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CAMERA - Centro Italiano per la Fotografia in collaborazione con Galleria Campari e Magnum Photos presenta BAR STORIES ON CAMERA

 


Un racconto per immagini, dagli anni Trenta all’inizio degli anni Duemila, del mondo del bar e di quella cultura della convivialità di cui Campari è portavoce dal 1860.


Dal 25 luglio al 6 ottobre 2024 CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia accoglie negli spazi della Project Room la terza tappa della mostra Bar Stories on Camera, realizzata in collaborazione con Galleria Campari e Magnum Photos: un racconto per immagini, dagli anni Trenta all’inizio degli anni Duemila, del mondo del bar e di quella cultura della convivialità di cui Campari è portavoce dal 1860.

Bar Stories on Camera. Galleria Campari / Magnum Photos apre al pubblico negli spazi di CAMERA, con un progetto espositivo rinnovato rispetto alle iterazioni precedenti che hanno visto Bar Stories on Camera debuttare a ottobre 2023 in Galleria Campari a Sesto San Giovanni. A giugno 2024 Galleria Campari ha portato il progetto espositivo nella Davide Campari Lounge di Art Basel a Basilea. La mostra, restituita in chiave rivisitata con la curatela di Martin Parr, ha presentato al pubblico internazionale una selezione di 25 immagini fotografiche.

Il percorso espositivo di CAMERA è organizzato in tre sezioni tematiche – Sharing Moments, Bar Campari e The Icons – che presentano 50 scatti di grandi maestri della fotografia, da Robert Capa, Elliott Erwitt, Martin Parr a Ferdinando Scianna, provenienti dall’Archivio Storico Galleria Campari e dall’agenzia Magnum Photos.

Sin dalla prima sezione, Sharing Moments, si entra nel vivo delle atmosfere di luoghi ritratti in tutto il mondo, dove baristi, bartender, musicisti e avventori sono i protagonisti di situazioni di svago e momenti di condivisione, dal rito del caffè all’aperitivo, illuminati dalle luci delle insegne e delle bottigliere, immortalati abilmente dagli scatti di maestri quali Inge Morath, Elliott Erwitt o Martin Parr. Nei bar le persone stringono relazioni amorose, affettive, concludono affari, vivono una placida solitudine. Come insegna la storia dei grandi movimenti artistici del Novecento, in questi luoghi si condividono anche passioni e interessi artistici e politici, si sognano rivoluzioni o si celebrano conquiste. Come nell’immagine di Leonard Freed scattata a 

Milano nel 1974, all’indomani dell’approvazione della legge sul divorzio, dove le decine di volantini e fogli di giornale che tappezzano la strada di fronte a un dehors testimoniano uno dei momenti storici più rilevanti del nostro Paese.

Bar Campari, invece, presenta una vera e propria rassegna della storia dell’azienda nata a Novara alla fine dell’Ottocento attraverso i suoi stessi bar: insegne, vetrine brandizzate, allestimenti in locali e in spiaggia, riflesso di un’Italia del Dopoguerra che riparte, vivace e desiderosa di ricominciare a vivere. Attraverso queste immagini prendono vita anche gli iconici poster e manifesti pubblicitari, rappresentazioni idealistiche in un’atmosfera sognante.

Nell’ultima sezione, The Icons, star del cinema, artisti e scrittori “entrano” nel bar: Marilyn Monroe alla prima de Il principe e la ballerina, Ernest Hemingway seduto al bancone di un bar in Idaho, Maria Callas a Palma de Mallorca condivide il tavolino con la giornalista Elsa Maxwell. Personaggi catturati lontano dai riflettori, che si concedono un momento di relax nell’atmosfera chiassosa e glamour dell’aperitivo italiano. Iconici sono ormai anche gli arredi in stile liberty del Caffè Camparino, in Galleria Vittorio Emanuele II a Milano, ritratto da Bruno Barbey a metà anni Sessanta, vero e proprio eco di uno stile di vita e di un’epoca che riaffiora, oltre che dalle immagini, anche dagli oggetti: in particolare, attraverso i bozzetti dei menù realizzati per Campari dall’artista futurista Fortunato Depero, e altri disegni preparatori a matita risalenti agli anni Cinquanta, propedeutici alla realizzazione di neon luminosi.

Che sia per guardare la partita in tv, per gustare un caffè o per incontrare amici, amanti o colleghi, in Italia e in tutto il mondo le persone si ritrovano al bar riscoprendo una nuova socialità. Sono luoghi di condivisione, collettivi, che costruiscono nuove abitudini e sono capaci di raccontare meglio di molti altri contesti l’evoluzione della società contemporanea, dei suoi riti, dei suoi miti, di cui Bar Stories on Camera offre un importante spaccato.

In occasione della mostra, giovedì 19 settembre 2024, CAMERA ospiterà un talk di Cristina de Middel, presidente di Magnum Photos e autrice di progetti pluripremiati – tra cui l’acclamata serie The Afronauts (2012) – per un incontro con il pubblico sul suo lavoro e sull’utilizzo degli archivi nella sua pratica artistica, creando ancora una volta un’occasione di dibattito e scambio culturale attraverso la fotografia.

 



 

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 Courtesy l'artista, Cramum, Mercato Centrale Milano

 

LOVE - HATE - oggi a Milano: l'arte dell'ossimoro di enrico antonello in mostra a Mercato Centrale Milano

 


L' artista veneto, dopo il successo di "Words. Are Just Words?", opera con cui ha vinto il Premio Cramum, segna con il ciclo di opere "Points of view" protagonista della mostra "LOVE - HATE" un importante passo nella maturazione di un linguaggio ormai pienamente riconoscibile e maturo.


Inaugura oggi 17 luglio la mostra personale "LOVE - HATE" di Enrico Antonello. L'artista, vincitore del 10° Premio Cramum, porta fino al 27 agosto al Mercato Centrale Milano il suo "Point of View" mettendo "in luce" le contraddizioni della nostra epoca e la difficoltà di comunicare. Dal 2013, il Premio Cramum viene indetto annualmente con l'obiettivo di sostenere le eccellenze artistiche in Italia e all'estero attraverso mostre e collaborazioni di fama internazionale. L' artista veneto, dopo il successo di "Words. Are Just Words?", opera con cui ha vinto il Premio Cramum, segna con il ciclo di opere "Points of view" protagonista della mostra "LOVE - HATE" un importante passo nella maturazione di un linguaggio ormai pienamente riconoscibile e maturo.

"Le parole non sono solo segni" spiega l'artista "ma manifestazioni che danno vita alle nostre visioni più profonde. Fungono da chiave per l'immaginazione, aprendo porte verso mondi inesplorati dandoci la speranza di riuscire a comunicare ciò che altrimenti rimarrebbe intrappolato nel silenzio. Nel tessuto delle parole risiede il potere di trasformare, ispirare e cambiare, perché sono più di meri strumenti linguistici: sono l'essenza stessa dell’esistenza. Con ogni pennellata verbale, forgiamo destini e plasmiamo ideali; solo così possiamo esistere nel nostro presente"

Enrico Antonello fa dell'ossimoro la vera materia della propria ricerca di questo inedito progetto artistico, in cui ha progettato e realizzato personalmente, utilizzando la stampa 3D, dei box luminosi nei quali si possono leggere due parole opposte a seconda del punto di vista da cui le si osserva. Frontalmente, invece, è il caos, una voragine letterale che non permette alcuna lettura, obbligando lo spettatore a muoversi per riuscire a comprendere la scritta. Così come Brunelleschi selezionava con cura il punto di vista dal quale osservare la cattedrale di Santa Maria del Fiore per interpretare la sua realtà attraverso le regole della prospettiva, questo ciclo di lavori invita lo spettatore a scegliere un punto di vista preciso per la fruizione dell'opera, della quale non si potrà mai avere una visione completa. Le parole selezionate sono deliberatamente scelte tra i più comuni e stereotipati nella lingua inglese, sempre scritte in maiuscolo (qui nell'ordine del punto di vista dell'artista): OPEN - CLOSE, CLEAN - DIRTY, TRUE - FALSE, INSIDE - OUT, LIFE - DEATH, SOFT - ROCK, LOVE - HATE, GOOD - BAD, VICTORY - DEFEAT, SWEET - BITTER. Questa scelta mira a non fornire risposte definitive o formulare teorie rigide, bensì a stimolare l'immaginazione personale dello spettatore attraverso il "bombardamento" di ossimori, anche visivi, che possono essere interpretati in un numero infinito di modi, da altrettanti punti di vista. D'altronde, l'ordine tra i due elementi dell'ossimoro è mobile e fissato solamente nel titolo dall'artista. Questo libro, esso stesso opera d'arte nella e della stessa opera, è una testimonianza del personalissimo "point of view" di Enrico Antonello in un preciso e irripetibile momento.

CRAMUM

Cramum è un progetto senza scopo di lucro che, dal 2012, sostiene i talenti artistici in Italia e nel mondo. Il nome è stato scelto proprio perché significa "crema", la parte migliore (del latte) in latino, lingua da cui deriva l'italiano e su cui si è formata la cultura di Cramum. Cramum ha sostenuto più di 100 artisti e 50 esposizioni, ottenendo numerosi riconoscimenti, tra cui la Medaglia del Presidente della Repubblica Italiana nel 2015.

https://www.instagram.com/cramum/

BIO

Enrico Antonello si è diplomato con lode in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia nel 2019. Nel 2017 è stato cofondatore di Default, un progetto culturale dedicato alla promozione di esposizioni ed eventi artistici. Nel 2021 ha partecipato alla residenza In-Edita 2 a Porto Marghera (VE) e al Premio Cardazzo a Trieste, ottenendo una menzione speciale. Nel 2020, ad Agropoli (SA), ha partecipato al premio Artkeys2 vincendo nella sezione installazione. Nel 2019 ha preso parte al Festival Art Stays a Ptuj in Slovenia. Nello stesso anno è stato selezionato per la XIV edizione del Premio Nazionale delle Arti delle Accademie Italiane a Torino e ha vinto il primo Premio Salvi a Sassoferrato (AN). Tra il 2021 e il 2022 ha svolto una residenza presso la Bevilacqua La Masa, con mostra finale a Piazza San Marco curata da Eva Comuzzi. Nel 2022, ha presentato la sua prima personale presso il LAMB all’interno del progetto più ampio della Marina Bastianello Gallery, con cui continua a collaborare. Nel 2023 è arrivato terzo classificato nella sezione “New Media” al concorso Artefici del Nostro tempo promosso dal Comune di Venezia; nello stesso anno ha partecipato ad altri progetti, risultando finalista al premio Combat. Infine, nel 2024 ha vinto il premio “Cramum” e ha presentato una bipersonale con Edoardo Ongarato a cura di Simone Ceschin presso “Universo Factory” a Vittorio Veneto. La sua ricerca artistica si concentra principalmente su luce, suono e movimento. Le sue installazioni multimediali esplorano il mondo del settore industriale, con riferimenti estetici e funzionali presenti nelle correnti architettoniche del Decostruttivismo e del Brutalismo. Nella sua ricerca, l’artista riflette sul significato della pittura contemporanea, esplorando non solo la sua bidimensionalità ma anche l’uso innovativo dei mezzi espressivi tradizionali.

SCHEDA MOSTRA
Enrico Antonello
LOVE - HATE

a cura di Sabino Maria Frassà
Inaugurazione mercoledì 17 luglio ore 19:00
Aperta fino al 27 agosto 2024

Mercato Centrale Milano

Via Giovanni Battista Sammartini, 2

 



 

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 Installation view Valerio Adami. Pittore di Idee, Palazzo Reale Milano. Foto Gabriele Leonardi. Courtesy Archivio Valerio Adami

 

Valerio Adami. Pittore di Idee a Palazzo Reale

 


La mostra celebra i sessantacinque anni di carriera e ricerca di uno dei maggiori artisti italiani del Dopoguerra.


Dal 17 luglio al 22 settembre 2024 a Palazzo Reale, un’antologica dell’artista Valerio Adami (Bologna, 1935) celebra i sessantacinque anni di carriera e ricerca di uno dei maggiori artisti italiani del Dopoguerra.

La mostra è promossa da Comune di Milano – Cultura e prodotta da Palazzo Reale con l’Archivio Valerio Adami, con il patrocinio dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi. Curata da Marco Meneguzzo, con il coordinamento generale di Valeria Cantoni Mamiani, presidente dell’Archivio Valerio Adami, la rassegna presenta oltre settanta grandi quadri e circa cinquanta disegni, dal 1957 al 2023, tra i più significativi dell’opera del Maestro. Pittore stimato in tutto il mondo, Valerio Adami incarna perfettamente l’idea dell’artista internazionale e aperto a tutte le suggestioni derivate da altri linguaggi, come la letteratura, la filosofia, la musica.

Formatosi a Milano, a Brera, con Achille Funi, ha subito compreso l’importanza di frequentare un ambiente internazionale. I suoi viaggi, sempre in compagnia della moglie Camilla Cantoni Mamiani, iniziati con il tradizionale “pellegrinaggio” a Parigi da giovanissimo, non sono mai terminati: Londra, New York, Città del Messico, Atene, Cuba, l’India, Caracas, Milano, ma soprattutto Parigi (dove trascorreva gli inverni) e Meina (sulle sponde del Lago Maggiore, sua attuale abitazione, in cui si trasferiva tutte le estati) sono solo alcuni dei suoi luoghi d’elezione; luoghi in cui Adami si stabiliva, spesso aprendo un atelier, per il tempo necessario a scoprire e a lasciarsi “contaminare” dalla cultura del posto, grazie anche a incontri personali con scrittori, musicisti e intellettuali.

La pittura di Adami, che fin dagli inizi si presenta spesso su grandi formati, già dalla metà degli anni Sessanta è inconfondibile grazie all’incontro tra quei segni distintivi della pop art - quali la linea nera, i colori accesi e piatti, i tratti decisi e i soggetti urbani -, e il riferimento costante alla tradizione e al classicismo - che narra miti e leggende in una costante figurazione che recupera il corpo umano, seppur scomposto - in un’epoca in cui prevalevano l’Astrattismo, l’Arte Povera e il Concettuale.

La sua pittura, infatti, partecipa criticamente al proprio tempo e, se negli anni Sessanta vive una prima stagione di notorietà all’interno della corrente della pop art, già dai primi anni Settanta se ne distacca, accentuando la sua vocazione “letteraria”, ricca di citazioni sia visive che legate alla parola, sempre più presente nel suo lavoro fino a includerlo tra i maggiori esponenti di quella “figuration narrative” francese cui, ancora una volta, si identifica solo parzialmente.

Dietro a immagini di immediata leggibilità è sottintesa una narrazione più profonda: le opere di Adami si popolano di metafore visive sofisticate e racchiudono concetti filosofici, letterari e mitologici, rappresentando l’evoluzione del pensiero occidentale.

I miti fondativi della cultura europea, i suoi autori, le loro storie diventano i soggetti quasi esclusivi della sua opera, senza dimenticare certe narrazioni esotiche che comunque appartengono alla visione del mondo occidentale: è questo concentrato di attenzioni che, negli anni, lo farà colloquiare a fondo con alcuni tra i più grandi intellettuali e scrittori del ‘900, come Octavio Paz, Italo Calvino, Jacques Derrida, Luciano Berio, Antonio Tabucchi, Jean-François Lyotard.

Nonostante Adami sia noto per il cromatismo acceso delle sue narrazioni, è il disegno la vera chiave di lettura, il punto di partenza di ogni suo quadro, il centro del suo pensare l’arte, il “nulla dies sine linea”, perché consente di comprendere appieno il rapporto tra idea, soggetto, narrazione, parola, che poi esplode nella pittura. Un “pittore di Idee”, dunque, come recita il sottotitolo dell’esposizione, che mostra nelle opere come si possa essere al contempo artisti e intellettuali.

La mostra Valerio Adami. Pittore di Idee ripercorre la produzione del Maestro configurandosi come un’antologica scandita con andamento cronologico, salvo alcune significative varianti. Nelle prime due sale sono esposti i lavori dagli esordi – il primo è La giostra del 1957 – alla fine degli anni Sessanta. La terza sala presenta le opere degli anni Settanta (con aperture verso gli Ottanta), mentre la quarta diventa una sala non cronologica, ma tipologica, destinata ai ritratti che l’artista ha condotto nei decenni sui “padri nobili” che ha scelto come esempi di vita e di arte. Le sale successive sono dedicate soprattutto agli ultimi quattro decenni – volutamente preponderanti in questa rassegna – sia per testimoniare la fecondità del lavoro di Adami, sia per continuare idealmente la mostra realizzata nel 1986 al Centre Pompidou di Parigi e poi trasferita integralmente lo stesso anno nelle sale di Palazzo Reale a Milano. Arricchisce la mostra uno stretto passaggio tra le sale “tappezzato” dai recentissimi ritratti ideali che l’artista ha compulsivamente realizzato negli ultimi mesi e che costituiscono una specie di “contraltare” espressionista alla sua misurata e calcolata pittura.

La mostra è anche l’occasione per far conoscere il lavoro dell’Archivio Valerio Adami, nato nel 2021 in seno alla famiglia, che persegue gli scopi di valorizzare, conservare, promuovere e tutelare l’opera di Valerio Adami, facendo ricerca su tutto ciò che riguarda il lavoro e la vita del Maestro, anche attraverso il nuovo sito web www.archiviovalerioadami.it.

In mostra anche il documentario “Valerio Adami, il pittore di poesie” prodotto da Artery Film, per la regia di Matteo Mavero, con la partecipazione dello stesso Valerio Adami e di amici filosofi e artisti. Focalizzandosi sulla parte più introspettiva dell’artista, il docufilm illustra il lavoro e la vita di Adami che si intrecciano con le vicende di alcuni tra gli intellettuali più influenti del ‘900.

La rassegna è accompagnata da un catalogo edito da Skira Arte in edizione bilingue italiano e inglese.

Si ringrazia per la mostra The Macallan, la cui collaborazione con Valerio Adami risale al 1993, quando l’artista disegnò l’etichetta per una storica annata di whisky del 1926, record assoluto all’asta nel 2023.

Valerio Adami

Valerio Romani Adami (Bologna, 1935) vive tra l’Italia e Parigi. L’atelier di Felice Carena, poi l’incontro a Venezia con Oskar Kokoschka e in seguito l’Accademia di Brera con Achille Funi sono stati il suo itinerario di formazione. Dai primi anni Sessanta, insieme alla moglie Camilla Cantoni Mamiani, inizia quella vita di viaggi che lo porterà a vivere e a lavorare in diverse città europee, negli Stati Uniti, in particolare a New York, in America Latina, in Israele e in India, stringendo nuove amicizie e creando una cerchia di intellettuali che include nomi come Carlos Fuentes, Jacques Derrida, Italo Calvino e Luciano Berio.

Ha tenuto numerose mostre personali e collettive in musei pubblici e gallerie private di tutto il mondo, spesso accompagnate da cataloghi di rilievo contenenti testi di critici, scrittori e filosofi. Hanno scritto di lui fra gli altri Philippe Bonnefis, Italo Calvino, Jacques Derrida, Gillo Dorfles, Paolo Fabbri, Carlos Fuentes, Michel Onfray, Maurizio Ferraris, Octavio Paz, Vittorio Sgarbi, Antonio Tabucchi, Dore Ashton, Jean-François Lyotard.

Le sue opere sono state esposte al MoMA e al Jewish Museum di New York, al Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris, al Centre Georges Pompidou, alla Fondazione Maeght, a Tel Aviv, Buenos Aires, Atene, Valencia, Caracas, Helsinki e in molti altri luoghi. Ha inoltre ricevuto numerose commissioni per la realizzazione di opere pubbliche, soprattutto in Francia, come i pannelli murali alla Gare d’Austerlitz e al Théâtre du Chatelet a Parigi, le vetrate per l’hôtel de ville de Vitry-sur-Seine e il dipinto sulla battaglia di Valmy per il Ministero degli Interni.

È del 1971 il film Vacanze nel deserto nato dalla collaborazione tra Valerio Adami, anche protagonista della pellicola, e il fratello, regista del film, Giancarlo Romani Adami - filmmaker sperimentale e assistente di Federico Fellini sul set de La dolce vita -, con la partecipazione della moglie Camilla, insieme a Dino Buzzati e ai pittori Aldo Mondino ed Errò.

Archivio Valerio Adami

L'Archivio Valerio Adami è un’associazione senza scopo di lucro che nasce nel 2021 con l’obiettivo di conservare, promuovere e valorizzare la produzione artistica del maestro Adami in tutte le sue forme, in Italia e all’estero. Presieduto dalla nipote Valeria Cantoni Mamiani, l’archivio si impegna nell'aggiornamento e nella cura di una vasta gamma di materiali, sia fisici sia digitali, che raccolgono la storia artistica e personale di Valerio Adami, nonché dell’arte contemporanea legata alla sua vita e al suo lavoro anche attraverso il suo sito www.archiviovalerioadami.it.

L’Archivio si occupa dell’organizzazione e della gestione di attività artistiche e culturali, tra cui attività editoriali connesse alla catalogazione dell’opera artistica e letteraria del Maestro Valerio Adami, oltre all’organizzazione di mostre. 

 



 

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 [La principessa Pemá Chöki Namgyal]. India. Sikkim. Passo Nāthū Lā. 27 febbraio-18 maggio 1948. Copyright: Fotografia di Fosco Maraini / Proprietà
Gabinetto Vieusseux © 2024 Archivi Alinari.

 

L'immagine dell'empresente. FOSCO MARAINI. Una retrospettiva al MUSEC di Lugano 


L'esposizione vuole commemorare i vent'anni dalla sua scomparsa con la più ampia retrospettiva che gli sia mai stata dedicata, frutto di una ricerca avviata due anni fa che ha coinvolto sin dall’inizio le principali istituzioni che ne conservano e valorizzano l’opera.


Il MUSEC di Lugano celebra la fotografia di Fosco Maraini, a vent'anni dalla scomparsa, con la più ampia retrospettiva che gli sia mai stata dedicata, frutto di una ricerca avviata due anni fa che ha coinvolto sin dall’inizio le principali istituzioni che ne conservano e valorizzano l’opera. È così possibile assegnare definitivamente a Maraini il ruolo che gli spetta nella storia della fotografia e, al contempo, riflettere a più livelli sui valori portanti di una forma d’arte che oggi, di fronte alle nuove frontiere della tecnologia, s’interroga sulla sua stessa sostanza. Una riflessione volta a sottolineare come ogni rappresentazione della realtà, concreta o astratta che sia, ha senso nel tempo soltanto se è in grado di restituire un universo spirituale e un’originale visione del mondo.

L’esposizione visibile dal 8 giugno al 19 gennaio 2025 allestita a Villa Malpensata a Lugano, presenta 223 fotografie, alcune delle quali inedite, realizzate fra il 1928 e il 1971 in Europa e in Asia. La scelta delle fotografie è frutto di una approfondita esplorazione degli archivi fotografici di Maraini, dalle centinaia di pubblicazioni illustrate che hanno permesso dapprima di definire i capitoli con cui strutturare il progetto, fino alle  migliaia di negativi conservati dal Gabinetto Vieusseux di Firenze: tenuto conto delle «scoperte» in corso d’opera, dei negativi mancanti o inutilizzabili e delle scelte comparative, necessarie a garantire armonia e coerenza visiva, la selezione ha così preso corpo. Il percorso dell’esposizione curata da Francesco Paolo Campione, direttore del MUSEC, restituisce le sfaccettature della fotografia di Maraini: una fotografia di uomini e culture; di paesaggi che si aprono sull’infinito; di architetture d’interni in cui si riverberano le geometrie segrete del mondo interiore; di particolari che si svelano fra le trame di una realtà interpretata con intelligenza rara e descritta con una colta e finissima estetica. Sono immagini «carpite all’empresente», come Maraini amava dire con uno dei suoi sorprendenti neologismi. Immagini, cioè, colte in quell’attimo irripetibile in cui all’occhio è dato percepire le movenze del cuore e dell’anima. 

Il Catalogo

Accompagna l’esposizione l’omonimo catalogo pubblicato da Skira e curato da Francesco Paolo Campione, con la riproduzione di tutte le fotografie in mostra e un’ulteriore sezione di sei ritratti inediti di Anna Magnani, realizzati in occasione delle riprese del film Vulcano (1949). Il volume racchiude otto approfondimenti tematici, un’antologia di testi di Maraini sulla fotografia, le testimonianze delle figlie e della vedova e un ricco corredo di apparati che ne fanno un’opera di riferimento per gli studi su Maraini.

Scheda del catalogo

Francesco Paolo Campione (a cura di), L’immagine dell’empresente. Fosco Maraini. Una retrospettiva, Skira (Esovisioni/14), Milano 2024. Pp. 616. 23 ill.ni in tricromia a tutta pagina n.t., 230 ill.ni di catalogo n.t. (214 in tricromia e 16 a colori). ISBN 978-88-572-5165-3. CHF/EUR 72.

 



 

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 Louise Bourgeois, UNTITLED (NO. 7), 1993-2009 Marble and wood 33 x 91.4 x 66 cm
Photo: Christopher Burke, © The Easton Foundation/Licensed by SIAE, Italy and VAGA at Artists Rights Society (ARS), NY

 

LOUISE BOURGEOIS. L'INCONSCIO DELLA MEMORIA alla GALLERIA BORGHESE 


La prima mostra dedicata a un’artista contemporanea donna alla Galleria Borghese, e la prima esposizione romana dell’artista franco-americana tra le più influenti del secolo scorso.


Louise Bourgeois. L'inconscio della memoria è la prima mostra dedicata a un’artista contemporanea donna alla Galleria Borghese, e la prima esposizione romana dell’artista franco-americana tra le più influenti del secolo scorso.

Ideata da Cloé Perrone e curata con Geraldine Leardi e Philip Larratt-Smith, l’esposizione, realizzata in collaborazione con The Easton Foundation e l’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici, è incentrata sul grande contributo della Bourgeois alla scultura e la profonda connessione tra la sua pratica artistica e la Galleria Borghese.

Louise Bourgeois. L'inconscio della memoria intreccia la memoria personale dell’artista, a quella collettiva del museo pubblico: il percorso espositivo attraversa alcune sale, i Giardini segreti e il padiglione dell’Uccelliera – luoghi che Louise Bourgeois aveva esplorato con ammirazione durante la sua prima visita a Roma nel 1967. Circa 20 opere scultoree che dialogano con l'architettura unica del Casino Borghese e con la sua collezione, sono incentrate sui temi della metamorfosi, della memoria e sull'espressione di stati emotivi e psicologici. Queste tematiche, esplorate anche dagli artisti della collezione Borghese, sono rinvigorite dalla lente contemporanea di Bourgeois, che offre nuove prospettive sull'esperienza umana, grazie anche alla sua straordinaria diversità di forme, materiali e scale, che le hanno permesso di esprimere una gamma di stati emotivi.

“La mostra su Louise Bourgeois fin dal titolo insegue due aspetti molti significativi del percorso dell’artista: l’inconscio e la memoria. Nella Galleria Borghese la conservazione della memoria del collezionista suo fondatore, Scipione Borghese, è per noi centrale e tutte le opere da lui raccolte raccontano la sua storia che è poi diventata la storia di uno dei musei più importanti al mondo. Le singole opere conservano la memoria dei loro autori e delle loro vite, a volte anche i loro ritratti nascosti come nel caso della Minerva di Lavinia Fontana, artista che all’inizio del Seicento usa la mitologia come suo specchio. Bourgeois sembra invece non nascondersi, ma esporsi il più possibile, cercando di raccontare anche il suo inconscio, i livelli di coscienza che sono poco dicibili. In questo rimando continuo fra memoria personale e collettiva, fra specchi e gabbie, risiede la forza estetica della mostra, che grazie alle opere della grande scultrice novecentesca attua la mise en abyme della collezione Borghese” afferma Francesca Cappelletti, Direttrice della Galleria Borghese.

Con la mostra Louise Bourgeois. L’inconscio della memoria la Galleria Borghese conferma l’importanza del rapporto tra arte antica e contemporanea, diventando luogo di incontro e dialogo tra Maestri di epoche e provenienze diverse. Le installazioni contemporanee di oggi riaffermano e attualizzano ciò che la Galleria incarnava per Scipione Borghese: uno scrigno di tesori personali e un luogo per custodire un’eredità che va costantemente rinnovata, favorendo nuove letture della sua storia e della storia dell’arte.

La mostra è accompagnata da un catalogo che include installation views delle opere della Bourgeois contestualizzate nella Galleria, e da una guida breve. Entrambe le pubblicazioni sono edite da Marsilio Arte.

In occasione della mostra, anche l’Accademia di Francia a Roma – Villa Medici ospita un’opera dell’artista, allestita negli appartamenti storici del Cardinale Ferdinando de’ Medici: No Exit, un’installazione formata da una scala incorniciata lateralmente da pannelli e da due grandi sfere situate alla sua base. Nella scala si trovano appese due forme di gomma a cuore, elementi ben celati e che possono essere sbirciati attraverso una piccola porta dietro la struttura.

L’esposizione è stata realizzata grazie al supporto di FENDI, sponsor ufficiale della mostra.