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IMMAGINI DAL FRONTE La Grande Guerra 1914-1918 nell’archivio della Biblioteca

 

La prima linea e soprattutto la vita quotidiana nelle retrovie, sono i protagonisti della mostra fotografica “Immagini dal fronte”.

I momenti significativi della Grande Guerra, la prima linea e soprattutto la vita quotidiana nelle retrovie, sono i protagonisti della mostra fotografica “Immagini dal fronte” presentata alla Fondazione Luciana Matalon di Milano in collaborazione con la Fondazione Cesare Pozzo per la mutualità dal 3 al 29 maggio 2022.

Un’ampia selezione di oltre 120 fotografie inedite appartenenti a un fondo fotografico posseduto dalla Biblioteca dei trasporti e della mutualità Cesare Pozzo viene esposta per la prima volta e documenta non solo un momento storico di cruciale importanza e, oggi, di stringente attualità, ma anche la nascita in Italia di un genere fotografico: quello del fotogiornalismo.

L’esposizione è pensata per rendere il più possibile fruibile il patrimonio fotografico della Biblioteca Cesare Pozzo in modo che il pubblico ne possa apprezzare appieno la portata di testimonianza storica: per questo, dei 121 scatti, buona parte è esposta in originale, le altre fotografie sono riprodotte in ingrandimenti che, da un lato, ne rendono maggiormente leggibili i dettagli, dall’altro, evitano l’usura delle fragili stampe originali, in equilibrio tra valorizzazione e conservazione.

La scelta della definizione temporale – la Grande Guerra 1914-1918 – così come quella dell’allestimento e della ripartizione tematica denotano la volontà, da parte delle curatrici Eleonora Belloni e Alessandra P. Giordano, di evitare ogni attribuzione di guerra “nostra”: infatti nonostante le foto ritraggano in gran parte terreni di guerra sul fronte italiano, quella che viene raccontata non è una guerra italiana, ma la Grande Guerra, il primo, e purtroppo non ultimo, conflitto globale e totalizzante di un “secolo breve” che ha visto l’umanità impegnata più a distruggere che a costruire.

Le foto presenti in mostra sono suddivise in tre sezioni tematiche: “La prima linea”, “Il fronte”, “Oltre i confini”. A queste si aggiunge una sezione di foto del fotografo “ufficiale” della Grande Guerra, Luca Comerio. Un focus è inoltre dedicato al tema dei trasporti con alcune immagini dei treni impiegati nella condotta di materiali e, talvolta, dei caduti.

La paternità delle immagini, a cui è stato possibile risalire grazie ai timbri presenti sul retro delle fotografie, rimanda in gran parte alle Sezioni fotografiche e cinematografiche del Regio esercito italiano e del Comando supremo, ma vi sono anche immagini scattate da laboratori fotografici privati.

L’intero corpus fotografico ruota attorno a due grandi tematiche: da una parte la guerra combattuta in prima linea, dall’altra la quotidianità al fronte. Posizioni di attacco e linee di resistenza avanzata, vedette e prigionieri, rifugi, trincee, momenti di azione che si alternano a momenti di attesa; e poi, il “dopo”, le distruzioni lasciate dal conflitto, le rovine, ciò che resta di città e stabilimenti produttivi dopo che la guerra ha esercitato tutta la sua forza distruttiva.

Non manca un piccolo nucleo di immagini dedicato agli strumenti materiali della guerra, armi e munizioni, a ricordare come la Prima Guerra Mondiale fu anche la prima guerra che si avvantaggiò di tecniche e tecnologie in gran parte nuove, frutto di circa un secolo di sviluppo tecnologico e industriale che aveva investito l’intero mondo occidentale. Furono proprio queste capacità belliche, insieme a quella di mobilitare uomini e risorse, che avrebbero indirizzato le sorti del conflitto contribuendo a ridisegnare il nuovo ordine mondiale.

La vita, poi, di ogni giorno scandita da visite ufficiali, adunate, distribuzione di doni, ma anche momenti più “privati”: la toelettatura, l’ora del rancio, la scrittura delle lettere a casa, la partecipazione a una funzione religiosa.

«I due temi – raccontano le curatrici – si intrecciano fino a essere spesso allineati su un confine quasi impercettibile: il concetto di prima linea, una città distrutta dai bombardamenti, una donna che nel fango scava una trincea, sono tutti effetti di una guerra, al pari di un corpo di un’artiglieria in azione, il “prima” e il “dopo”, non sono altro che facce di quella stessa capacità che un conflitto ha di produrre distruzione, morte, lacerazioni e macerie».

Accompagna la mostra un catalogo edito da Fondazione Matalon, con una prefazione di Stefano Maggi e testi di Eleonora Belloni e Alessandra P. Giordano.

A completamento del progetto espositivo, la Fondazione Luciana Matalon presenta un calendario di appuntamenti collaterali:

  • sabato 14 maggio, ore 16, incontro di approfondimento “Grande Guerra e trasporti”, su prenotazione fino a esaurimento posti: l'incontro si focalizzerà sui cambiamenti prodotti dalla guerra in termini di mezzi (treni, biciclette, trasporto motorizzato leggero e pesante, trasporto aereo) e infrastrutture (reti stradali e rete ferrata, porti e aeroporti), ma anche di produzione industriale legata al settore della mobilità. Tra i relatori sarà presente il Prof. Andrea Giuntini, docente di storia economica all’università di Modena e Reggio Emilia;
  • sabato 21 maggio, ore 18, concerto da camera “Musica di Guerra e Musica di Pace dalla Belle Epoque al primo dopoguerra”, su prenotazione fino a esaurimento posti: la soprano Raffaella Lee e il duo pianistico Sugiko Chinen e Luca A.M. Colombo interpretano brani dell'epoca a cavallo della Prima guerra mondiale e ispirati al tema della dialettica fra guerra e pace che trascende da quel periodo storico per spingersi fino alla nostra attualità. In programma musiche di J.S. Bach, V. Bellini, C. Debussy, F. Poulenc, M. Ravel, O. Respighi, F.P. Tosti e canzoni napoletane del primo dopoguerra.

 



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Giulio Paolini, Vis-à-Vis (Amazzone) (2)  2019, tela; 2 sculture in gesso; basi bianche, 160 x 240 cm

 

CROSS COLLECTION Collezioni a confronto

 

Una mostra a cura di Leonardo Regano e Francesca Passerini che raccoglie una selezione di opere di artisti contemporanei provenienti da un’unica collezione privata, formatasi a partire dagli anni novanta, in dialogo con la collezione del museo.

Fino al 18 settembre la Raccolta Lercaro presenta Cross collection. Collezioni a confronto, una mostra a cura di Leonardo Regano e Francesca Passerini che raccoglie una selezione di opere di artisti contemporanei provenienti da un’unica collezione privata, formatasi a partire dagli anni novanta, in dialogo con la collezione del museo.

Cross collection. Collezioni a confronto fa riferimento a una delle tendenze più diffuse del collezionismo contemporaneo, ma già presente anche in quello messo in pratica dal Cardinale Giacomo Lercaro: andare al di là delle classificazioni, dei percorsi convenzionali e delle relazioni di facile evidenza per ricercare, attraverso l’accostamento inedito di opere apparentemente lontane, nuovi e più profondi significati.

Ciò che deriva da questi dialoghi inusuali è un’intensa rete di relazioni che si rivelano allo sguardo di chi osserva con modalità più o meno esplicite, immediatamente o gradualmente, ma in ogni caso capaci di allargare il respiro della riflessione aprendola a molteplici suggestioni. È così che, rompendo gli schemi delle classificazioni espositive e accostando opere diverse tra loro, si generano incroci tematici, visivi e concettuali inaspettati: tanto oggi, nella contemporanea collezione in mostra, quanto ieri, nel modernissimo operato di Lercaro.

La mostra si articola in cinque sezioni principali che affrontano tematiche specifiche: il corpo, il ritratto, la natura morta, i linguaggi e alcune riflessioni che toccano la sfera etica e sociale, con particolare riferimento al delicato aspetto delle migrazioni.

Il primo ambito – il corpo umano – si sviluppa a partire dall’ingresso dove, in rapporto con lo specchio-installazione che Nanda Vigo ha progettato per il museo nel 2016, il pubblico è accolto dal bellissimo nido-utero in filo intrecciato di Sissi e, poco oltre, dall’opera specchiante di Flavio Favelli, che restituisce all’osservatore il riflesso della propria immagine facendosi, al contempo, porta d’ingresso per un viaggio introspettivo.

Sulla soglia tra fisico e psichico si pone poi il delicato lavoro di Kiki Smith, Lying on Clouds, che su un grande, leggero velo di carta delinea l’evanescenza di un corpo femminile assorto nell’astrazione dei pensieri e simbolicamente galleggiante sulle nuvole. Accanto, l’opera di Vanessa Beecroft riporta l’accento sulla dimensione fisica, carnale, della vita umana, osservata nel dettaglio degli elementi corporei restituiti in una sintesi grafica che evoca suggestioni Art Brut e che trova relazione con il grande Circo di Ilario Rossi. Chiude il cerchio Adam Gordon: la sua sproporzionata figura femminile è accostata al grande Calvario di Vittorio Tavernari, opera storica della collezione Lercaro, e si fa interprete del dolore interiore, alienante e solitario, che coinvolge l’uomo contemporaneo, deformato e scavato interiormente da un dolore invisibile che, lentamente, intacca tutto, corpo e anima. Corrode, così come l’acqua della laguna di Venezia fa con i pali di ormeggio e di sostegno della Città: è da lì che proviene il modello in legno da cui Giorgio Andreotta Calò trae una fusione in bronzo che eterna la traccia della drammatica precarietà della materia.

Dal corpo l’attenzione si orienta sempre più verso l’analisi di sé e del proprio universo interiore, avvalendosi delle possibilità offerte dal ritratto: Francesco Gennari, Vedovamazzei, Esko Männikkö restituiscono visioni e percezioni differenti del sé che si fanno portavoce delle diversità di pensiero e di approccio alla vita, tutte ugualmente portatrici di significato.

Un ulteriore passaggio nella riflessione sulle potenzialità espressive dell’uomo è offerto dal tema della comunicazione che, implicitamente, racchiude quello centrale della relazione. Nïel Beloufa lo affronta attraverso un’installazione che unifica e coordina diversi linguaggi, dalla parola narrata e udita all’immagine.

Rosa Barba utilizza migliaia di lettere tipografiche per creare a stampa, sul candore del lino, un cerchio imperfetto che simboleggia l’inesauribilità della conoscenza e si fa generatore di nuove dimensioni semantiche riflettendo contemporaneamente sul processo creativo che porta alla genesi dell’opera d’arte.

La stessa tematica, sebbene affrontata con modalità diverse, appartiene anche alla grande opera di Giulio Paolini: Vis-à-Vis (Amazzone) (2), il cui titolo si connette bene al concetto di confronto/connessione alla base della mostra, propone una riflessione sullo sguardo invitando ciascuno a interrogarsi sul proprio modo di stare nella realtà e di vederla. Invito ripreso e sviluppato dall’opera di Eva Marisaldi, centrata sulla visione interpolata con gli elementi apportati da interferenze e filtri, anche culturali. Mentre all’opera Tuono di Mario Airò è affidata una sorta di magia visiva che, con delicata leggerezza, proietta lo sguardo in una dimensione visiva fatta di pura essenzialità e capace di dare origine a una nuova coscienza.

L’individuo, infine, cede il passo alla dimension

CROSS COLLECTION
Collezioni a confronto

e collettiva che allarga il proprio respiro fino a comprendere lo sguardo sulla natura.

La prima area tematica è affrontata attraverso le opere “sociali” di Margherita Moscardini, Luca Vitone, Francis Offman, Mario Dellavedova, Francesco Arena. Il filo rosso comune a tutti sono i temi delle migrazioni e della sopraffazione dell’uomo sull’uomo, ma l’opera di Francesco Arena presenta una dimensione semantica ulteriore che la pone all’interno di una relazione speciale con la città di Bologna. Attraverso un grande buco creato nel marmo attraverso la costante, reiterata scrittura di nomi, racconta il vuoto doloroso generato dall’assenza di tutti coloro che hanno perso la vita il 2 agosto 1980 nella strage alla stazione dei treni di Bologna. Un marmo apparentemente semplice ma esplosivo, carico di significati assordanti.

Al centro della sala, poi, si apre il video di Adel Abdessemed in cui un ragazzo di colore viene lavato con il latte: potentissima immagine di sopraffazione e non accettazione delle diversità, l’opera è posta simbolicamente in rapporto con la Croce di colore creata nel 2010 da Ettore Spalletti per la Raccolta Lercaro. Due immagini entrambe giocate sul colore che, in base alla capacità di accoglienza del cuore, assume significati di esclusione o inclusione: in Spalletti, infatti, le cromie si fanno mediatrici della relazione tra lo sguardo di chi osserva e il Tu rappresentato dalla Croce, mentre in Abdessemed divengono motivo di discriminazione.

L’ultima sezione, infine, esplicita il rapporto con l’ambiente circostante, difficilmente giocato solo sull’accoglienza e sull’accettazione della natura, ma da sempre caratterizzato dal desiderio dell’uomo di intervenire su di essa, interpolandola, governandola, gestendola secondo il proprio sentire. Oggi, attraverso le possibilità offerte dalla tecnologia, l’artista si fa interprete espressivo di questo desiderio. Anna Franceschini e Stefano Arienti ricorrono alle potenzialità della fotografia: la prima per dare vita a una contemporanea surreale natura morta, immersa in atmosfere ovattate e sospese; il secondo per ricomporre l’immagine attraverso l’intervento umano, affidato alla gestualità rituale compiuta dalla mano che muove ago e filo. Monica Bonvicini attinge alla fotografia per tradurla, con la liquidità potente dell’acquerello, in una grande opera capace di raccontare allo sguardo come la violenza di un uragano possa trasformare un paesaggio urbano in desolante natura morta. E a sottolineare questo confine sottile tra i generi entrano in gioco le opere di Giorgio Morandi, Filippo De Pisis e Giuseppe Santomaso appartenenti alla Raccolta Lercaro.

Giuseppe Gabellone propone un’intermediazione tra il mondo naturale e quello umano mediante l’uso della resina epossidica mentre Nico Vascellari e Micol Assael giocano sull’antropizzazione della natura, in buona parte rimodulata attraverso l’ingegno umano. A rimarcare una volta di più come il rapporto tra uomo e natura sia, da sempre, uno dei temi fondamentali per l’arte perché specchio del pensiero sul valore della vita. Sempre che l’interrogativo posto da Giuseppe Chiari sia valido e all’arte venga ancora riconosciuto un potere catartico per l’esistenza: “Se questa è arte tu sei pazzo”. E si sa, la pazzia può cambiare il mondo. 

 



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Al Gaggenau di Roma apre la mostra SEMI che racconta la favola gotica-contemporanea di Flora Deborah

 

La mostra curata da Sabino Maria Frassà è il secondo appuntamento del ciclo di mostre “Materiabilia” promosso da Gaggenau e CRAMUM nel 2022.  

Apre oggi al pubblico al Gaggenau DesignElementi di Roma la mostra Semi dell'artista franco-israeliana Flora Debora alla sua prima personale in Italia. La mostra curata da Sabino Maria Frassà è il secondo appuntamento del ciclo di mostre “Materiabilia” promosso da Gaggenau e CRAMUM nel 2022. “Semi” è il racconto della favola gotico-contemporanea di Flora Deborah e del suo lungo viaggio alla ricerca del senso più profondo dell'esistere; un viaggio che, come in tutte le favole, è lungo e travagliato, ma caratterizzato dall’ottimismo dell’andare avanti con infinita resilienza. Il Gaggenau DesignElementi di Roma diventa così scenario di una vera e propria esperienza performativa oltre che installativa. Come spiega il curatore Frassà "agli spettatori è chiesto di portare e donare un sasso, così da poter partecipare a quello che potrebbe essere definito come un corale viaggio di iniziazione, pensato dall'artista per la costruzione di una nuova Torre di Babele, luogo di dialogo e confronto".

La mostra è costruita intorno a immagini sempre in bilico tra sogno e realtà, nate da un processo creativo che non prevede mai correzioni, ma che vede proprio nelle imprecisioni o nei ripensamenti del gesto artistico una metafora delle alterne vicende umane: non si torna mai indietro, non c'è gomma, ma si va avanti portando nuova materia all'interno del proprio percorso. Così nascono le opere in ceramica, terra e oro di Flora Deborah, che sublima e sintetizza lo straordinario lungo viaggio che è l'esistenza umana: tutto nella nostra vita può essere il seme di un nuovo frutto, a patto che si riesca anche dolorosamente a raggiungere una piena consapevolezza di sé.
 
Da una videoinstallazione in cui scava e assembla la terra del kibbutz in cui i genitori si sono incontrati, passando per i calchi della propria lingua e di quelle dei membri della sua famiglia, fino ad arrivare ai piatti e le piastrelle più recenti in cui personaggi onirici si passano delle coppe: "Flora Deborah" spiega il curatore "riflette su come non siano (solo) i luoghi a determinare chi siamo, bensì il linguaggio che impieghiamo per parlare e pensare. Può il lessico di ciascuno di noi penetrare ed essere seme e frutto dei linguaggi di chi ci vive intorno, e quali sono i confini di questo lessico famigliare?".Flora Deborah descrive un'umanità che nutre un nuovo universale idioma, un esperanto fatto di arte, intesa come unione di materia e bellezza, e coinvolge anche gli spettatori in questo processo attraverso una vera e propria esperienza performativa oltre che installativa. Chiunque visiti la mostra può infatti far parte dell'opera d'arte, lasciando una pietra con cui costruire una nuova Torre di Babele; un gesto che è stato anche parte di una performance dedicata presso lo showroom, in cui i partecipanti hanno infine assaporato il calco della lingua dell’artista, realizzato in cioccolato. Un vero e proprio scambio, in cui spettatore e artista si nutrono a vicenda, e da cui può nascere un nuovo lessico comune, con cui vedere e raccontare insieme un mondo nuovo. Come conclude il curatore Sabino Maria Frassà "nessuno di no sa come queste pietre che abbiamo lasciato verranno impiegate dall'artista. Come nella cultura ebraica queste pietre sono il simbolo di rispetto e pietas di fronte al passato e all'esistenza di un'altra persona. Dopo aver visitato la mostra non conosceremo quindi il finale della storia: incuriositi, stupiti e forse un po' malinconici tutti noi spettatori-attori avremo la consapevolezza di esser parte di qualcosa di grande, della vita di un'altra persona".

Il Ciclo di mostre "Materiabilia"

Con il ciclo di mostre “Materiabilia”, Gaggenau e CRAMUM raccontano la materia che si fa meraviglia attraverso il genio umano. Gli showroom Gaggenau DesignElementi di Milano e Roma si trasformano in una ideale Wunderkammer, in cui l'arte e il design ci permettono di riconoscere un ordine apparentemente perso: se la natura è straordinaria, la capacità dell'essere umano di plasmare la materia ci avvicina a tale perfezione.
 
Oggi più che mai l'arte ci permette di sognare ad occhi aperti, trasformando la materia e la realtà che ci circonda in meraviglia. Se fino a poco tempo fa sembrava fossimo destinati a vivere in una società sempre più virtuale, la pandemia di Covid-19 ha invece mostrato il profondo bisogno - quasi ancestrale e viscerale - di materia e realtà: dopo anni di frustrazione e limitazioni anche fisiche, ai bitcoin e ai social fa sempre più da contraltare un bisogno di vedere, fare e toccare.
L'essere umano è tornato a volere concretezza e realtà, anche quando sogna: affamati di presente e carichi di paure sul domani, cerchiamo di vivere ogni giorno il sogno, piuttosto che limitarci a pensarlo e progettarlo. Il nostro sguardo ricerca nella meraviglia per la realtà che ci circonda la speranza e la forza per andare avanti.
 
Capiamo quindi il perché del successo dell'arte contemporanea nella nostra società: l'arte è materia che riflette sulla materia, riuscendo a dare forma e concretezza al pensiero umano... alle sue angosce, alle sue paure, ma anche alle sue gioie e alle sue speranze. Nel gesto artistico, capace di rappresentare una realtà diversa, l'essere umano ritrova il coraggio di ripensare il futuro al di là del presente contingente. Capace di sintesi come solo un'immagine può esserlo, empatica e mai banale nella sua complessità, l'arte contemporanea è oggi la materia del futuro.
Non è però la preziosità della materia a determinare la qualità dell'opera d'arte, quanto la capacità dell'artista di vedere il futuro dando forma a qualsiasi sostanza. In fondo anche le stelle non sono fatte d'oro, ma di idrogeno, elio e carbone.
 
A raccontare la “materiabilia” che ci circonda, e che non sempre riusciamo a vedere, quattro artisti che per tutto il 2022 mostreranno, con materiali comuni, immaginifici futuri… dietro l'angolo. Un messaggio di responsabilità e possibilità di ripensare, con ciò che abbiamo, un futuro migliore. Il ciclo vedrà protagonista a Roma il lessico familiare fatto di semi e cioccolato di Flora Deborah; a Milano saranno invece in mostra le spirali di materia di Paola Pezzi e i quadri di cera e paraffina di Stefano Cescon; infine, il viaggio terminerà con le sculture naturali di Giulia Manfredi a Roma

 



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Davide D’Elia FRESCO Mostra a cura di Elisa Del Prete

 

L’intervento è pensato in dialogo con la collezione del museo e i peculiari criteri museografici che ne dettano il percorso espositivo all’interno del palazzo seicentesco dove è situato, raro esempio di collezionismo privato cittadino.  

NOS Visual Arts Production presenta FRESCO, la prima mostra personale di Davide D’Elia a Bologna, presso il Museo Davia Bargellini, a cura di Elisa Del Prete e in collaborazione con Istituzione Bologna Musei | Musei Civici d’Arte Antica nell’ambito di ART CITY Bologna 2022, in occasione di Arte Fiera.

L’intervento è pensato in dialogo con la collezione del museo e i peculiari criteri museografici che ne dettano il percorso espositivo all’interno del palazzo seicentesco dove è situato, raro esempio di collezionismo privato cittadino. La mostra si compone di otto quadri in plexiglas del ciclo FRESCO realizzati nel corso di un precedente intervento site specific operato da D’Elia nel 2018 sugli affreschi del Salone delle Feste del Palazzo Atti-Pensi di Todi, dimora cinquecentesca che si erge al centro della piazza principale della città umbra, che a Bologna vengono allestiti in relazione ai dipinti e alle sculture commissionate dal mecenatismo dei Bargellini, tra le famiglie bolognesi che ricoprirono importanti cariche nel Senato cittadino.

Da tempo l’artista indaga la relazione tra passato e presente, storia dell’arte e arte contemporanea, pittura accademica e “gesto” pittorico, in un percorso che mette al centro un ripensamento su forma e colore in chiave attuale. Per realizzare il ciclo FRESCO a Todi, l’artista non è intervenuto direttamente sugli affreschi ma vi ha apposto delle strutture in plexiglas appositamente progettate. Ciò gli consente di stendere campiture di pittura “iris blue” celando talvolta gli elementi organici del paesaggio, talvolta  le architetture nell'intento di far emergere la costruzione dei dipinti degli affreschi sottostanti. Una volta rimossi dagli affreschi, gli otto quadri sono diventati pitture astratte - o "assolute", come le definisce l'artista - su cui si è conservata la traccia dell’indagine compositiva creando un discorso tra "pittura assente" e "pittura presente".

La mostra a Bologna è completata da due nuovi interventi site specific, Zero e Zero1, su due dipinti della collezione del museo entrambi dal titolo Paesaggio con figure di Vincenzo Martinelli (fine sec. XVIII) esposte nella Sala 1. Zero e Zero1, nel momento in cui lasceranno il luogo originario del museo Davia Bargellini per essere esposti altrove, attiveranno a loro volta un processo di traslazione portandosi dietro il contesto primario.

“Atti” dello stesso componimento poetico, le opere di FRESCO costruiscono nel tempo e nello spazio un dialogo tra luoghi geograficamente distanti tramite un’azione di sovrapposizione in cui la storia e l’identità di ognuno si stratificano sul tassello successivo.

Proprio in tale ottica la visita propone un’esperienza di Realtà Virtuale (realizzata da Filippo Pagotto/EL CA BO), tramite cui il visitatore si fa testimone della simultaneità dell’opera ricongiungendo il ciclo alla sua fonte originaria.

Durante il periodo di mostra il Museo Davia Bargellini ospiterà un talk con l’artista per la presentazione del concept book Tiepido Cool realizzato grazie al sostegno dell’Italian Council (X edizione, 2021), programma di promozione internazionale dell’arte italiana della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura di cui Istituzione Bologna Musei | Musei Civici d'Arte Antica è partner culturale.

Davide D’Elia (Cava de’ Tirreni, 1973) vive e lavora a Roma.

Inizia a lavorare come visual designer negli anni ‘90. Si trasferisce a Londra nel 2007 dove inizia a sperimentare la sua poetica artistica grazie alla collaborazione creativa con il collettivo curatoriale CosmicMegaBrain. Partecipa a diverse mostre internazionali tra cui: Beyond Existence, Cordy House, Londra, 2009; Every other day, Zico House, Beirut, 2009; DrawMusicDraw, Booze Cooperativa, Atene, 2008; Booze around light bulbs, Heimatmuseum, Londra, 2013. Rientra a Roma nel 2011. Sue opere sono state esposte in musei e sedi istituzionali come MAXXI, Museo delle Arti del XXI Secolo, Roma, 2012-2013; Biennale di Venezia (Nell’Acqua capisco, Procuratie Vecchie, Venezia, 2013); Accademia Americana, Roma 2014; Artsiders, Galleria Nazionale dell’Umbria, Perugia, 2014; Horizontal, Casa Italia (Giochi Olimpici), Rio De Janeiro, 2016; Sensibile Comune, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma, 2017; Finalista Premio Lissone 2018, MAC Museo d’Arte Contemporanea di Lissone, 2018.

 



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NIVOLA E NEW YORK. Dallo Showroom Olivetti alla Città incredibile

 

Il centro della mostra è il rilievo di Nivola per lo showroom Olivetti nella Fifth Avenue, realizzato dallo studio BBPR nel 1954, caposaldo dell’arte e dell’architettura italiane del dopoguerra e simbolo di un nuovo approccio alla comunicazione d’impresa.

Costantino Nivola (Orani, 1911-East Hampton 1988), tra i protagonisti della scultura e della grafica italiane del Novecento, è stato una figura chiave nei rapporti tra Italia e America. Esule negli Stati Uniti perché antifascista, vi ha dato inizio a una carriera di “scultore per l’architettura” che lo ha visto collaborare con i più grandi maestri del Modernismo. Nel 1954 il suo rilievo per lo showroom Olivetti di New York ha segnato l’inizio del successo transatlantico del Made in Italy.

Il rapporto di Nivola con New York, la città “incredibile” e “meravigliosa” che lo aveva accolto nel 1939 dopo la fuga dall’Italia, ha segnato in profondità il suo lavoro di artista. Eccitante, coinvolgente e al tempo stesso destabilizzante, il panorama urbano di New York è metafora della condizione umana nella modernità e postmodernità.

Il centro della mostra dal 15 aprile fino al 15 luglio  è il rilievo di Nivola per lo showroom Olivetti nella Fifth Avenue, realizzato dallo studio BBPR nel 1954, caposaldo dell’arte e dell’architettura italiane del dopoguerra e simbolo di un nuovo approccio alla comunicazione d’impresa.

Lungo 23 metri e alto 5, il monumentale fregio semiastratto, eseguito con la tecnica del sand casting (scultura in gesso da una matrice di sabbia), era l’elemento centrale di un’installazione che simboleggiava il cielo, il mare e la spiaggia mediterranei. Dopo la chiusura del negozio Olivetti nel 1969, fu ricollocato nel 1973 nello Science Center dell’Università di Harvard, per volontà dell’architetto Josep Lluís Sert.

In occasione della mostra ne è stata realizzata una ricostruzione fedele in scala 1:1 grazie all’utilizzo delle tecnologie di visual computing, stampa 3D e di videomapping.

Con i suoi 101 metri quadri di estensione, si tratta di uno dei più grandi progetti di riproduzione tridimensionale di beni culturali con fresatura robotica mai realizzato.

“La mostra - dice Giuliana Altea - ruota intorno a questo straordinario rilievo, esteso a coprire un’intera parete del museo, che ha esattamente le stesse misure dell’opera. La riproduzione consentirà di osservare da vicino i dettagli di una scultura il cui originale, conservato a Harvard, è difficilmente visibile dal grande pubblico. La sua realizzazione è frutto del progetto di digital humanities Nivola X Olivetti, che ha visto collaborare con la Fondazione Nivola le università di Harvard e di Sassari, il CRS4 – Centro di Ricerca, Sviluppo e Studi Superiori in Sardegna, l’ISTI – CNR - Istituto di Scienza e Tecnologie dell'Informazione "Alessandro Faedo” di Pisa, Make in Nuoro – il fab lab della Camera di Commercio di Nuoro, l’Archivio Olivetti di Ivrea e la Fondazione Olivetti di Roma.”

Se il rilievo Olivetti è il punto di partenza della carriera americana di Nivola, la Combined Police and Fire Facility del 1984 ne è il punto di arrivo. Come osserva Carl Stein, autore del progetto architettonico e amico di Nivola, “l’artista, al termine della sua carriera, ha scelto un approccio narrativo e antimonumentale, raccontando il lato umano delle forze di polizia, mettendone in luce la responsabilità civica, concentrandosi su episodi di quotidiana presenza dello Stato invece di esaltare i valori assoluti dell’istituzione.”

Tra questi due capitoli della vicenda newyorkese di Nivola si situa, all’inizio degli anni Sessanta, il progetto della Stephen Wise Recreation Area, un insediamento di case popolari nell’Upper West Side per cui Nivola eseguì un grande graffito murale, delle sculture, una fontana e un playground con un gruppo di cavallini in cemento stilizzati. Una piccola mandria di questi cavallini, ricreati per l’occasione in scala 1.1 dalla designer Monica Casu, popolerà il parco del museo.

“I cavallini della Stephen Wise - afferma il direttore Luca Cheri - sono una delle invenzioni più felici e gioiose di Nivola, e dopo l’accesa protesta popolare sollevata dalla loro minacciata distruzione nel 2021 sono diventati il simbolo della capacità dell’arte di Nivola di toccare il suo pubblico.  Per questo vorremmo che al termine della mostra le riproduzioni rimanessero a Orani come parco giochi per i bambini.”

Completa la mostra una selezione di dipinti e disegni sul tema di New York. Oltre a intervenire nelle strade e negli edifici di New York con i suoi progetti - il cui tessuto connettivo è ricostruito in una timeline che mostra la presenza pervasiva dell’opera dell’artista sardo nella Grande Mela - Nivola è tornato a più riprese sul tema della metropoli nella sua produzione grafica e pittorica.  Le opere esposte colgono la natura caotica ed eccitante di New York, rendendo al tempo stesso l’incalzante fluire della vita urbana e il senso di spiazzamento e disorientamento che questo può produrre.

Questa mostra – dice Antonella Camarda - è il frutto della collaborazione fra umanisti, scienziati e imprese. È lo stesso spirito di sperimentazione e costante innovazione che ha caratterizzato l’approccio di Costantino Nivola ed è stato tratto distintivo dell’Olivetti. L’azienda di Ivrea ha fatto del binomio fra arte e tecnologia, antico e moderno, una bandiera negli anni cruciali della diffusione del Made in Italy negli Stati Uniti.

Sponsor istituzionali

Regione Autonoma della Sardegna, Comune di Orani

Main sponsor

Fondazione di Sardegna

Partner

CRS4 – Centro di Ricerca, Sviluppo e Studi Superiori in Sardegna

ISTI – CNR - Istituto di Scienza e Tecnologie dell'Informazione "Alessandro Faedo”, Pisa

Archivio Storico Olivetti, Ivrea

Fondazione Olivetti, Roma

Università degli studi di Sassari

The Cooper Union, New York

Make in Nuoro - Camera di Commercio di Nuoro

Si ringraziano Agostino Cicalò, Enrico Bandiera, Beniamino de’ Liguori, Gaetano di Tondo, Giulio Iacchetti, Carlo Piccinelli, Giovanni Pirisi, Pierandrea Serra, Nader Tehrani. Un ringraziamento speciale va all’Università di Harvard e in particolare Jennifer Atkinson, Rus Gant, Michael Kelley, Oliver Knill, Curtis McMullen, Mark J. Pimentel.