lusso di avere immense porzioni spazio oggi, nella nostra vita, è molto difficile. Comunque mi mancano molti posti da vedere.

Non ti sei concentrato su un’area specifica?

È bello variare sia continente sia come progetto/soggetto. Il turismo più strano è stato il viaggio in Corea nel 2005, dove vivi in città completamente asettiche, io lo chiamo un viaggio verticale, dove avverti un importante cambio di prospettiva. Questi sono i viaggi più intesi. Una volta ho fatto un viaggio puramente naturalistico in un’area protetta del Gabon, un lungo viaggio a piedi all’interno di una foresta mai tagliata dall’uomo. Per fare questo tipo di esperienza devi avere un naturalista che abbia accesso ad una riserva di cui si occupa, in questo caso hai un accesso al fuori delle convenzionali mete turistiche, quindi sei lontano dall’antropizzazione che purtroppo devasta ogni luogo. Dal punto di vista fotografico non sono riuscito a fare delle fotografie particolarmente belle, ma sicuramente è stata un’esperienza arricchente dal punto di vista umano e naturalistico. 

Quindi quando fai un viaggio hai già un progetto da realizzare oppure  il progetto nasce osservando e vivendo il luogo?

In Corea il progetto è nato lì. In Corea del Nord sono andato in quanto con amici volevamo trovare un viaggio non solo più orizzontale. L’idea del viaggio è nata in seguito all’esperienza avuta in cima ad un vulcano della Kamčatka, una zona a undici ore da qui, dove di fronte a te hai il nulla, se non il cambio data e dove hai la percezione che il mondo é finito. Da questa forte esperienza è nata l’esigenza di cambiare prospettiva quindi con altri compagni si rifletteva su dove andare. Da qui l’avventura in Corea del Nord. Dopo un primo viaggio e raccolto del materiale, l’ho presentato negli USA, e in seguito a un invito li scaturito, decido di portarlo in Corea del Sud per mostrare “l’altra Corea”. I fotografi coreani del Sud non avevano praticamente accesso alla Corea del Nord quindi ci voleva uno straniero che potesse mostrare l’altra parte del Paese. Il tema di questo progetto è quello di elaborare il concetto di superamento del confine dal momento che non puoi semplicemente attraversarlo, ma devi passare dalla Cina, fare un altro percorso con mille divieti e problemi. Un altro progetto che ti posso citare è sulla Contemporaneità della Preistoria. Invece di superare un confine materiale o virtuale ho provato ad accostare l’arte del passato con l’arte più contemporanea basandomi sul fatto che l’arte è sempre stata contemporanea ed ha dei codici immutabili nel tempo. Questo me lo ha insegnato un grande collezionista Giuseppe Panza, un uomo illuminante che diceva: “un artista che disegna un sole o un cerchio, simbolo raffigurato già ai tempi delle caverne, ma che mi dice qualcosa di nuovo, per me è arte.” Questo mi ha portato a pensare come certi codici, soprattutto l’uso della luce, non siano mai superati. Ho avuto la fortuna di trovare un luogo in Sicilia, una grande cupola scavata nella roccia in tempi remoti, una specie di Panheon ma molto più antica del Pantheon, con un foro sulla sommità da cui penetrava la luce che cambiava con le stagioni. Da lì  è partito un grande lavoro che ha messo in relazione questo luogo con il lavoro di James Turrel, un grande artista americano che lavora con la luce.

 

 

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Cos’è per te l’arte contemporanea?

Ho già citato la frase di Panza, è arte l’anzamento del pensiero nell’affrontare problemi universali, non semplicemente problemi contemporanei. Nel mondo della fotografia le nuove tecnologiè hanno messo in mano a chiunque uno strumento per fare fotografie con enorme facilità di ripresa e di diffusione.

La rivista si chiama Quid Magazine, dove lo intravedi il quid che rende particolare una foto o un evento, o la vita?

Partendo dalla frase che “una foto non è mai finita”, secondo me il quid è quel continuo scambiarsi idee su una cosa che ho creato, dando così origine ogni volta a un arricchimento inaspettato. Questa è una cosa straordinaria che mi dà grandi soddisfazioni. Oltre alla bella foto, oltre al giusto riscontro mediatico, la cosa più soddisfacente è questo continuo, infinito arricchimento, dato dalle migliaia d’interazioni che gli spettatori continuano a fare. Questo momento creativo è il quid.