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Carlo Mattioli Fabrizio tecnica mista su carta Collezione Enrico Fanti Parma2020 

 Carlo Mattioli - Fabrizio - tecnica mista su carta - Collezione Enrico Fanti, Parma2020

 

La Certosa di Parma - La città sognata di Stendhal interpretata da Carlo Mattioli

La mostra è incentrata sulla figura di Henry Beyle, meglio noto come Stendhal, che dedicò il suo più celebre romanzo, "La Certosa di Parma", alla città e sulle opere di carattere stendhaliano del pittore Carlo Mattioli.

La Certosa di Parma. La città sognata di Stendhal interpretata da Carlo Mattioli è il titolo della mostra, promossa e realizzata da Fondazione Cariparma e Fondazione Carlo Mattioli, ospitata a Palazzo Bossi Bocchi dal 22 febbraio al 31 maggio 2020, incentrata sulla figura di Henry Beyle (Grenoble 1783 – Parigi 1842), meglio noto come Stendhal, che dedicò il suo più celebre romanzo, La Certosa di Parma, alla nostra città e sulle opere di carattere stendhaliano del pittore Carlo Mattioli.

La mostra – inserita nel programma delle mostre di Parma Capitale Italiana della Cultura 2020 – racconta dei diversi tempi del romanzo, dalla sua fulminante ideazione e stesura (fu scritto in 53 giorni, meno di due mesi, tra novembre e dicembre 1838), alla sua immediata pubblicazione e fortuna editoriale: grazie alla preziosa collaborazione del Complesso Monumentale della Pilotta - Biblioteca Palatina, saranno circa una cinquantina le edizioni, in lingua francese e italiana, che accompagneranno il visitatore lungo il percorso di mostra, dalla prima in francese dell’aprile del 1839 alle più recenti, arricchite anche dagli esemplari conservati nella Biblioteca di Busseto di Fondazione Cariparma e nella Biblioteca della Deputazione di Storia Patria.

Henry Beyle, nacque e visse parte della sua vita a Grenoble. Grazie alla collaborazione con il Musée Stendhal della cittadina francese, allestito presso l’abitazione natale dello scrittore, in mostra saranno un ritratto dello scrittore e alcuni cimeli, oggetti che contribuiranno a ricreare l’ambiente in cui Stendhal scrisse il romanzo.

L’esposizione prosegue attraverso i luoghi e i personaggi del romanzo fermati in un “tempo immaginifico”; di questo mondo stendhaliano si è fatto interprete, negli anni Cinquanta, Carlo Mattioli con dipinti, opere su carta ed inedite ceramiche che hanno portato finalmente, nel 1977, alla pubblicazione del libro d’arte La Certosa di Parma edito da Azzoni di cui Fondazione Cariparma possiede un prezioso esemplare all’interno della collezione di Libri d’Artista donata da Corrado Mingardi.

Mattioli disegna una Parma presa quasi sempre di notte e da un punto di vista sempre leggermente ribassato perché risulti maestosa. Una città completamente vuota o percorsa da file geometriche di soldatini in uniforme che vanno chissà dove sull’eco di un inutile o tardivo ordine dato solo per dare “geometria” e prospettiva alla scena. Una città cupamente ideale fatta di piazze dilatate e deserte, di palazzi con lunghe teorie di finestre buie e vuote, come se gli abitanti fossero fuggiti, inseguiti da un invasore. Una città senza tempo, con la magnificenza nera di un sogno di Piranesi che si è immerso nelle acque padane, allucinate e metafisiche che bagnano la vicina Ferrara di De Chirico.

Compare la basilica della Steccata nella notte. Poi la chiesa “del Quartiere” vista scorciata in un vuoto siderale. Poi la prigione, la torre Farnese che si sovrappone come un lapsus alla Certosa in cui Fabrizio finirà i suoi giorni.

Quella Parma, Mattioli la vuole nera, con bagliori blu, lunari, punti di bianco mobili, le uniformi degli onnipresenti soldatini. Fra i tanti personaggi raccontati da Stendhal l’artista ha privilegiato il protagonista, Fabrizio del Dongo e la sua divina scriteriata giovinezza destinata a soccombere. Colto sempre di profilo, con la tuba nera, i capelli biondi e il mantello rosso mosso dal vento, Fabrizio domina incontrastato sulla fantasia dello scrittore e del pittore fino al tragico epilogo della storia.

Delle avventure di Fabrizio e dei suoi spasimi la mano del pittore non registra quasi nulla, così come dei tanti comprimari. Molti capitoli li ignora, li ritiene inutili, non vuole fare illustrazioni: solo un accenno di racconto nell’arresto di Fabrizio in piedi accanto alla carrozza su cui siede Clelia; e poi Fabrizio che corre, pugnale in mano, dopo aver ucciso Giletti, la torre Farnese in lontananza a memento.

Per il resto nulla: o le scene vuote o il personaggio, Fabrizio, che riempie tutto, il foglio ma prima ancora la mente. La sua bellezza soverchiante è come quella delle figure dei vasi attici, colta sempre di profilo. Fabrizio è dove deve essere.

La Certosa di Parma, La città sognata di Stendhal interpretata da Carlo Mattioli (che vede il patrocinio dell’Ambasciata di Francia) è una straordinaria occasione per approfondire un monumento letterario che fu in grado, ma lo è tutt’ora, di richiamare su Parma l’attenzione del mondo della cultura.

Eventi collaterali all’esposizione saranno inoltre quattro conferenze previste a Palazzo Bossi Bocchi, con ingresso libero: 

  • La “città invisibile” di Stendhal, a cura di Francesca Dosi - martedì 3 marzo, ore 17,00;
  • Corrispondenze e suggestioni tra Stendhal, Correggio e Carlo Mattioli, a cura di Luisa Viola - martedì 10 marzo, ore 17,00;
  • La Certosa di Parma, una lettura del romanzo di Stendhal, a cura di Guido Conti - giovedì 19 marzo, ore 17,00;
  • La Certosa di Parma si conclude con una “favola”, ma senza lieto fine..., a cura di Luisa Viola - martedì 21 aprile, ore 17,00.

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Migrating Objects. Arte dall’Africa, dall'Oceania e dalle Americhe nella Collezione Peggy Guggenheim

La mostra mette in luce un episodio meno conosciuto ma decisamente significativo del collezionismo di Peggy Guggenheim.

Dal 15 febbraio al 14 giugno 2020 la Collezione Peggy Guggenheim presenta Migrating Objects. Arte dall’Africa, dall'Oceania e dalle Americhe nella Collezione Peggy Guggenheim, mostra che mette in luce un episodio meno conosciuto ma decisamente significativo del collezionismo di Peggy Guggenheim. Passata alla storia per aver sfidato le convenzioni come collezionista e mecenate, e da sempre celebrata per la sua collezione d’arte moderna europea e americana, nel corso degli anni ’50 e ’60 Peggy Guggenheim inizia a guardare oltre i confini dell’Europa e degli Stati Uniti interessandosi all’arte dell’Africa, dell’Oceania e delle culture indigene delle Americhe. In occasione della mostra Migrating Objects 35 opere di arte non occidentale verranno esposte per la prima volta a Palazzo Venier dei Leoni rivelando un nucleo della collezione della mecenate raramente visibile al grande pubblico. Aspetto assolutamente inedito di questo originale percorso espositivo sarà la presentazione di questi oggetti in gruppi che privilegiano i contesti originari o, in alternativa, in dialogo con alcuni capolavori delle avanguardie europee in collezione di artisti che sostennero lo sviluppo del proprio linguaggio modernista attraverso l’appropriazione di queste opere.

L’esposizione è il frutto di un lungo periodo di ricerche e confronti da parte di un team di studiosi su questi lavori per lungo tempo tralasciati negli studi sulla collezione di Peggy Guggenheim. Nel corso degli ultimi due anni e mezzo le ricerche hanno portato a risultati anche sorprendenti, come l’attribuzione di alcune opere, in particolare la maschera copricapo proveniente dalla Nigeria (Ago Egungun) creata nell’atelier di Oniyide Adugbologe (1875 - 1949 c.), che sarà presente in mostra.   
 
La mostra Migrating Objects contestualizza l’approccio di Peggy Guggenheim entro l’ambito ben più ampio e problematico della tradizione occidentale che privilegia l’affiancare lavori d’arte moderna occidentale e non occidentale sulla base di affinità formali e concettuali. La scelta di impiegare questi due metodi differenti permette di prendere in considerazione come le opere, i cui significati e scopi originari sono spesso fraintesi, siano collocate negli studi, nelle gallerie, nei musei e nelle case, con finalità spesso contradditorie. Tracciare le traiettorie di questi oggetti è un atto che rivela gli intrecci formatisi tra colonizzazioni, annessioni, migrazioni e reinterpretazioni unitamente alla storia degli individui, noti o non riconosciuti.
 
La mostra è curata da un Comitato scientifico che include: Christa Clarke, curatrice indipendente e studiosa delle arti dell'Africa e affiliata all'Hutchins Center for African & African American Research, Harvard University, Cambridge, Mass.; R. Tripp Evans, professore di Storia dell'arte e Co-Chair, Department of Visual Art and Art History, Wheaton College, Norton, Mass.; Ellen McBreen, professoressa associata di Storia dell'arte, Department of Visual Art and Art History, Wheaton College, Norton, Mass.; Fanny Wonu Veys, curatrice, Oceania, National Museum of World Cultures, Amsterdam, Berg en Dal, Leiden e Rotterdam, con Vivien Greene, Senior Curator, 19th- and Early 20th-Century Art, Guggenheim Museum, che ha curato anche il catalogo dell’esposizione.
 
Il programma espositivo della Collezione Peggy Guggenheim è supportato dal Comitato Consultivo del museo. I progetti educativi correlati all’esposizione sono realizzati grazie alla Fondazione Araldi Guinetti, Vaduz. Le mostre della Collezione Peggy Guggenheim sono realizzate con il sostegno degli Institutional Patrons – EFG e Lavazza, e le aziende del gruppo Guggenheim Intrapresæ.

 

camera 

 

Memoria e Passione. Da Capa a Ghirri. Capolavori dalla Collezione Bertero

La mostra si anima attraverso le storie e i racconti celati nelle immagini più significative della Collezione Bertero, raccolta unica in Italia per originalità dell’impostazione e qualità delle fotografie presenti.

Con Memoria e passione. Da Capa a Ghirri. Capolavori dalla Collezione Bertero, dal 20 febbraio al 10 maggio 2020, CAMERA - Centro Italiano per la Fotografia si anima attraverso le storie e i racconti celati nelle immagini più significative della Collezione Bertero, raccolta unica in Italia per originalità dell’impostazione e qualità delle fotografie presenti.

Tra le oltre duemila immagini che compongono la collezione, i curatori ne hanno scelte più di trecento, realizzate da circa cinquanta autori provenienti da tutto il mondo: tra i tanti, spiccano i nomi di Bruno Barbey, Gabriele Basilico, Gianni Berengo Gardin, Robert Capa, Lisetta Carmi, Henri Cartier-Bresson, Mario Cattaneo, Carla Cerati, Mario Cresci, Mario De Biasi, Mario Dondero, Alfred Eisenstaedt, Franco Fontana, Luigi Ghirri, Mario Giacomelli, Jan Groover, Mimmo Jodice, William Klein, Herbert List, Duane Michals, Ugo Mulas, Ruth Orkin, Federico Patellani, Ferdinando Scianna, Franco Vimercati e Michele Zaza. Curata da Walter Guadagnini, direttore di CAMERA, con la collaborazione di Barbara Bergaglio e Monica Poggi, la mostra racconta il nostro passato e le radici del nostro presente, oltre all’evoluzione della fotografia italiana e internazionale dagli anni Trenta fino alla fine del secolo.

Nelle sale di CAMERA, la Storia diventa lo sfondo su cui si sviluppano innumerevoli storie, che ci parlano di un Paese e di tanti paesi. I protagonisti sono contadini, preti, famiglie, nobildonne, militari, bambini e soprattutto i fotografi che, con gli accenti e le lingue più disparate, hanno impresso su pellicola il ricordo di queste vicende. I maestri della fotografia italiana e mondiale hanno realizzato un racconto che nasce nell’Italia appena liberata dal fascismo, dove, nonostante le macerie e la povertà, si avverte intensamente la voglia di scendere in strada, di ballare e di utilizzare gli angoli remoti della natura per fare l’amore invece che per nascondersi dal nemico.

Fra le numerose opere in mostra ci sono alcuni degli scatti più riconoscibili di questo periodo, capolavori che hanno fatto la storia della fotografia internazionale come «La strada per Palermo», realizzata da Robert Capa nel 1943, «American girl in Italy, Firenze» di Ruth Orkin del 1951, e il reportage dedicato all’Italia da Henri Cartier-Bresson nel 1952. Tante sono le opere che hanno segnato in maniera decisiva l’evoluzione della fotografia italiana, autentiche pietre miliari ormai conosciute in tutto il mondo come «Gli italiani si voltano» (1954) di Mario De Biasi, dove un gruppo di uomini ammira la bellezza di Moira Orfei che passeggia per le strade di Milano; i due amanti appartati fra le dune di un lido veneziano, scovati da Gianni Berengo Gardin nel 1958; «Palermo, via S. Agostino» (1960) di Enzo Sellerio, che ritrae una coppia di bambini trasportare due sedie sopra la testa; gli iconici seminaristi che giocano nella neve, ritratti da Mario Giacomelli nel 1961; la serie «Mondo Cocktail», realizzata da Carla Cerati all’inizio degli anni Settanta durante le inaugurazioni di gallerie d’arte e negozi della Milano bene. Nonostante il nucleo più numeroso della collezione sia costituito da fotografi del periodo neorealista, la scelta di Bertero è stata di ampie vedute. La raccolta, infatti, comprende racconti di decenni successivi che hanno contribuito alla nascita di un nuovo modo di intendere l’immagine, distaccandosi progressivamente da una vocazione documentaria per diventare via via sempre più concettuali. In mostra quindi anche le celebri «Verifiche» (1969-72) di Ugo Mulas, attraverso cui il fotografo ha indagato e scardinato alcuni dogmi del linguaggio fotografico; il fondamentale viaggio che Luigi Ghirri compie nel 1973 attraverso gli stati, i deserti, gli oceani e le galassie sfogliando le pagine di un atlante; i «Ritratti di fabbriche» (1978-80) di Gabriele Basilico, dove le mutazioni del panorama industriale milanese diventano pretesto per cui capire la complessità della nostra epoca; la cultura millenaria mediterranea riletta, a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta, attraverso la forza espressiva delle immagini di Mimmo Jodice, solo per citare alcune ricerche particolarmente iconiche di questa preziosa collezione.

Questa mostra, tuttavia, è anche - e soprattutto - la storia di un collezionista, Guido Bertero, che, a partire dalla fine degli anni Novanta ad oggi, ha raccolto circa duemila stampe. Una collezione nata quasi per caso a Torino, città nella quale Bertero vive da sempre, nel 1998 durante una visita ad Artissima, dove l’allora collezionista di arte antica e contemporanea si imbatte in due fotografie dell’artista americana Jan Groover, che decide di acquistare per le figlie. Nel giro di qualche mese le occasioni di contatto con questo linguaggio si moltiplicano, ma è da una proposta di partecipazione ad un’edizione di “PHotoEspaña” per una mostra dedicata al Neorealismo italiano, che si concretizza l’idea di costruire una vera e propria collezione, assemblata con l'aiuto di Enrica Viganò.

Un periodo di continui viaggi lungo tutta la penisola per conoscere e acquistare le opere di decine di fotografi che da lì a poco verranno incluse nella grande mostra “NeoRealismo. The New Image in Italy, 1932-1960” esposta a Cagliari, poi in Spagna, a Duesseldorf, Rotterdam, Lubiana e Winterthur. Un’esperienza ricordata con entusiasmo nonostante le numerose difficoltà, dovute soprattutto alla volontà e alla lungimiranza di reperire stampe vintage in un periodo in cui ancora la consapevolezza sul valore artistico dell’immagine fotografica era debole. Grazie anche a questa determinazione la collezione è oggi un punto di riferimento imprescindibile per lo studio della fotografia italiana del dopoguerra, tanto che dallo scorso anno, a seguito di un’importante donazione al Metropolitan Museum of Art di New York, a cui ha contribuito anche Bertero, una selezione del suo patrimonio sta attraversando gli Stati Uniti in una mostra itinerante sul Neorealismo, sempre in collaborazione con ADMIRA, che ha già coinvolto New York, San Francisco e Reno. Una mostra - commenta Walter Guadagnini - che vuole offrire un nuovo sguardo su una grande collezione, famosa in Italia e all’estero, facendo affiorare tutta quella smisurata passione per la fotografia e per l’arte che, da sempre, abita nel profondo di Guido Bertero.

Una mostra legata al territorio per la centralità dell’Italia nelle varie rappresentazioni e, nel contempo, internazionale per i nomi dei fotografi esposti. L’unione di questi due elementi rivela la lungimiranza di Bertero non solo nella sensibilità dell’acquisizione di grandi autori, ma anche della lettura della storia del secolo scorso. Siamo grati e al contempo orgogliosi - continua Emanuele Chieli - di poter ospitare a CAMERA parte della ricca ed eterogenea collezione di Guido Bertero, a cui sono personalmente legato da un sentimento di stima e sincera amicizia. Le immagini in mostra testimoniano la sensibilità e il grande senso estetico di uno dei più importanti collezionisti italiani: lasciamoci quindi guidare dal suo amore per l’arte e per la bellezza nella scoperta del patrimonio che, con generosità e spirito di condivisione, ci è offerto in mostra. Una mostra resa possibile grazie alla volontà di Guido Bertero di condividere il suo patrimonio con il pubblico, in un’ottica di estrema apertura e volontà di diffondere la conoscenza di questo linguaggio.

Come afferma il collezionista nell’intervista pubblicata nel volume che accompagna la mostra, quello che mi gratifica ancora di più è il bagaglio di esperienze umane che ho vissuto durante la ricerca delle opere, le persone che ho conosciuto, le amicizie che ho stretto: ognuna di queste fotografie mi ricorda una storia, un aneddoto che la rende ancora più preziosa. Storia personale e storia collettiva, dunque, che si uniscono in immagini che sono documenti e memorie, letti attraverso gli occhi di un appassionato collezionista. La mostra è accompagnata da un volume pubblicato da Umberto Allemandi editore introdotto da Walter Guadagnini. Oltre la riproduzione di più di 250 immagini, all’interno del volume sarà possibile ripercorrere queste vicende attraverso il dialogo fra collezionista e curatore.

L’attività di CAMERA è realizzata grazie a Intesa Sanpaolo, Lavazza, Eni, Reda, in particolare la programmazione espositiva e culturale è sostenuta dalla Compagnia di San Paolo.

 

ventura 2020 

 

Alla DesignWeek 2020 Cramum e Ventura promuovono l'eccellenza artistica italiana con due progetti e un omaggio a Laura de Santillana

Due progetti espositivi "Square the Circle" e "Narcisi fragili" all'interno del progetto artistico "Una stanza tutta per me" giunto alla sua seconda edizione.

Grazie al rinnovo della partnership con Ventura Projects per la DesignWeek 2020 (dal 21 al 26 aprile) Cramum propone da Ventura Centrale e Ventura Base due progetti incentrati sull'eccellenza artistica italiana. Se da Ventura Base protagonista sarà l'arte della tornitura in versione contemporanea di Fulvio Morella, da Ventura Centrale si terrà la mostra "Narcisi Fragili" con opere di Daniela Ardiri, Laura de Santillana, Maria Teresa Ortoleva e Carolina Sandretto. "Narcisi Fragili" sarà anche l'omaggio a Laura de Santillana, che ci ha lasciati il 21 ottobre 2019 e che volle fortemente partecipare a questo progetto artistico incentrato sulla forza e resilienza dell'essere umano. Da Ventura Base (Tortona) prosegue il focus di Cramum sul rapporto tra arte e design con il progetto "Square the Circle" dell'artista e designer Fulvio Morella, selezionato per esser riuscito a portare nell'arte contemporanea la secolare arte della tornitura del legno. In inglese con l'espressione "square the circle" si intende il tentativo di unire elementi ritenuti tanto diversi da non poter coesistere.

Fulvio Morella ha lavorato per unire elementi inediti e ritenuti "impossibili" nel settore della tornitura: queste nuove opere sono piatti in legno torniti, ma invece di essere rotondi sono quadrati. Ogni opera è caratterizzata dall'inserimento di elementi circolari in metallo (acciaio marino e rame). Il risultato finale è una fusione di opposti tanto innovativa, quanto ipnotica: la brillantezza dei metalli, tagliati al laser e lucidati a mano dell'artista, risalta sulle essenze dei legni rari e pregiati, riflettendo in modo caleidoscopico lo spettatore e le venature del legno. Il quadrato e il cerchio, come nell'Uomo Vitruviano di Leonardo, trovano in queste opere una quadratura e un forte senso di armonia. Alla fine tutto è diverso, ma nulla stona e nulla è in eccesso. Qualcosa di nuovo è nato per sempre: "il cerchio quadrato".

Cramum e Ventura Projects con il patrocinio di Municipio 2 Comune di Milano presentano la seconda edizione del progetto artistico "Una stanza tutta per me" nato per ribadire la necessità di superare il gender-gap e di dare alle donne la piena possibilità di esprimersi e di reinterpretare il Mondo, migliorandolo.  Quest'anno la mostra è intitolata "Narcisi fragili" ed è curata da Sabino Maria Frassà, che ha selezionato quattro artiste italiane: Daniela Ardiri, Laura de Santillana, Maria Teresa Ortoleva e Carolina Sandretto.

"Narcisi fragili" narra la precarietà e la bellezza dell'esistenza umana, partendo dalla celebre riflessione di Virginia Woolf: "Ho avuto un istante di grande pace. Forse è questa la felicità". La mostra si apre con le inedite sculture di vetro soffiato Scars (cicatrici) di Laura de Santillana recentemente scomparsa. L'artista volle proporre nonostante la malattia incombente queste opere per questa mostra vedendo in esse una metafora della resilienza umana. Il percorso della mostra porta poi lo spettatore a riflettere sulla fragilità dei ruoli e sistemi sociali con l'installazione tessile di Daniela Ardiri e gli scatti di Carolina Sandretto. Chiude la mostra l'installazione di Maria Teresa Ortoleva incentrata sull'analisi del sonno dei feti nella pancia della mamma.

Ventura Project e Cramum ringraziano la famiglia di Laura de Santillana per aver aderito e reso possibile questo progetto.
Un ringraziamento a Michela Negrini [dip] contemporary art, Luca Tommasi Arte Contemporanea.

 

Antonio Rovaldi April 15 2017. 41st Rd and 10th St Queens. Realizzata grazie al sostegno di Italian Council 2019 

 Antonio Rovaldi, April 15, 2017. 41st Rd and 10th St, Queens. Realizzata grazie al sostegno di Italian Council (2019)

 

ANTONIO ROVALDI alla GAMeC di Bergamo

La mostra costituisce la seconda tappa del progetto End. Words from the Margins, New York City con cui l’artista ha vinto la quinta edizione dell’Italian Council, il programma di promozione dell’arte contemporanea italiana nel mondo.

La mostra "Il suono del becco del picchio" di Antonio Rovaldi, ospitata negli spazi dell’Accademia Carrara dal 13 febbraio al 17 maggio, costituisce la seconda tappa del progetto End. Words from the Margins, New York City con cui l’artista ha vinto la quinta edizione dell’Italian Council, il programma di promozione dell’arte contemporanea italiana nel mondo della Direzione Generale Creatività Contemporanea e Rigenerazione Urbana del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo. L'Opening si terrà giovedì 13 febbraio ore 19.

Promossa dalla GAMeC in partnership con l’Università di Harvard, il Kunstmuseum di San Gallo e Magazzino Italian Art di Cold Spring (NY), la mostra racconta New York, la metropoli più iconica al mondo, dal punto di vista dei suoi margini. L’artista ha camminato nei cinque quartieri che disegnano la città (Manhattan, Brooklyn, Queens, The Bronx, Staten Island) esplorandone i confini più estremi. Da questa esperienza è nata una serie fotografica che restituisce l’immagine di una New York complessa, periferica e poco conosciuta, e un’approfondita pubblicazione dal titoloThe Sound of Woodpecker Bill: New York City, edita da Humboldt Books, che include, oltre al testo di Antonio Rovaldi, le mappe realizzate da Francesca Benedetto e contributi di Francesca Berardi, Cecilia Canziani, Anna de Manincor, Claudia Durastanti, Lorenzo Giusti, Steven Handel e Mario Maffi.

La mostra diventa inoltre l’occasione per attivare un ricco Public Program con laboratori, esplorazioni, incontri e per proseguire collaborazioni consolidate con importanti istituzioni del territorio – tra cui Accademia di belle arti G. Carrara, Bergamo Film Meeting, Orlando. Identità, relazioni, possibilità e Festival Danza Estate –, trasformando l’esperienza di Rovaldi in un modello di indagine per analizzare i confini di Bergamo, promuovendo una nuova consapevolezza degli spazi periferici come “luoghi di scrittura del domani”.