A Villa Malpensata ritorna, dopo poco più di 50 anni, un importante e nuovo premio
 
 
 

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A Villa Malpensata ritorna, dopo poco più di 50 anni, un importante e nuovo premio

Si tratta della prima tappa di un nuovo progetto, che nei prossimi anni costituirà a Lugano un vero e proprio archivio della fotografia contemporanea.

A Villa Malpensata ritorna a distanza di poco più di 50 anni un nuovo premio, ma a differenza di quello indetto nel 1969 di arte naïf quest'ultimo sarà dedicato alla fotografia contemporanea.

L'intento del Musec di Lugano sarà quello di valorizzare nuovi linguaggi e nuove tendenze, riavvicinare sempre più giovani al mondo della fotografia d'autore ampliando la sua vocazione verso la fotografia contemporanea e la storia della fotografia. Il nuovo progetto porterà alla creazione di un vero e prorpio archivio della fotografia contemporanea.

Come ci ricorda il direttore del Musec Paolo Campione, questa sede ha già ospitato un importante Premio Internazione di arte naïf nel 1969. Tale evento è stato accompagnato dal coinvolgimento e dal sostegno dell'intera città. La mostra, che ne è seguita, era ospitata a Villa Malpensata e a Villa Ciani. Ci sono stati convegni, seminari, Aldo Patocchi era una delle anime assieme a Giancarlo Vigorelli mentre si ricorda come curatore il celeberrimo esperto di arte naïf Anatole Jakovsky.

L'attuale progetto Unpublished Photo è promosso dal MUSEC e dalla Fondazione culture e musei di Lugano in collaborazione con 29 ARTS IN PROGRESS Gallery di Milano a cui si deve la creazione dell'omonimo premio che dal 2018 richiama giovani talenti della fotografia da tutto il mondo.

A Villa Malpensata sono esposte 24 fotografie di 6 fotografi vincitori delle due precedenti edizioni di Unpublished Photo. Gli artisti sono: Francesco Soave (UP18), Gabriel Guerra Bianchini (UP18), Gabriele Milani (UP18), Farnaz Damnabi (UP19), Juan Luo (UP19), Matteo Piacenti (UP19).

 

Abbiamo dialogato con alcuni dei fotografi presenti e con il gallerista de 29 ARTS IN PROGRESS gallery durante l’inaugurazione della mostra visitabile fino al 31 gennaio 2021.

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Matteo Piacenti, vincitore UP 19

Qual è il tuo approccio alla fotografia e al mezzo fotografico. Penso sia importante avvicinare i giovani alla fotografia non immediata o creata da uno smartphone. La fotografia non è “lo posso fare anche io". Qual è il tuo messaggio?

La fotografia è accessibile a tante persone, ma non per questo tutti sono professionisti. Abbiamo tantissime immagini e siamo perennemente bombardati da immagini, ma chi realmente pratica la fotografia è una piccola cerchia alla ricerca di una filosofia dietro all’immagine stessa. L'immagine commerciale viene usata nell’immediato, ma è la ricerca dietro di essa che la rende unica. Il mio progetto nasce dal domandarmi “noi siamo giudicati da cosa?” “Quando moriamo da quale strumento veniamo giudicati?". Quindi il mio lavoro è quello di cercar di descrivere me stesso con altre persone. Prendo soggetti descrivendoli, ma nello stesso momento descrivo anche me stesso. C’è sinergia tra soggetto e fotografo stesso. Tutte le foto delle persone che ho portato in mostra sono amici intimi che conosco bene, non sono modelli. Con loro c'è un approccio diretto, con un modello la sensazione sembra più fredda. Si instaura un rapporto di amicizia e solo allora scatto. Un altro grande tema è il bianco e nero. Per me è fondamentale, per molti è un modo di rendere l'immagine più poetica; io cerco un distacco dalla realtà. Ciò che vediamo non è la realtà stessa che è fatta di colori, il bianco e nero è uno specchio che descrive la realtà attraverso un linguaggio personale. È un filtro che inserisco nella realtà, scatto già in bianco e nero. "Irrazionali ma coscienti" è un progetto che porto avanti da anni, ma di cui vedo un'evoluzione con immagini che si stanno aprendo, inizialmente erano ritratti ravvicinati del viso, dopo ho raffigurato tutto il corpo per dargli un'espressione. Tutto ciò fino ad arrivare al colore, un colore molto pop. 

Lo scatto è spontaneo o costruito?

Interessante come domanda, molti mi chiedono se creo tutta l'immagine come se fossi un creatore. In realtà costruisco un'immagine, ma attraverso il soggetto e con la sinergia che formiamo assieme. Non imposto mai l'immagine, i movimenti sono spontanei; scatto nel momento in cui vedo quello che desidero.

 

Luca Casulli gallerista de 29 ARTS IN PROGRESS gallery

Raccontaci la vostra esperienza nella scelta di tali artisti. Oggi, dove la fotografia è comune, come si riconosce la fotografia d'autore?

Come gallerista seguo questi giovani fotografi da un po' di anni ed è difficile per un fotografo emergente avere un servizio pubblico/privato che mostri i suoi lavori. Dal 2018 abbiamo puntato su questo aspetto nella programmazione artistica e grazie a questa collaborazione nasce questo progetto che, almeno per una volta all'anno, ci permette di affiancare ai grandi maestri dell'arte moderna e contemporanea giovani fotografi. Il messaggio che mi sento di dare ad un giovane fotografo è quello di avere una cultura verso tutte le arti da cui farsi contaminare e attingere il più possibile, perché senza una base culturale si rischia di non avere gli strumenti per una carriera di lungo termine. 

Che lavoro c'è dietro la selezione di tali artisti. C'è un lavoro di studio e ricerca negli studi d'artista?

Il primo punto di contatto nasce da questo concorso che abbiamo avviato. Moltissimi fotografi mandano il loro portfolio che analizziamo assieme alla guira; abbiamo poi un incontro approfondito con solo alcuni di essi. È importante fare da mentore ai giovani artisti, perché senza figure di riferimento si rischia di lasciarli un po' a se stessi senza un consiglio. Seguiamo i nuovi progetti, visitamo gli studi. C'è un dialogo aperto che coinvolge curatori, critici, anche esperti di altre discipline, durante un'edizione abbiamo invitato Pupi Avati; allargare a tutte le arti il punto di vista serve ad avere una finestra sul mondo il più ampia possibile. Ci teniamo molto a tutto ciò, in quanto un conto è lavorare con artisti già affermati, con un mercato avviato e un conto creare tutto questo, che è altrettato stimolante. 

 

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Gabriele Milani UP 18

Raccontami la tua esperienza di fotografo. Cosa vuol dire fare fotografia artistica e non amatoriale?

La tecnologia ci sta aiutando sempre di più con macchinari sempre più performanti, tuttavia tutto ciò senza uno studio attento è sprecato. Dietro le mie fotografie ci sono anni di ricerca, soldi spesi in corsi di perfezionamento, ci sono tecnologie da studiare e passaggi necessari a livello lavorativo che ti portano a creare un prodotto qualitativamente alto.

La scelta del tuo soggetto?

Le statue sono quelle opere che nei musei vengono date per scontate, invece uno si deve accorgere di come il marmo venga plasmato a immagine e somiglianza dell'uomo. Nel 2015 ho scelto questo soggetto e ho deciso di tatuarlo perché queste stuatue sono state create per raffigurare l'uomo nella sua perfezione. Oggi con il concetto di personalizzazione tutti pensiamo di essere belli in modo assoluto, grazie e a causa dei marchi, delle case e dei design personalizzati. Anche il nostro corpo viene personalizzato con il tatuaggio venendo meno al concetto di bello assoluto. Mi sono domandato se questo fosse successo ai tempi degli antichi quando plasmavano il marmo avrebbero dovuto inserire anche il tatuaggio nelle statue? Da questa domanda sono partito con il mio lavoro.

Quindi per te cos'è la bellezza?

Secondo me la bellezza è essere in pace con se stessi tutti i giorni e sentirsi liberi di vivere come vogliamo.

Pensi di cambiare concetto?

Il mio progetto è stato chiuso quando ho vinto UP18. Mi ero innamorato di quel tipo di soggetto ricercando per il mondo gli originali delle statue da fotografare, ma rischiavo di rimanere fermo a questo punto. Negli ultimi anni ho creato paesaggi astratti montati in photoshop, ispirandomi a De Chirico; negli ultimi tempi mi sono anche dedicato all'ecologia, a tutto ciò che è inquinamento e l'ultimissima scoperta è la danza.

Cosa dà a un fotografo vincere un premio così?

Ti gratifica, appaga tutte le ore spese in ricerca, nel perfezionare la propria immagine. Ti permette di vedere un punto, non un arrivo e credo che sia la cosa più importante. Essere ospitati al Musec, fuori dall'Italia è davvero gratificante. Tutti quelli che hanno un obiettivo devono perseguirlo. I sogni, come il mio che sto perseguendo da 10 anni, sono in salita. Non bisogna farsi scoraggiare dalle delusioni, ma bisogna andare a fondo.

 

Francesco Soave UP18

Mi ha molto colpito il fatto che tu viva in Thailandia assieme ai bambini orfani da te fotografati. Mi puoi parlare del tuo approccio alla fotografia, del tuo progetto?

Ho scoperto questo posto per caso. Sono andato in Thailandia nel 2017, mi sono dato carta bianca, curioso di scoprire cosa avrebbe attirato la mia attenzione. Poi ho scoperto questo villaggio che è un vicolo cieco alla fine della Thailandia al confine con lo Myanmar, lì ho conosciuto questi bambini orfani. Non voglio trasmettere la compassione, li ammiro per come vivono tutti assieme a contatto con la natura. Sono dei bambini che hanno vissuto cose tristi ma sono gli attori di un film sull'infanzia che per me è la cosa più importante. È come se girassi un film di cui non conosco la trama, conosco solo i miei attori, l'atmosfera che voglio trasmettere, ma sono loro che ne rivelano la storia.

Come mai la scelta della Thailandia?

Ho girato parecchio il Sudest asiatico inizando da Bangkok. Volevo andare a nord, mi hanno consigliato questo posto e mi sono trasferito. Questa estetica e questo linguaggio a contatto con la natura mi hanno affascinato.

Come mai il bianco e il nero?

Per rendere tutto senza tempo. È anche una scelta obbligata in quanto non ho il controllo di come si vestono i bambini, i colori ti distrarrebbero dall'essenza, soprattutto se vedi tante foto. Sei tu che poi crei i colori. 

Il bello di questo premio è avvicinare i giovani alla fotografia, soprattutto oggi in cui tutti pensano di essere fotografi avendo uno smartphone in mano. Che ne pensi?

È verissimo, tutti possono fare foto. Io mi sono rifiutato di stare su Instagram, la considero una cosa tossica soprattutto quando pensi che la bravura sia dettata da un like. Vado completamente contro tutto ciò. Io credo in un progetto a lungo termine, l'idea è celebrare l'infanzia. Il mio intento è di estendere questo discorso a tutta l'Asia. La cosa bella dei bambini è che non sono consapevoli della macchina fotografica, tu sparisci soprattutto quando si divertono e quando ti conoscono. Quando i bambini si divertono è il momento che io chiamo momento di gloria.