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Raymond Depardon, Glasgow, Scozia, 1980, Serie: Glasgow ˝ Raymond Depardon/Magnum Photos. Courtesy  Elettra PRmfs

Triennale Milano e Fondation Cartier presentano in Italia la prima mostra personale del fotografo e regista francese Raymond Depardon

L’esposizione testimonia come la ricerca di Depardon esplori mondi e contesti molto diversi: dalle comunità rurali francesi alle periferie urbane di Glasgow, dalla vita nella New York degli anni Ottanta agli ospedali psichiatrici in alcune città italiane negli anni Settanta.

Triennale Milano Fondation Cartier pour l’art contemporain presentano La vita moderna, esposizione personale del fotografo e cineasta francese Raymond Depardon. Riunendo trecento fotografie e due film, La vita moderna è la più grande mostra mai realizzata dell’artista che, dagli anni Settanta, ha rinnovato profondamente il mondo dell’immagine contemporanea. Specificamente creata per Milano, la mostra rivela, attraverso molte tra le sue serie più emblematiche, quanto l’Italia abiti il suo lavoro. Sotto la Direzione Generale di Hervè Chandès la vita moderna è concepita con la complicità dell’artista Jean-Michel Alberola, nella cornice della scenografia firmata da Thèa Alberola. Condividendo la stessa visione della creazione e l’intento di trasformare lo spazio espositivo in un luogo di interrogativi sulle grandi sfide del nostro tempo, le due istituzioni hanno scelto, per la terza mostra in programma, di dedicare oltre 1300 mdi spazi espositivi all’opera di un fotografo-regista che percorre il pianeta, attraversa le città e le campagne, dà la parola ai loro abitanti e pone sul mondo uno sguardo umanista.

Alla ricerca costante della giusta distanza, Raymond Depardon va incontro ai suoi soggetti con discrezione e umiltà, costruendo con pazienza un rapporto con gli esseri o i luoghi, dando voce a coloro che non ne hanno, rivelando ogni paesaggio come il luogo di un’esperienza umana attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica o di una telecamera. Le sue prime immagini l’hanno condotto in Ciad o in Libano, dal nord al sud del continente americano, nei deserti e nei Paesi in guerra, quando il fotogiornalismo era il suo modo di percorrere il mondo e confrontarsi con il reale. Giovane reporter dell’agenzia Dalmas, nel 1966 .

Uno dei co-fondatori dell’agenzia fotografica Gamma e, una decina d’anni dopo, inizia a collaborare con Magnum, di cui è tutt’oggi uno dei membri fondatori. Presentandosi come “un passeggero del (suo) tempo”, sperimenta diversi modi di approcciare il mondo – prima la fotografia, poi la regia – ponendo l’immagine, fissa o animata, al servizio di una scrittura semplice, unica, spesso frontale. Che segua un uomo politico in campagna elettorale o un contadino nella sua quotidianità, che visiti un palazzo di giustizia o un ospedale psichiatrico, Raymond Depardon è in grado di mettersi in disparte per lasciare posto al soggetto, senza cercare l’istante decisivo e preferendo il reale al sensazionale. Questa maniera di vivere il mondo, all’inizio sperimentato attraverso il fotogiornalismo, poi, dalla fine degli anni Settanta, attraverso serie più personali, gli attribuisce un posto speciale nella storia della fotografia e del cinema.

L’esposizione La vita moderna mostra la ricchezza dell’opera di Raymond Depardon, la diversità dei suoi soggetti e la coerenza del suo percorso, attraverso otto serie fotografiche, due film e l’insieme dei libri che ha pubblicato. Prendendo in prestito il titolo dal film che, nel 2008, conclude la trilogia Profils paysans, l’esposizione conduce il visitatore in una successione di interrogativi che attraversano tutta l’opera dell’artista: quali sono i soggetti che richiamano il colore e quelli per cui si impone il bianco e nero? Come evocare, in un’immagine, le trasformazioni di un paesaggio? Qual é il posto del fotografo e qual è la giusta distanza dal soggetto? Come distaccarsi dall’evento per rivelare i margini e i bordi? Cos’è la modernità in fotografia quando si percorre una zona rurale o si attraversano le strade di una città post-industriale? Il dualismo – tra bianco e nero e colore, tra visi e paesaggi, tra terra avita e modernità – non diventa antagonismo, ma rivela l’attenzione verso il mondo, una curiosità in movimento, uno sguardo aperto sull’incontro della diversità della nostra epoca.

La prima serie dell’esposizione, Errance (1999-2000), rappresenta anche il filo conduttore dell’intero percorso, uno  spostamento verso un altrove che è già là, una continuità oltre le frontiere, una prossimità universale, una familiarità nell’alterità. Immagini di strade e passaggi, di vie e rotaie, dove il viaggio diventa vagabondaggio, danno vita a paesaggi che si astraggono volutamente da qualsiasi indicazione di una precisa localizzazione. Tra le geografie dei margini del mondo che caratterizzano l’intera opera di Raymond Depardon, l’Italia occupa un posto particolare e ricorrente.

Qui l’artista ha realizzato diverse serie, come Piemonte (2001), in cui sviluppa un’“arte di prossimità”, sottolineando la continuità geografica e culturale transalpina. Ben lungi dall’indagare le differenze, è attraverso le reminiscenze dei paesaggi francesi che percepisce quelli della regione di Torino. Come un’eco, sull’altro versante rispetto al Piemonte, i paesi dell’entroterra mediterraneo svelano le strade in acciottolato e le case dalle facciate irregolari nelle fotografie della serie Communes (2020), che offre un’immagine fuori dal tempo di queste zone del sud della Francia miracolosamente scampate a un progetto di estrazione di gas di scisto, in seguito abbandonato. Fotografo del sud, del Mediterraneo, dei deserti, dell’Africa, Raymond Depardon si dice attratto anche dal nord e dalla sua luce. Un reportage lo conduce a Glasgow (1980) dove fotografa dei bambini, piccoli re delle strade, dei senzatetto, delle risse, cogliendo, a colori, l’inoperosità di una città quasi monocroma. Lo stesso anno fotografa New York, attraversando la città, fissandola attraverso l’obiettivo della Leica che porta al collo: le inquadrature audaci delle fotografie della serie Manhattan Out (1980) evocano la solitudine urbana e l’indifferenza individualista. La città gli sfugge, gli appare “troppo forte”, impossibile da filmare, come afferma la sua voce fuori campo nel cortometraggio New York, N.Y. (1986).

Il desiderio di confrontarsi con “lo spazio pubblico”, “lo spazio del vissuto” lo catapulta in un grande progetto: fotografare la Francia, trarne un ritratto contemporaneo, con una macchina fotografica 20 x 25, frontalmente e a colori. La France (2004-2010) di Raymond Depardon è quella ordinaria e quotidiana delle “sottoprefetture”, delle piazze e dei bar, degli uffici postali e delle stazioni di servizio. Un’altra Francia si rivela con la serie Rural (1990-2018) – qui esposta per la prima volta – per la quale l’artista percorre le campagne, incontrando i contadini, raccontando la terra e gli uomini che la coltivano, sostando nel cortile di una fattoria, ritrovando quel mondo rurale che era stato uno dei suoi primi soggetti. Sottolineando la fragilità delle piccole imprese, le sue fotografie raggiungono e testimoniano una dimensione politica e ideologica. Questa cognizione si ritrova nella serie che conclude l’esposizione, San Clemente (1977-1981), per la quale, incoraggiato da Franco Basaglia – pioniere della psichiatria moderna – fotografa la vita negli ospedali psichiatrici di Trieste, Napoli, Arezzo e Venezia, realizzando così un reportage sconvolgente alla vigilia dell’adozione della Legge 180, nel 1978, destinata a rivoluzionare il sistema ospedaliero psichiatrico italiano. Il film San Clemente (1980), girato nel manicomio dell’isola veneziana poco prima della chiusura, prosegue l’esplorazione delle frontiere della follia e rivolge ai pazienti quello sguardo umanistico che caratterizza tutto il lavoro del fotografo. L’esposizione La vita moderna riunisce anche le pubblicazioni di Raymond Depardon, sottolineando l’importanza di questo aspetto della sua opera e del suo modo di ripensare eternamente il proprio percorso fotografico – il suo senso, la sua tecnica, le sue sfide – partendo da Notes (1979), che l’artista considera uno dei suoi libri fondamentali, fino a Rural e Communes pubblicati da Fondation Cartier nel 2020 e 2021.

Appositamente ideata da Raymond Depardon per Triennale Milano, La vita moderna è stata concepita con la partecipazione dell’artista Jean-Michel Alberola, che ha dato il suo ritmo al percorso e introdotto il colore negli spazi, con la scenografa Thèa Alberola. L’allestimento è scandito da grandi stampe tratte dalla serie Errance, che invitano a sperimentare il rapporto con il paesaggio e la ricerca della distanza corretta dal soggetto. Il pittore Jean-Michel Alberola esce spesso dallo spazio della tela per lasciare fuggire il colore su ampie pareti dipinte. Raymond Depardon ha riflettuto spesso, nelle sue esposizioni, al modo di mostrare i propri film e di presentare le proprie fotografie. Insieme, i due artisti trovano negli spazi di Triennale una nuova modalità di giocare con i contrasti dimensionali e creare un incontro con il visitatore.

Per info:
 
Fondazione La Triennale di Milano

+39 02 72434-1
 
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