I PORTI FRANCHI: I NASCONDIGLI DELL’ARTE di Marta Angelucci
 
 
 

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I PORTI FRANCHI: I NASCONDIGLI DELL’ARTE di Marta Angelucci 

 

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Quando si parla di grandi musei ognuno di noi, con l’immaginazione, vola in direzione Parigi, San Pietroburgo o New York pensando al Louvre, all’Hermitage o al Metropolitan Museum of Art. Nessuno penserebbe mai che, in realtà, una grandissima quantità di opere d’arte e altri beni da collezione sono custoditi all’interno di capannoni multipiano che sorgono nell’ambito delle cosiddette “zone franche”.

Negli anni, infatti, per motivi di natura amministrativa e fiscale, si è affermata in modo crescente la tendenza a custodire e conservare opere d’arte e altri beni preziosi da collezione (gioielli, auto d’epoca, oggetti d’antiquariato, vini pregiati) all’interno di spazi inusuali quali i porti franchi (freeport).

I porti franchi (detti anche zone franche o zone economiche libere) sono territori circoscritti geograficamente all’interno di un paese che godono di alcuni privilegi di natura tributaria. In particolare, i suddetti territori beneficiano di un regime doganale speciale che prevede l’assenza di dazi di importazione ed esportazione e l’esenzione dal pagamento di imposte.

Tra i porti franchi che negli anni si sono specializzati verso il mondo dell’arte vi rientrano quelli presenti a Ginevra, Lussemburgo, Singapore e Pechino. Per comprendere l’entità del fenomeno, si pensi che, tra quelli esistenti, il Geneva Free Port è decisamente tra i più importanti e anche se nessuno conosce esattamente quante opere d'arte vi siano conservate il New York Times afferma che la cifra si avvicini a 1,2 milioni. Il fenomeno, dunque, è davvero impressionante.

Non si tratta di un patrimonio di titolarità di un unico individuo, né di un’unica istituzione, bensì di un gruppo non definito di collezionisti, mercanti d’arte e società offshore che scelgono di conservare i propri beni preziosi in quello che di fatto è un deposito, trasformandolo nel loro caveau, al fine di godere della sicurezza, riservatezza e vantaggi fiscali che questo offre.

Come funziona un porto franco e qual è il suo impatto sul mondo dell'arte?

I freeport, originariamente, venivano utilizzati per conservare in via temporanea merci come tè e cereali. Nel corso degli anni, invece, si è fortemente sviluppata per molti di loro la tendenza ad essere utilizzati come armadietti per il business di alta fascia.

Infatti, come anticipato, questi sono in grado di offrire vantaggi amministrativi e fiscali capaci di garantire notevoli risparmi in termini di adempimenti e di imposta.

L’aspetto caratterizzante di tali magazzini extraterritoriali è la possibilità di introdurre merci all’interno del territorio di uno Stato senza dover espletare particolari formalità doganali, o addirittura non dovendone compiere alcuna, oltreché senza l’obbligo di corrispondere dazi o imposte poiché il prelievo di questi ultimi si realizza solo nel momento in cui la merce raggiunge la sua destinazione finale.

Questo speciale trattamento fiscale trova la sua giustificazione nel fatto che, tecnicamente, i porti franchi rappresentano per le merci meri luoghi di transito. Tuttavia, questi finiscono sempre più spesso per diventare "residenze" permanenti nelle quali, non di rado, le opere cambiano proprietario senza spostarsi di un solo millimetro. Infatti, la compravendita realizzata all’interno del porto franco è esente sia dal pagamento delle tasse su importazioni ed esportazioni sia di quelle di transazione: fintantoché l’opera d’arte resta immagazzinata nel porto franco non soggiace all’obbligo di corresponsione di alcuna imposta.

Inoltre, è necessario considerare che i freeport, oltre a quanto già illustrato in materia fiscale, sono in grado di offrire un ulteriore e notevole ventaglio di servizi rispetto alla conservazione e alla custodia delle opere d’arte come la climatizzazione controllata, la sorveglianza video, la presenza di muri resistenti al fuoco, servizi di restauro, autentica e valutazione nonché di assicurazione e vigilanza.

Tuttavia, sebbene i vantaggi siano numerosi, non manca il rovescio della medaglia e non si può ignorare la presenza di alcune criticità di cui i collezionisti d’arte devono essere consapevoli: nonostante i freeport siano da considerare luoghi tax free a tutti gli effetti poiché la merce che vi fa ingresso mantiene lo status del luogo da cui proviene, nel momento in cui si realizza definitivamente la cessione dell’opera d’arte, naturalmente, l’adempimento di tutte le formalità doganali e la corresponsione delle imposte e dei dazi sulle importazioni ed esportazioni divengono obbligatorie ma, a questo punto, le imposte vengono calcolate sul valore dell’opera d’arte al momento della sua estrazione che, quindi, potrebbe essere più elevato rispetto al momento del suo primo ingresso nella zona franca.

La cessione definitiva delle opere d’arte, inoltre, potrebbe essere sottoposta all’imposizione sul realizzo di eventuali plusvalenze nonché alle altre imposte sui redditi previste dall’ordinamento del paese in cui il soggetto titolare dell’opera compravenduta è fiscalmente residente.

Infine, se in passato detenere le proprie opere d’arte in zone franche era sinonimo di riservatezza assoluta, a seguito del recepimento della V direttiva europea antiriciclaggio l’obbligo di procedere all’identificazione del titolare effettivo è stato esteso altresì alle attività effettuate all’interno di porti franchi. Diretta conseguenza di detta implementazione normativa è stata la notevole riduzione del ricorso a trusts, società offshore o gallerie quali strumenti finalizzati a occultare la titolarità dei suddetti beni.

Gli amanti dell’arte sostengono che i freeport rappresentino una sorta di scrigno dannoso per l’arte che priva il pubblico della possibilità di poterla ammirare ma, se concettualmente questa interpretazione è condivisibile, d’altro canto non è altro che il frutto di chi guarda all’arte meramente con gli occhi dell’appassionato. Infatti, se è indiscutibile che l’arte nasce per essere apprezzata dagli occhi di chi la guarda, è altrettanto vero che il denaro, gli investimenti e il mercato sono elementi determinanti ai fini della sua sopravvivenza perché l’arte è bellezza e valore, certo, ma anche denaro.

Ciò che, invece, può davvero influire negativamente sul sistema dell’arte è quel fenomeno per cui spesso il deposito delle opere presso il porto franco si protrae indefinitamente nel tempo pur passando per le mani di diversi proprietari. Tali transazioni, infatti, non di rado sono supportate da documenti pressoché anonimi volti a dissimulare la provenienza o la destinazione dei beni che potrebbero rivelarsi anche di proprietà di qualcuno che non esiste o, ancor peggio, rappresentare il frutto di traffici illeciti aventi ad oggetto beni artistici e archeologici trafugati o persi.

 

Marta  Angelucci  

Trainee Lawyer di Loconte & Partners