In occasione della Manifestazione "Luci d'Artista" a Torino, la decorazione non luminosa per interrompere l’ovvio
 
 
 

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In occasione della Manifestazione "Luci d'Artista" a Torino, la decorazione non luminosa per interrompere l’ovvio

 

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Roberto Cuoghi, foto copyright Alessandra Sofia
 

"Non sono riuscito a fare quasi niente di quello che volevo fare. Va sempre tutto storto e spesso è colpa mia. Eppure avrei un bel carattere se non fosse per gli altri".  Intervista all'artista Roberto Cuoghi.

By Camilla Delpero   

 

Come nasce Roberto? Ti sei ispirato a qualcuno, nel senso hai qualche maestro a cui ti rivolgi? O possiamo considerare l’arte di Roberto Cuoghi completamente personale? 

Non ho fatto l’Erasmus e non ho maestri.  Non coltivo amicizie. Ho frequentato scuole pubbliche senza chiedermi perché. Il collegio era una minaccia. Non sfoglio i cataloghi, non vado alle mostre, non mi sono mai iscritto a un workshop e non mi ha mai sfiorato l’idea di andare a vivere a Berlino.

Cos’è per te la bellezza? Esiste ancora?

Esiste, come esiste ancora la salivazione. È uno stimolo e il suo riflesso è il desiderio. Non vedo problemi. Si definisce per confronto finché c’è la bruttezza, che evoca dispiacere, mentre la bellezza pare evochi la dopamina. Più problematico sarebbe oggettivare quel che è ‘carino’.

L’arte di oggi ci porta verso cosa, anticipa ancora i tempi come nelle avanguardie, o quella forza si sta spegnendo?

Non ho mai avuto quella fiducia messianica nell’arte. L’arte non ha anticipato gli antibiotici o la cortina di ferro, ma neanche la minigonna. A me sembra che l’arte galleggi sopra ai tempi come fanno le papere sull’acqua.

Una volta gli artisti nelle principali città si riunivano, si incontravano. Oggi dove si riuniscono gli artisti, quali sono i “salotti” contemporanei? Esiste ancora l’esigenza di incontrarsi, ricercare assieme e confrontarsi?

Io sono pieno di pregiudizi, mi sentirei come in Place du Tertre a Montmartre a discutere di trementina. La mia gallerista francese, a Milano per una inaugurazione all’Hangar Bicocca, ha chiesto a qualcuno dell’organico per quale motivo non mi avessero mai contattato e le hanno risposto ‘non lo vediamo mai’.  Qualcuno che vuole venirmi a trovare c’è. Qualcuno mi vuol far leggere qualcosa…a me sembra sempre di leggere l’oroscopo.

 

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Roberto Cuoghi, foto copyright Alessandra Sofia

 

Un artista quando si può sentire affermato? Quando è in asta, quando è in un’importante collezione o quando piace?

Quando è in preda a sé stesso.

Tu sei uno degli artisti più importanti a livello internazionale, come la tua arte. C’è qualcosa che ancora non sei riuscito a concretizzare? Progetti?

Non sono riuscito a fare quasi niente di quello che volevo fare. Va sempre tutto storto e spesso è colpa mia. Eppure avrei un bel carattere se non fosse per gli altri.

Un artista può essere ''concettuale'' pur mantenendo uno stile classico?

Non sono sicuro di sapere cosa sia lo stile classico, ma credo proprio di sì. Si può!

L’opera o il progetto a cui sei più legato? 

Sono legato a quel che sto facendo. Quello che ho fatto è fatto. Mi è anche passata la voglia di segnalare cosa preferisco perché, avendolo fatto in passato, ora certe opere sono scomparse, tenute nascoste da collezionisti inventati, per speculare o per dispetto. 

Parlaci del progetto Miracola. A cosa ti sei ispirato? Perché questo progetto? Torino, la città che lo ospita ha influenzato il progetto oppure ha una vita propria? 

Sono stato invitato da Carolyn Christov-Bakargiev nell’agosto del 2018. L’ispirazione è stata l’invito. Sembrava strano anche a lei chiedere a me una decorazione luminosa per la manifestazione Luci d’Artista. I messaggi di speranza e le sculture di luce non fanno per me. Sarebbe come avere un camino finto in casa, per me è deplorevole. Ho scelto Piazza San Carlo perché non c’è nulla da aggiungere, la sera è già uno spettacolo, è impeccabile e per ribadirlo ogni tanto va spenta.  Tutti riescono a scarabocchiare qualcosa su un muro, ma se hai la possibilità di interrompere l’ovvio, anche solo per un attimo, è come cadere in acqua o frenare di colpo, non sai nemmeno se ti piace, cioè ci devi pensare. La piazza ha due chiese affiancate, maschio e femmina, San Carlo e Santa Cristina, si ribadiscono per geometria. La prima idea è stata di attivare un circuito di spegnimento innescato dal campanile, passando per i portici di tutta la piazza, fino alla chiesa numero due.  Poi ho pensato a delle varianti. C’è anche San Paolo, la banca che occupa una buona parte del perimetro della piazza. Sono già tre Santi votati alle speranze dei cittadini. Forme ideologiche che, all’altezza dei tempi, per cinque secondi vengono a mancare. Mi sono rifiutato di iniziare quando ho saputo che non mi avrebbero concesso i lati corti della piazza, che sono carrabili. Poi mi sono stati concessi. Non era un capriccio, era geometria. I bancomat però non li ho potuti toccare. Perché i bancomat non sono Santi, sono Sacri.

 

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Roberto Cuoghi, foto copyright Alessandra Sofia

 

Quanto tempo ti occupa un progetto del genere?

Carolyn si è convinta subito. Poi c’è stato un lungo lavoro di convincimento che forse non è finito e mai finirà. Il mio buio è stato approvato dalla giunta comunale, poi è passato attraverso la Prefettura, l’azienda elettrica, le forze dell’ordine e la Onlus che coordina gli esercenti. A quel punto il Castello di Rivoli ha costituito una ‘falange diplomatica’ (Chiara Bertola e Roberta Aghemo), perché l’idea di partecipare piace a tutti finché è un’idea. Per questo è stato necessario prendere il controllo non solo dell’illuminazione pubblica, ma anche di tutti i quadri elettrici delle attività commerciali e dei residenti. Qualcuno ne ha fatto una questione di principio, così ne ho fatto una questione di principio anch’io, perché tutta la piazza è stata cablata sfruttando i sotterranei e applicando ricevitori comandati da un dispositivo più adatto al Rigoletto, che applicato a luci così diverse da sincronizzare obbliga a lavorare su ritardi di decimi di secondo in un’area di tredicimila metri quadrati, sempre e solo di notte, con due walkie-talkie e due biciclette. 

La rivista si chiama Quid Magazine proprio perché vuole indagare il Quid. Roberto dove lo intravede nella vita, nell’arte. Quel quid che rende unica una determinata cosa rispetto ad un’altra?

Un quid dovrebbe essere un difetto con una prospettiva adattativa, senza volontà e senza intenzioni persuasive. Anzi, prevalendo perde il diritto di essere quid.  A qualcuno però conviene che il quid sia anche solo la comunicazione del quid. Ad esempio, se cerchi consenso in società è scontato tu voglia occuparti di ingiustizie, di minoranze e di diritti umani, ma è anche scontato prendere la residenza a Montecarlo e aprire una holding in Lussemburgo. Via le tasse come impresa e come persona fisica. Qui dove lo vedi il quid?