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Ragnar Kjartansson, The Sky in a Room, 2018 / Performer, organ and the song Il Cielo in una Stanza by Gino Paoli (1960)  / Commissioned by Artes Mundi and Amgueddfa Cymru – National Museum Wales and acquired with the support of the Derek Williams Trust and Art Fund / Courtesy of the artist, Luhring Augustine, New York and i8 Gallery, Reykjavik / Ph: Hugo Glendinning


 

FONDAZIONE NICOLA TRUSSARDI annuncia RAGNAR KJARTANSSON "The Sky in a Room"

Ultima occasione per visitare la mostra Requiem for Pompei del fotografo giapponese Kenro Izu. 

Per l’autunno 2020 la Fondazione Nicola Trussardi presenta The Sky in a Room dell’artista islandese Ragnar Kjartansson (Reykjavík, 1976). Il progetto, pensato per la Chiesa di San Carlo al Lazzaretto di Milano, è stato concepito in seguito al difficile periodo di quarantena che ha segnato la vita pubblica e privata di milioni di italiani, in particolare dei cittadini della Lombardia: ancora una volta un intervento dalla forte valenza simbolica, voluto dalla Presidente Beatrice Trussardi e dal Direttore Artistico Massimiliano Gioni nel diciottesimo anno di attività nomade della Fondazione Nicola Trussardi, per entrare in dialogo con la storia passata e recente della città di Milano.
 
Dal 22 settembre al 25 ottobre 2020, ogni giorno, cantanti professionisti si alterneranno, uno alla volta, all’organo della Chiesa di San Carlo al Lazzaretto – detta anche San Carlino – per eseguire un etereo arrangiamento della celebre canzone di Gino Paoli, Il cielo in una stanza, che si ripeterà ininterrottamente per sei ore al giorno, come una ninna nanna infinita.
 
“Il cielo in una stanza è l'unica canzone che conosco che rivela una delle caratteristiche fondamentali dell'arte: la sua capacità di trasformare lo spazio." spiega l'artista. "In un certo senso, è un'opera concettuale. Ma è anche una celebrazione del potere dell'immaginazione – infiammata dall'amore – di trasformare il mondo attorno a noi. È una poesia che racconta di come l'amore e la musica possano espandere anche lo spazio più piccolo, fino ad abbracciare il cielo e gli alberi... L'amore sa leggere ciò che è scritto sulla stella più lontana, diceva Oscar Wilde.”
 
Le opere di Ragnar Kjartansson – che alternano video, performance, musica e pittura – sono caratterizzate da un senso di profonda malinconia e sono spesso ispirate alla tradizione del teatro e della letteratura nordica del Novecento, con riferimenti che si possono ricondurre all’opera di Tove Janson, Halldór Laxness, Edvard Munch e August Strindberg, tra gli altri.
 
Cresciuto all’interno di un contesto artistico e musicale colto – i genitori sono attori teatrali di successo, la madrina è una cantante folk professionista – ancora adolescente Kjartansson intraprende la carriera di musicista con diversi gruppi, tra cui i Kanada, i Kósý, e i Trabant, con cui gira in tournée sia in Islanda sia a livello internazionale. Dal 2007 si dedica interamente alle arti visive, ma i rapporti con la musica e con il teatro – come strumenti espressivi e universi sentimentali – restano centrali in molte sue opere. In particolare, la ripetizione di suoni e gesti è un elemento fondamentale nelle sue composizioni e coreografie, che sono state spesso descritte come forme di meditazione e di riflessione nelle quali ritornelli, frasi e arie musicali sono trasformate in litanie toccanti e mantra ipnotici.
 
Dopo mesi trascorsi nello spazio chiuso delle proprie abitazioni, accanto ai propri cari o, più tristemente, lontani dai familiari e dagli affetti – rendendosi conto della propria solitudine e soffrendo per le persone perse nella lotta contro la pandemia – la performance di Kjartansson può essere letta come un poetico memoriale contemporaneo: un inusuale monumento e un’orazione civile in ricordo dei dolorosi mesi passati a immaginare il cielo in una stanza e a sognare nuovi modi per stare insieme e per combattere la solitudine e l’isolamento.
 
The Sky in a Room – performance inizialmente commissionata da Artes Mundi e dal National Museum of Wales di Cardiff, con il supporto del Derek Williams Trust e dell'ArtFund – per questa presentazione verrà messa in scena nella Chiesa di San Carlo al Lazzaretto, un luogo la cui storia è intimamente legata a precedenti epidemie, dalla peste del 1576 a quella del 1630, resa celebre da I promessi sposi di Alessandro Manzoni che cita in più occasioni il Lazzaretto nel romanzo e vi ambienta uno dei capitoli più noti.
 
Concepita inizialmente come un altare da campo nel centro del Lazzaretto edificato dall’architetto Lazzaro Palazzi, la chiesa venne progettata da Pellegrino Tibaldi su commissione del cardinale Carlo Borromeo nel 1576. Originariamente aperta su tutti i lati così che i malati potessero assistere alle funzioni rimanendo all’esterno, la chiesa è stata poi trasformata dall’architetto Giuseppe Piermarini a cavallo tra Settecento e Ottocento. Sopravvissuta alle trasformazioni di quasi cinque secoli, San Carlino è un luogo che racconta la storia di Milano e dei suoi cittadini attraverso stratificazioni profonde.
Nel 2017 la chiesa è stata oggetto di un restauro completo finanziato dalla Fondazione Rocca in ricordo di Roberto Rocca
 
The Sky in a Room di Ragnar Kjartansson fa parte di una serie di progetti realizzati dal 2013 dalla Fondazione Nicola Trussardi: mostre temporanee, incursioni, performance e interventi pop-up che hanno portato a Milano artisti internazionali tra cui Ibrahim Mahama, Jeremy Deller, Sarah Lucas, Gelitin, Darren Bader e Stan VanDerBeek.
 
La Fondazione Nicola Trussardi è un’istituzione no profit privata, un museo nomade per la produzione e la diffusione dell’arte contemporanea in contesti molteplici e attraverso i canali più diversi, che nasce a Milano nel 1996. Le sue attività sono rese possibili grazie alla generosità delle socie fondatrici e di un gruppo di sostenitrici e sostenitori che ne supporta i progetti. 
Con The Sky in a Room continua così il percorso intrapreso dalla Fondazione nel 2003, per portare l’arte contemporanea nel cuore della città di Milano, riscoprendo e valorizzando luoghi dimenticati o insoliti. Dopo importanti mostre personali tra cui quelle di Allora & Calzadilla, Pawel Althamer, Maurizio Cattelan, Tacita Dean, Michael Elmgreen & Ingar Dragset, Urs Fischer, Peter Fischli e David Weiss, Paul McCarthy, Paola Pivi, Pipilotti Rist, Anri Sala e Tino Sehgal e le due grandi mostre a tema La Grande Madre (2015) e La Terra Inquieta (2017).

Ragnar Kjartansson
 
Nato a Reykjavík nel 1976, Ragnar Kjartansson è uno degli artisti contemporanei più noti della sua generazione. Negli ultimi dieci anni il suo lavoro è stato celebrato dai più importanti musei internazionali.
Nel 2019 è stato uno degli artisti più giovani ad avere una mostra personale al Metropolitan Museum di New York. Ha esposto due volte alla Biennale di Venezia, dove ha anche rappresentato l’Islanda nella partecipazione ufficiale del 2009, e ha presentato il suo lavoro all’Hangar Bicocca di Milano, alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino e all’ EX3 di Firenze, oltre che al New Museum di New York, il Kunstmuseum di Stoccarda, il Palais de Tokyo di Parigi, il Barbican di Londra e la Carnegie di Pittsburgh.
Kjartansson ha vinto prestigiosi premi tra cui nel 2019 l’Ars Fennica Award e nel 2011 il Performa Malcolm McLaren Award.

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Call for Musicisti alla Fondazione Nicola Trussardi

Per il prossimo progetto, la Fondazione Nicola Trussardi sta cercando musicisti che sappiano cantare e contemporaneamente suonare l'organo. 

Per il prossimo progetto, la Fondazione Nicola Trussardi sta cercando musicisti che sappiano cantare e contemporaneamente suonare l'organo. I candidati devono essere esperti e praparati nel canto così come nello suonare l'organo o il pianoforte.

Modalità di partecipazione alle audizioni:

Si prega di contattare Barbara Roncari - responsabile della produzione, Fondazione Nicola Trussardi -  per segnalare il vostro interesse e ricevere ulteriori informazioni.

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È Caterina Riva la nuova Direttrice Artistica del MACTE

Grazie alla sua formazione ed esperienza a livello internazionale Caterina Riva guiderà per il prossimo triennio il Museo nato come polo culturale e centro per l'arte contemporanea per la città di Termoli e il Molise. 

È Caterina Riva la nuova Direttrice Artistica del MACTE – Museo di Arte Contemporanea di Termoli. Il suo nome è stato individuato dalla commissione esaminatrice presieduta da Paolo De Matteis Larivera, Presidente del MACTE, e composta da Laura Cherubini, Vincenzo de Bellis e Andrea Viliani, dopo un lungo e articolato processo di selezione che ha visto concorrere sessanta candidati di altissimo profilo provenienti da tutta Italia. Caterina Riva prenderà incarico dal 1 settembre 2020 e guiderà per il prossimo triennio il Museo inaugurato nell'aprile 2019 come polo culturale e centro per l'arte contemporanea per la città di Termoli e il Molise.

"Sono felicissima di cominciare questa avventura a Termoli – dichiara Caterina Riva – e ringrazio il Presidente e la commissione per avermi dato fiducia e aver creduto nella mia visione per la direzione artistica del MACTE. In seguito a un percorso professionale che mi ha portata da Londra alla Nuova Zelanda fino a Singapore, mi rallegro di poter tornare a lavorare nel mio Paese. In Molise porterò con me quello che ho imparato a diverse latitudini, riscoprendo orizzonti e ricercando nuove consapevolezze. La programmazione del mio triennio al MACTE si confronterà con la collezione del Museo, ponendola in dialogo con la produzione di mostre d’arte contemporanea ed eventi in un’ecosistema tra storia dell’arte, presente sociale e le esplorazioni di artisti, curatori, complici. Il MACTE che immagino sarà inclusivo, migrante, collegato, radicato, riflessivo."

 

"Esperienze di sradicamento hanno caratterizzato la storia delle comunità italiane – commenta il Presidente del MACTE, Paolo De Matteis Larivera. Gli abitanti del Molise sono oggi circa 300.000, ma nel mondo ci sono più di 1.000.000 di Molisani: questi fenomeni di emigrazione, soprattutto giovanile e intellettuale, che interessano il nostro territorio continuano a persistere, spesso frutto della necessità più che di libera scelta. Solo un anno fa il New York Times poneva il Molise come un territorio da riscoprire: nel frattempo ha preso avvio l'attività del MACTE, che non ha mai nascosto la propria ambizione a diventare simbolo di un decentramento culturale sostenibile. Oggi il nostro Museo è orgoglioso testimone del ritorno nel nostro Paese di una professionista del mondo dell’arte che – a seguito di importanti esperienze maturate a Londra, Singapore e in Nuova Zelanda – ha scelto di proseguire il proprio percorso in Italia partendo da uno dei territori simbolo dell’emigrazione. La nomina di Caterina Riva incarna l'indizio di un'auspicabile cambio di prospettiva, che sta alle nuove generazioni coltivare."

 

"In una società digitalizzata e globalizzata ma che, al contempo, si scopre ecologicamente fragile e attraversata da strutturali ineguaglianze, il MACTE di Termoli non rappresenta solo un "altro" museo d'arte contemporanea – sottolineano i membri della commissione esaminatrice, Laura Cherubini, Vincenzo de Bellis e Andrea Viliani. Un territorio che si configura come un ecosistema della mente e del corpo, che per questo invita a un tempo rallentato, può rivelarsi particolarmente adatto a ospitare un museo che è anche uno spazio-tempo per la riflessione. Esso incarna infatti la possibilità di dedicarsi all'esercizio critico, di ascoltare e provare a comprendere prima di agire, in cui ripensare il rapporto di reciproca implicazione fra natura e cultura, centralità e decentramento, abitudine e innovazione, e in cui sperimentare nuove forme di condivisione riattivando e re-immaginando le molteplici relazioni fra gli artisti e le comunità. La proposta e l'impostazione della candidatura di Caterina Riva manifestano il desiderio di condividere innanzitutto la propria esperienza di direzione – in istituzioni anche lontane dai grandi centri, e deputate alla ricerca e all'inclusione delle comunità di riferimento – per costruire nuove forme di dialogo fra radicamento e alterità, per sviluppare e irradiare atteggiamenti di responsabilità nei confronti delle potenzialità di ciò che è considerato come minoritario o marginale ma che, soprattutto di fronte alle numerose contraddizioni della nostra contemporaneità, si pone come paradigma per nuovi metodi di pensiero e di azione, per nuovi modelli comportamentali e sociali, per un'antropologia e un'ecologia anche intellettuali e istituzionali. In tutte le fasi del processo di selezione abbiamo sentito quanto fosse Caterina Riva a interrogare innanzitutto noi su queste prospettive: le siamo grati per questo e con la stessa dedizione al compito che sta per assumere le auguriamo ora, semplicemente, buon lavoro."

 

Caterina Riva è una curatrice e critica d’arte contemporanea.

 

Dal 2004 al 2008 è stata Coordinatrice del Corso Superiore di Arti Visive della Fondazione Ratti di Como. Dal 2007 al 2011 è stata Direttrice e co-curatrice di FormContent, uno spazio di progetto che ha fondato a Londra con Francesco Pedraglio e Pieternel Vermoortel. Con FormContent ha curato mostre, pubblicazioni e programmi pubblici sia a Londra che su invito di centri d’arte europei. Dal 2011 al 2014 è stata Direttrice e Curatrice di Artspace, Auckland, Nuova Zelanda, dove ha lavorato con artisti come James Beckett, Peter Friedl, Maria Taniguchi e Goldin+Senneby. Tra il 2015 e il 2016 è stata Curatore Associato all’Istituto Svizzero di Roma e a Milano ha curato la programmazione di RIVIERA bookshop insieme a Dallas. Dal 2017 al 2019 è stata Curatrice presso l’Institute of Contemporary Arts Singapore, LASALLE College of the Arts, presentando le opere di Sim Chi Yin, Diego Marcon, Lawrence Lek, Joanna Piotrowska.

È stata invitata a partecipare a seminari, residenze per curatori e conferenze internazionali in Europa, Australia, Cina, Stati Uniti, Russia e Libano, ed è stata membro di commissioni di selezione e giurie di premi internazionali.

Ha ottenuto un Master in curatela dall’Accademia di Brera di Milano e uno dal Goldsmiths College di Londra. Ha pubblicato contributi critici, di recente nel catalogo della mostra The Sun Teaches Us That History isn’t Everything (Hong Kong: Osage Foundation, 2019), e scrive per riviste d’arte e di cultura come so-far (Singapore).

La commissione esaminatrice per l’individuazione del Direttore Artistico del MACTE è presieduta da Paolo De Matteis Larivera, Presidente del MACTE, e composta da Laura Cherubini, Direttore ad interim di MACTE e Docente titolare di Storia dell'Arte Contemporanea all’Accademia di Brera, Milano, Vincenzo de Bellis, Curatore e Direttore Associato, Arti Visive, Walker Art Center, Minneapolis, e Andrea Viliani, Responsabile e Curatore del CRRI-Centro di Ricerca Castello di Rivoli, Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino.

 


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Alla Collezione Maramotti apertura serale straordinaria mercoledì 22 luglio 2020

In questa occasione sarà possibile visitare liberamente i due piani della collezione permanente e la mostra temporanea "Two Thoughts di Svenja Deininger".  

Collezione Maramotti è lieta di annunciare una serata di apertura straordinaria mercoledì 22 luglio, come segnale di ripartenza della cultura a Reggio Emilia e nella cornice della rassegna Restate 2020.

In questa occasione sarà possibile visitare liberamente i due piani della collezione permanente e la mostra temporanea Two Thoughts di Svenja Deininger. 

La Collezione Maramotti, che ha aperto al pubblico nel 2007 all’interno della sede storica di Max Mara a Reggio Emilia, è dedicata all’arte contemporanea.
Oltre duecento opere sono in esposizione permanente e rappresentano alcune delle principali tendenze artistiche italiane e internazionali della seconda metà del XX secolo. Nel 2019 le ultime sale del percorso sono state riallestite per accogliere alcuni dei progetti presentati nei primi dieci anni di apertura: Enoc Perez (2008), Gert & Uwe Tobias (2009), Jacob Kassay (2010), Krištof Kintera (2017), Jules de Balincourt (2012), Alessandro Pessoli (2011), Evgeny Antufiev (2013), Thomas Scheibitz (2011), Chantal Joffe (2014), Alessandra Ariatti (2014). 

Two Thoughts, mostra personale della pittrice austriaca Svenja Deininger, raccoglie un ciclo di nuove opere pittoriche in dialogo con quattro dipinti degli anni Venti dell’avanguardista polacco Władysław Strzemiński, in prestito dal Muzeum Sztuki di Łódź. Partendo da un quadro del 2018 e prendendo spunto dalla ricerca di Strzemiński e dalle sue Architectural Compositions realizzate quasi un secolo fa, Deininger ha lavorato su numerose opere contemporaneamente per giungere alla selezione finale dei dipinti, alla “frase” che essi compongono sulle pareti della sala. 

Informazioni:

Per consentire la visita, nel rispetto delle norme vigenti in materia di distanziamento sociale, gli accessi alla Collezione saranno soggetti a prenotazione e organizzati in due turni orari, ciascuno riservato a 100 persone, fino ad esaurimento posti:
Primo turno: ore 18.30 – 20.30
Secondo turno: ore 21.00 – 23.00
L’ingresso è gratuito e consentito soltanto ai visitatori dotati di mascherina personale.
È disponibile un parcheggio interno (capienza: 50 auto).

Per informazioni e prenotazioni:
tel. +39 0522 382484
Email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

 Kenro Izu Pompei Necropoli di Porta Nocera 2016. Courtesy Fondazione di Modena Fondazione Modena Arti Visive

 Kenro Izu, Pompei, Necropoli di Porta Nocera, 2016. Courtesy Fondazione di Modena - Fondazione Modena Arti Visive 

 

Requiem for Pompei alla FMAV - MATA

Ultima occasione per visitare la mostra Requiem for Pompei del fotografo giapponese Kenro Izu. 

Ultima occasione per visitare la mostra Requiem for Pompei del fotografo giapponese Kenro Izu, allestita nelle sale del MATA di Modena: sabato 25 e domenica 26 luglio, sarà l'ultimo weekend di apertura dell'esposizione, composta da 55 fotografie inedite, donate dall’artista giapponese alla Fondazione di Modena, e frutto di una visione lirica di quanto è rimasto a Pompei, il giorno dopo l’eruzione del 79 d.C.

L'ingresso alla mostra è libero e avviene applicando le prescrizioni di sicurezza, con una capienza massima di 10 persone e mascherina obbligatoria

Sede

FMAV - MATA

via della Manifattura dei Tabacchi 83, Modena

Orari

Fino al 26 luglio > ogni sabato e domenica: 11-19

Informazioni

Tel. +39 059 4270657 | www.fmav.org

A tutti i visitatori che acquisteranno il libro Kenro Izu. Requiem sarà data in omaggio una copia del volume Pompei il tempo ritrovato di Massimo Osanna.

 

 CASCINA I.D.E.A


 

COMING SOON chapter n.2 CASCINA I.D.E.A. - il nuovo progetto di  Nicoletta Rusconi Art Projects

Sei curioso di scoprire CASCINA I.D.E.A. il nuovo progetto di Nicoletta Rusconi Art Projects? 

Le forme prendono consistenza grazie alla luce che le sottrae al buio. Dal carboncino come fondo, di una tipologia estremamente morbida, prendono corpo le foglie. Tutto questo attraverso una progressiva cancellazione. Inizialmente Giulia Dall’Olio ha desunto la morfologia del fogliame che viene a costituire il soggetto primario della sua composizione dall’erbario di Ulisse Aldrovandi o di Jacopo Ligozzi, per l’estrema perizia nella definizione dei particolari. Poi l’esperienza diretta della natura ha attivato nella Dall’Olio la presa di coscienza di una più profonda necessità, ovvero quella di addentrarsi nel mistero di cui la natura stessa è portatrice. Dormire di notte nel bosco, nuotare nell’acqua fosca e rischiarata unicamente dalla luce lunare l’ha messa a contatto con una dimensione dello spirito che le era, fino a quel momento, apparentemente sconosciuta. Nelle sue composizioni su carta, le verzure si dissolvono per un inganno dell’occhio, assumendo sembianze altre, di volta in volta diverse: crini di cavallo o capelli umani, pur restando piante.

Un mese fa, per la prima volta, cogliendo l’occasione di essere invitata a lavorare presso Cascina I.D.E.A., questa artista antica e modernissima ha approcciato un muro come supporto per il suo lavorio, ha affrontato un muro, sì, quello di recinzione della proprietà che ospita questa I.D.E.A. di Nicoletta Rusconi. Cosa c’è di strano in fondo? Nulla! La preparazione ha sempre i toni del carbone e, di fatto, le piante che lei significa con i suoi gesti pittorici o meglio, torno a dire, di cancellazione, ben si addicono ad una parete di recinzione che è già, di per sé stessa, espressione di muffe, incrostazioni fungine, germogli che trovano una possibilità nello spazio di una crepa. Proprio una crepa può diventare l’occasione di nuove possibilità espressive e come tale viene accettata da questa artista visionaria e caparbia che proprio da questo contrasto o dialogo tra manufatto e realtà terrestre trova la sua ragione di operare.

Non è per caso se uno dei suoi autori preferiti è il Gilles Clemént del “Manifesto del Terzo paesaggio” o il Marc Augè di “Rovine e macerie”. I “Momenti di felicità”, per dirla sempre con Marc Augè, di Giulia Dall’Olio sono e restano nella natura e nella sua difesa. Anche se la dall’Olio è ferma nella convinzione di una redenzione che non può che passare attraverso l’intelligenza delle piante; Giulia sostiene con le sue immagini le teorie di Stefano Mancuso. Giulia auspica un’architettura meno invasiva per il futuro ed è per questo che attingendo dai segni del passato, più o meno remoto, come dai segni del presente più presente che ci sia o addirittura dai simboli che immaginiamo per quello che ci deve ancora accadere, fa fare capolino tra i suoi boschi e le sue siepi selvagge e ordinate delle architetture che paiono archeologie del passato e del futuro, come quelle Maya o vestigia iperboliche quali quelle di Bomarzo, furenti e al contempo addomesticate dalla natura. Ma il concetto di Grottesco non viene dalle esplorazioni degli scavi romani ad opera di artisti spavaldi che sottraevano splendide forme alle tenebre? Tutto torna! Ci sono anche i deliri Radical Giapponesi o le architetture dai boschi verticali nelle composizioni della dall’Olio. A Giulia Dall’Olio piacerebbe cimentarsi con il colore e per questo è alla perenne ricerca di pastelli altrettanto morbidi come i suoi carboncini. Intanto la sua parete a Cascina I.D.E.A. ha oltrepassato il possibile polverizzando idealmente il muro di cinta per creare una continuità con la dimensione boschiva del luogo.

Marco Tagliafierro