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 PH Mariano Bocanegra

 

  

Mariana Telleria artista alla 58. Esposizione Internazionale d’Arte - La Biennale di Venezia con “Il Nome di un Paese” (El nombre de un país)

Marianna Telleria vincitrice del concorso per rappresentare l’Argentina alla 58. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, accompagnata dalla curatela di Florencia Battiti.

Con il suo progetto "Il nome di un paese", Mariana Telleria, l’artista originaria di Santa Fe, ha vinto il concorso aperto per rappresentare l’Argentina alla 58. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, accompagnata dalla curatela di Florencia Battiti, storica dell’arte e docente.

Per la prima volta nella storia degli invii nazionali, il Ministero degli Esteri argentino, attraverso la Direzione per gli Affari Culturali, ha reso pubblico un bando di concorso di notevole carattere federale, ricevendo 68 ante progetti di artisti argentini provenienti da diverse aree del paese.

El nombre de un país (“Il nome di un Paese”) condensa i sedimenti del mondo operativo e concettuale di Mariana Telleria. Il progetto si avvale di sette sculture monumentali che, come una sorta di bestiario punk frankensteiniano, si presenta come il supporto per intuitive trasformazioni sulle cose, come un archivio di sensi sconsacrati, dove l’iconografia religiosa condivide con gli oggetti prodotti dalla cultura popolare, la moda, la spazzatura, lo spettacolo e la natura, una stessa gerarchia orizzontale.

“In queste sculture ho evidenziato il mio interesse a lavorare partendo dalla forma delle singole cose, mettendo in risalto, in qualche modo, il concetto che l’unico elemento naturale è in realtà la convivenza caotica tra oggetti vivi e oggetti inerti, tra cultura e natura, tra ordine e distruzione. Ogni cosa ha una sua anima, la sua impronta formale e la sua storia materiale. C’è tragedia in tutto, ma in tutto c’è anche qualcosa di vivo, segnala l’artista.

Così, con le parole della curatrice, “quando le opere di Telleria mettono le cose (e i loro immaginari) in relazione ad altre cose (e con altri immaginari), esse tracciano collegamenti insospettabili tra i diversi significanti della nostra cultura (l’aspetto sacro, domestico, urbano, naturale) accendendo per attrito, per contatto, nuove scintille di significazione”.

 

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Processo di Opera. Il Nome di un Paese

 

Mariana Telleria è nata a Rufino, provincia di Santa Fe il 19 ottobre 1979. Nel 1998 si trasferisce a Rosario per studiare Belle Arti presso l’Università Nazionale di Rosario (UNR). Ha realizzato progetti specifici, installazioni, mostre individuali e collettive in diverse città e istituzioni private e pubbliche in Argentina e all’estero, tra cui: Ficción primitiva (“Finzione primitiva”, galleria Ruth Benzacar, Buenos Aires (2018); Dios es inmigrante (“Dio è immigrato”, Bienalsur, Museo dell’Immigrazione, Buenos Aires, (2017); Repetition (“Ripetizione”), Fondazione Boghossian, Bruxelles (2016), Tumba del soldado desconocido (“Tomba del milite ignoto”), Università Nazionale di La Plata, Buenos Aires (2015), Las noches de los días (“La notte dei giorni”), Museo Municipale di Belle Arti Juan B. Castagnino, Rosario (2014), Some artists’ artists , Marian Goodman Gallery, New York (2013), Queremos ver (“Vogliamo vedere”), Spazio Contemporaneo Fondazione Proa, Buenos Aires, 2013), El primer momento de la existencia de algo (“Il primo momento dell’esistenza di qualcosa”, Stadio River Plate. Saggio di Situazione II, organizzato dal Dipartimento di Arte della UTDT, Buenos Aires, (2013), Los ángeles (“Gli angeli”), Galleria Ruth Benzacar, Buenos Aires (2013), The Ungovernables, New Museum Triennial, New York (2012), Mortal Kombat, Museo d’Arte Moderna, Buenos Aires (2011), El nombre de un país (“Il nome di un Paese”), Galleria Alberto Sendrós (2009). Vive e lavora a Rosario, Argentina.

Florencia Battiti, nata a Buenos Aires il 18 agosto 1965. Ė curatrice, critica d’arte e docente d’arte argentina e latinoamericana. Dal 2000 svolge funzioni di Capo Curatrice del Parco della Memoria, un ambiente consacrato al ricordo dei desaparecidos, dove si occupa del Programma d’Arte Pubblica e della curatela della sala di esposizioni nella quale si sono tenute le prime mostre di Bill Viola, Alfredo Jaar e Anish Kapoor in Argentina. Ė Professoressa del Master in Curatela dell’Università di Tres de Febrero (UNTREF) e del Dipartimento d’Arte dell’Università Torcuato Di Tella (UTDT). Il suo campo di studio è incentrato sull’arte argentina e latinoamericana dei secoli XX e XXI, con particolare enfasi nelle articolazioni tra pratiche artistiche, pratiche politiche, memorie e diritti umani. Nel 2016 ha conseguito il Premio Radio France Internationale e Radio Cultura per la Promozione delle Arti-Categoria Gestione Pubblica/Istituzioni per il Programma Curatoriale del Parco della Memoria. Attualmente è Vice Presidentessa dell’Associazione Argentina e Internazionale dei Critici d’Arte e forma parte del comitato curatoriale di BIENALSUR, Biennale d’Arte Contemporanea di America Latina promossa dall’Università Nazionale di Tres de Febrero. Vive e lavora a Buenos Aires, Argentina.

L'esposizione si avvale del sostegno del Ministero degli Affari Esteri e Culto della Repubblica Argentina.

Apertura: Mercoledì 8 maggio, ore 16:00, Padiglione dell’Argentina, Sale d’Armi, Arsenale.

Tomás Ferrari, Ambasciatore argentino in Italia e Sergio Baur, Direttore Nazionale delle Attività Culturali apriranno l'esposizione in presenza del curatore e dell'artista.

 

 

 

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A ROOM OF MY OWN  UNA STANZA TUTTA PER ME

In occasione dell'avvio della Design Week 2019, Ventura Projects e Cramum presentano la mostra a cura di Sabino Maria Frassà che accoglie le opere di tre artiste Francesca Piovesan, Giulia Manfredi e Flora Deborah.

Da lunedì 8 aprile fino al 14 aprile in occasione dell'avvio della Design Week 2019Ventura Projects e Cramum presentano la mostra "A room of my own" | "Una stanza tutta per me" curata da Sabino Maria Frassà e che accoglie le opere di tre artiste finaliste o vincitrici del premio Cramum: Francesca Piovesan, Giulia Manfredi e Flora Deborah. La mostra è ispirata al saggio "femminista" Una stanza tutta per sé scritto 90 anni fa da Virginia Woolf che rivendicava un ruolo da protagoniste per le donne anche nella cultura. Il curatore Frassà ha richiesto alle artiste  di ideare un progetto che racchiudesse la propria visione del mondo in una "stanza". Il risultato è un percorso espositivo di 15 opere in tre "stanze" che all'interno di Ventura Centrale indaga il passare del tempo e la comprensione di chi siamo veramente. I progetti artistici proposti sono accomunati da un'elevata sperimentazione a livello materico e di tecnica artistica: dalle fotografie termosensibili di Francesca Piovesan alle resine di Giulia Manfredi all'installazione di batteri di Flora Deborah.

Uneasy, la Stanza di Francesca Piovesan. Ognuno di noi custodisce in sé e nasconde caratteristiche e immagini "non facili", scomode e che possono fare male. Spesso nascondiamo anche a noi stessi questi pensieri, finendo per seppellirli nel nostro profondo. Gli scatti fotografici che compongono il progetto sono a prima vista dei monocromi neri: il nero che vediamo è in realtà una velatura che si dissolve quando l'opera viene toccata da dalle mani calde dello spettatore. È il nostro calore - interiore - a permetterci di riscoprire, vedere e affrontare le (nostre) paure. Gli scatti di Uneasy nascondono e rivelano così ferite e segni lasciati dal tempo sul corpo di donne scelte dall'artista per le proprie storie o per il passato con lei condiviso.

 

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Still, la Stanza di Giulia Manfredi. Ogni essere umano deve affrontare la paura che concerne il passare del tempo, al propria finitezza e mortalità. La dicotomia vita-morte è un ossessione che finisce spesso per intaccare e plasmare come noi ci vediamo e la nostra stessa identità. La resina adottata dall'artista sembra riuscire a cristallizzare l'esistenza della pianta morta. Da lontano abbiamo addirittura l'illusione che la pianta sia ancora viva e che possa continuare a vivere per sempre. Ma tutto, come nella vita, è un'illusione: avvicinandoci, guardando meglio, scopriamo che la luce dell'opera illumina qualcosa che non è più vivo. 

 

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I'm Too Old to Float, la Stanza di Flora Deborah. Per l'artista è fondamentale l'eterogeneità e l'ambivalenza della relazione tra madri e figli. "TOO OLD TO FLOAT" (letteralmente "Troppo vecchio per stare a galla") è una installazione costruita intorno a culture simbiotiche di batteri, raccolti e fatti crescere in in una serie di vasi di vetro soffiato. I batteri crescono in una mistura di tè verde ed acqua di zucchero (che li nutre) fino a colonizzare tutto il contenitore. La "madre" che si forma cresce e sta a galla in cima al liquido finché è troppo pesante e affonda, lasciando spazio ai "nuovi batteri" più giovani, che salgono a galla.

 

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 “Passanti leggono il titolo della seconda edizione del quotidiano Milano-Sera affisso a un muro: "Il popolo ha scelto. È già Repubblica", 5 giugno 1946” - Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo

 

  

Nel mirino. L’Italia e il mondo nell’Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo 1939-1981

I Giovedì in CAMERA, programma di incontri aperti al pubblico e ospitati nello spazio del Gymnasium di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, sono realizzati con l’intento di approfondire e divulgare i contenuti delle mostre in corso.

I Giovedì in CAMERA, programma di incontri aperti al pubblico e ospitati nello spazio del Gymnasium di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, sono realizzati con l’intento di approfondire e divulgare i contenuti delle mostre in corso, attraverso la partecipazione di addetti ai lavori e fotografi nazionali e internazionali. In occasione della mostra Nel mirino. L’Italia e il mondo nell’Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo 1939-1981 (13 aprile - 7 luglio 2019), gli incontri affronteranno, a partire dalla cruciale esperienza Publifoto, il rapporto tra fotografia e informazione, il ruolo della fotografia come strumento di narrazione e documentazione della verità, ma anche le evoluzioni e le alterazioni di tale corrispondenza.

Il primo incontro in programma giovedì 18 aprile alle ore 19.00 sarà interamente dedicato alla mostra, per approfondirne i contenuti e la struttura, raccontandone le ragioni che hanno condotto a specifiche scelte curatoriali.
Oltre quarant’anni di documentazione dei principali fatti della quotidianità italiana e mondiale raccontati attraverso gli occhi dei fotografi: l’Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo è un catalogo dell’esistenza che raccoglie le immagini di informazione e comunicazione diventate, nel tempo, storia e memoria collettiva. Oltre a evidenziare la funzione linguistica della fotografia nello sviluppo di un differente approccio alla notizia, la mostra realizzata da CAMERA con Intesa Sanpaolo nell'ambito del Progetto Cultura racconta la nascita della figura del fotografo professionista in ambito giornalistico e ne tratteggia l’evoluzione del ruolo sociale nel secolo scorso. A partire da tali elementi, i curatori della mostra, Aldo Grasso e Walter Guadagnini, assieme a Barbara Costa, responsabile dell’Archivio Storico Intesa Sanpaolo, racconteranno i principali contenuti del percorso espositivo, facendo emergere la capacità di una delle più grandi agenzie di fotogiornalismo italiane di raccontare il mondo attorno a noi per mezzo delle immagini.

Intervengono
Barbara Costa, Responsabile Archivio Storico Intesa Sanpaolo
Aldo Grasso, Massmediologo e co-curatore della mostra
Walter Guadagnini, Direttore CAMERA e co-curatore della mostra

È richiesta la prenotazione: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Contatti
CAMERA - Centro Italiano per la Fotografia
Via delle Rosine 18, 10123 - Torino
www.camera.to | Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Comunicazione: Giulia Gaiato
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
tel. 011 0881151

 

 

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Cleo Fariselli, Hydria, official image for In Pratica 7, Collezione Giuseppe Iannaccone, Milano 

 

ENZO SONO LINA film e mostra di un progetto sonoro

Recupera da un archivio di 50 ore di registrazione delle segreterie telefoniche di tutta Italia tra gli anni ‘80 e ’90

“Ci sei?...richiamami”, “ti richiamo alle 9 e mezza” e “pronto, sei lì?” sono alcune delle frasi sospese che il progetto Enzo sono Lina, di Giulia La Marca e Tommaso Perfetti di ENECE FILM, recupera da un archivio di 50 ore di registrazione delle segreterie telefoniche di tutta Italia tra gli anni ‘80 e ’90, raccolte e digitalizzate grazie al sostegno del MiBAC e di SIAE, nell’ambito dell’iniziativa Sillumina – Copia privata per i giovani, per la cultura.
 
Enzo sono Lina è un film fatto di suono su uno schermo scuro, quasi nero. Il frusciare di un nastro analogico, qualche respiro e poi le parole, che appaiono quasi casuali da uno spazio lontano, ultime testimonianze orali di un’epoca che non c’è più. Voci diverse, differenti accenti, differenti vite ci portano nell’intimità delle case, delle relazioni di parenti o amici in cui è facile riconoscersi. Tra tutte le storie prende spazio quella di Emanuele e Valentina, della loro segreteria telefonica e di dieci anni di messaggi. La mamma, gli amici, le serate, la musica, Milano anni ‘90 e la spensieratezza di una coppia di giovani innamorati. Poi qualcosa cambia, gli anni passano e le parole tornano a diradarsi, tra silenzi, attese e distanze irrisolte.
 
Il film è stato presentato in anteprima al MIC – Museo Interattivo del Cinema giovedì 4 aprile alle ore 20.30, con replica martedì 9 aprile e venerdì 12 aprile ore 17. La proiezione è accompagnata dalla rassegna di film ASCOLTARE IL CINEMA, che affronta in diversi modi il tema della comunicazione: nell'era dello smartphone, delle chat, della comunicazione multimediale, della reperibilità h24 ci siamo quasi dimenticati che il telefono è innanzitutto voce. Il MIC propone una selezione di titoli dedicata agli intrighi telefonici per riascoltare le voci, che corrono sul filo, più misteriose e conturbanti della storia del cinema: La conversazione di Francis Ford Coppola, Il colpevole - The Guilty di Gustav Möller, Le vite degli altri di Florian Henckel von Donnersmarck e Locke di Steven Knight.
 
Il progetto Enzo sono Lina diventa anche un’installazione al Museo di Fotografia Contemporanea, dove tutte le 50 ore di suoni e messaggi raccolti dai nastri magnetici sono presentati in modo casuale e vengono messe in dialogo con una selezione di fotografie di Luca Andreoni, Olivo Barbieri, Gabriele Basilico, Vincenzo Castella, Daniele De Lonti, Guido Guidi dal Fondo Archivio dello Spazio, conservato presso il Museo.
La sovrapposizione di parole e fotografie, realizzate nello stesso periodo, evocano una stessa dimensione domestica e abitativa: le prime ci portano nell’intimità delle case, ne immaginiamo le vite che le hanno attraversate, le seconde ci mostrano l’esterno, il paesaggio metropolitano in cui le storie si sviluppano. Sono entrambi racconti personali e corali, archivi che conservano la memoria di un passato recente, ancora analogico, ma allo stesso tempo estremamente distante.
 
Il Fondo Archivio dello Spazio comprende 7.461 immagini realizzate tra il 1987 e il 1997 da quasi 60 artisti, tra cui sono presenti tutti i principali autori della fotografia di paesaggio italiana. Le immagini coprono l’intero territorio della provincia di Milano, documentando architetture di valore storico, costruzioni industriali e postindustriali, aree urbanizzate in via di trasformazione.

05 aprile – 05 maggio 2019
Installazione
A cura di Matteo Balduzzi
Museo di Fotografia Contemporanea

Film
ENZO SONO LINA
regia Giulia La Marca
soggetto Giulia La Marca, Tommaso Perfetti
produzione Laura Viezzoli
una progetto ENECE FILM

Installazione
ENZO SONO LINA
di Tommaso Perfetti, con la collaborazione di Giulia La Marca
con alcune fotografie di Luca Andreoni, Olivo Barbieri, Gabriele Basilico, Vincenzo Castella, Daniele De Lonti, Guido Guidi dal Fondo Archivio dello Spazio
a cura di Matteo Balduzzi
Museo di Fotografia Contemporanea, in collaborazione con ENECE FILM

 

 

 

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Collezione Maramotti. Nuove mostre: Margherita Moscardini e Atelier dell'Errore

In occasione del festival di Fotografia Europea 2019 due appuntamenti.

Margherita Moscardini | The Fountains of Za'atari, opera pubblica vibile dal 13 aprile. La mostra sarà visibile dal 14 aprile al 28 luglio 2019

In occasione del festival di Fotografia Europea 2019, dal titolo Legami. Intimità, relazioni, nuovi mondi, Collezione Maramotti presenta The Fountains of Za'atari, articolato progetto dell’artista Margherita Moscardini sviluppato dal 2015 a partire dallo studio dei campi per rifugiati come realtà urbane destinate a durare.

Moscardini ha lavorato fuori e all’interno del campo di Za'atari, realizzando un censimento dei cortili con fontana costruiti dai residenti all’interno delle proprie case. Il progetto è un dispositivo pensato per generare un sistema di vendita delle sculture che riproducono in scala 1:1 i modelli di cortile con fontana di Za’atari e potranno essere acquisite da amministrazioni o istituzioni cittadine e presentate in spazi pubblici europei. Nell’idea di Moscardini le sculture generate su modello dei cortili con fontana dovranno beneficiare di una giurisdizione speciale con elementi di extra-territorialità, che con il tempo le qualifichi come spazi sopra cui la norma è sospesa, “buchi neri, power vacuum su suolo nazionale”.

A Reggio Emilia il progetto di Moscardini si arricchisce di un importante livello di elaborazione. Sarà infatti presentata la prima scultura pubblica (su cui è stato avviato l’iter di conversione giuridica di extra-territorialità) nel Parco Alcide Cervi di Reggio Emilia, insieme a una mostra temporanea nella Pattern Room della Collezione Maramotti, con elementi di approfondimento sul progetto: opere, video e disegni.
Nel corso del 2019 sarà pubblicato un libro d'artista che racchiude ed espande in diverse direzioni i temi del progetto e includerà un catalogo delle fontane di Za'atari.

Scultura-Fontana
Inaugurazione pubblica 13 aprile 2019, alle ore 17.00:
Parco Alcide Cervi, Reggio Emilia

La scultura sarà permanente e accessibile negli orari di apertura del parco:
1 maggio - 30 settembre dalle 7.00 alle 24.00
1 ottobre - 30 aprile dalle 7.00 alle 20.00

 

Atelier dell'Errore - Open studio. AdE Identikit 01
 
 
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In occasione del Festival di Fotografia Europea 2019 e in concomitanza con l’apertura del progetto The Fountains of Za’atari di Margherita Moscardini, Atelier dell’Errore BIG riapre al pubblico il proprio studio-spazio espositivo presso la Collezione.

Il tema del Festival sembra descrivere l’universo dell’Atelier dell’Errore, laboratorio di arti visive dedicato ai ragazzi della Neuropsichiatria, “scultura sociale” in cui il disegno, la performance, la fotografia e il video, diventano esperienza collettiva generatrice di realtà altre, radicate nel quotidiano e allo stesso tempo portatrici di visioni e immaginari fantastici. Gli unici soggetti rappresentati sono animali, la gomma è bandita e l’errore è considerato un valore positivo.

AdE Identikit 01 è un autoritratto segnaletico per immagini video e fotografiche dell’Atelier, uno sguardo sul processo creativo dei ragazzi nello spazio-studio in cui lavorano da quasi quattro anni.
In dialogo con le opere – i disegni potenti e immaginifici dei ragazzi, abitati da creature minacciose e protettive al tempo stesso – una videoproiezione e dodici fotografie di grande formato (novità assoluta nella pluriennale esperienza dell’AdE) si offrono come scorci della vita dell’Atelier, delle sue narrazioni, delle relazioni tra i giovani artisti nell’esperienza condivisa, intima e deflagrante dell’atto artistico.
Le fotografie in mostra, scattate da Luca Santiago Mora, fondatore e direttore artistico dell’Atelier dell’Errore, appartengono a tre diversi nuclei (tutti inediti) che identificano diverse sfaccettature della storia dell’Atelier: Cover, Black Dürer e The Bird.

Domenica 14 aprile 2019
ore 10.30 - 18.30
Alle ore 11.00, performance Da vicino nessuno è un disegno (ingresso libero fino a esaurimento posti)

Fino al 28 Luglio sarà inoltre visitabile la mostra Rehang : Archives.

 

 

 

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Cleo Fariselli, Hydria, official image for In Pratica 7, Collezione Giuseppe Iannaccone, Milano 

 

La Collezione Giuseppe Iannaccone presenta HYDRIA

Settimo appuntamento del progetto IN PRATICA, dedicato a Cleo Fariselli.

Sabato 6 aprile 2019 inaugura, nello studio legale dell’avvocato Giuseppe Iannaccone, negli stessi spazi in cui è conservata parte della sua collezione d’arte, il settimo appuntamento del progetto IN PRATICA, dedicato a Cleo Fariselli.

Dopo le presentazioni di Davide Monaldi, Luca De Leva, Andrea Romano, Beatrice Marchi, Giovanni Iudice e di un progetto dedicato a dieci giovani artisti albanesi realizzato in collaborazione con ART HOUSE di Adrian, Melisa e Zef Paci; IN PRATICA prosegue nel suo intento di proporre, attraverso il susseguirsi di piccole mostre, un continuo confronto tra le opere degli artisti già consacrati nel panorama internazionale presenti in Collezione e quelle di artisti emergenti di talento, anche se talvolta ancora poco conosciuti dal grande pubblico, invitati per l'occasione a concepire progetti site-specific.

Filo conduttore di HYDRIA sarà l’acqua, elemento fortemente ricorrente nell’immaginario di Cleo Fariselli.

“Mi capita spesso di sognare l’acqua, a volte come un mare calmo, una pioggia imminente, un fiume impetuoso, un lago oscuro e così via” spiega Cleo Fariselli “negli anni ho imparato a interpretare il suo aspetto mutevole come spia dei movimenti più profondi del mio mondo interiore, ed è sempre stato per me oggetto di ispirazione, riflessione e di auto-analisi. Mi interessa esplorare questo tema non solo in chiave introspettiva e auto-analitica ma anche come paradigma estetico e metaforico della contemporaneità. L’immagine contemporanea dell’acqua è trasparente, cristallina; dall’estetica delle nuove interfacce tecnologiche che ne propongono seducenti rappresentazioni, all’acqua in bottiglia nelle réclame di uno stile di vita salutista e up-to-date, quest’acqua infallibilmente limpida, senza ombre, incarnazione di una perfetta chiarezza, è domata, epurata di ogni mistero e, in ultima istanza, di ogni vitalità.”

L’intenzione concettuale della mostra è quella di “restituire all’acqua il suo aspetto mutevole, la sua capacità generativa, il suo lato affascinante, misterioso e conturbante.” “Fin dalle prime visite della collezione” racconta l’artista “ho immaginato l’ufficio dell’avvocato con le sue finestre affacciate sulla fontana di Piazza San Babila, come la cabina di una nave”. 

Una serie di inedite sculture dialogheranno con dei dipinti che per la prima volta faranno il loro “debutto ufficiale” in una mostra di Cleo Fariselli. Questo medium infatti, utilizzato da Cleo per formare la sua vocazione artistica, era stato poi abbandonato, ma ora, forse stimolata anche dalle opere della Collezione Giuseppe Iannaccone, i dipinti prenderanno forma e si inseriranno tra le sculture in ceramica realizzate con la tecnica giapponese del Raku. Una tecnica che ricalca parti anatomiche dell’artista che paiono “oggetti fuori dal tempo, in bilico tra l’umano e il naturale. Nascono dalla suggestione dei volumi del mio corpo immaginati come ambienti vuoti, nei quali aggirarmi, o strumenti di visione, nei quali perdersi con l’occhio”.

“Cleo” raccontano l’Avvocato Giuseppe Iannaccone e la curatrice Rischa Paterlini “con le sue opere cariche di suggestioni, rimandi ed esperimenti materici, ci parla di una profonda relazione con il mondo, attraverso il suo sguardo rivolto prima alla sua realtà interiore e poi a quella circostante, un rapporto continuo tra corpo, gesto, mente e inconscio. Le sue sculture, dalle forme imprecisate, che non esaudiscono mai del tutto il bisogno dello spettatore di attribuirgli un significato, ci portano in una dimensione diversa, eclettica, indefinita e talvolta seducente”.

La mostra di Cleo Fariselli, che sarà accompagnata da un catalogo distribuito gratuitamente edito da MadeinTemp, sarà visitabile nello studio legale dell’avvocato Giuseppe Iannaccone dall’7 aprile al 12 luglio 2019, solo su appuntamento, per piccoli gruppi di persone.