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 Neto SoPolpoVitEreticoLe 2021

 

La GAMeC porta a Bergamo un progetto inedito del celebre artista brasiliano Ernesto Neto

L’esposizione è la prima di un nuovo ciclo triennale curato da Lorenzo Giusti per la suggestiva Sala delle Capriate, sede estiva della GAMeC per il quarto anno consecutivo.

La GAMeC porta a Bergamo un progetto inedito del celebre artista brasiliano Ernesto Neto.

Apre al pubblico dal 10 giugno Mentre la vita ci respira – SoPolpoVit’EreticoLe, la mostra del celebre artista brasiliano Ernesto Neto (Rio De Janeiro, 1964) ospitata nel Palazzo della Ragione di Bergamo. L’esposizione è la prima di un nuovo ciclo triennale curato da Lorenzo Giusti per la suggestiva Sala delle Capriate, sede estiva della GAMeC per il quarto anno consecutivo.

A distanza di vent’anni dalla prima partecipazione dell’artista alla Biennale di Venezia curata nel 2001 da Harald Szeeman – quando fu anche chiamato da Germano Celant a rappresentare il Brasile nella sezione riservata ai padiglioni nazionali – Ernesto Neto torna in Italia con un progetto inedito, che rappresenta un preludio alla mostra Nulla è perduto. Arte e materia in trasformazione in programma alla GAMeC nell’autunno del 2021.

Le installazioni multisensoriali di Neto pervadono lo spazio, immergendo il visitatore in ambienti carichi di suggestione, all’interno dei quali i materiali, le essenze e le forme assumono significati molteplici. Tutto, nell’opera di Neto, concorre alla creazione di nuovi universi di senso, concepiti come strumenti per curare le ferite della società contemporanea. 

Vista dall’alto, la grande installazione centrale, dal titolo SoPolpoVit’EreticoLe, si presenta come una specie di agroglifo, un polpo disegnato sul pavimento della sala, i cui tentacoli si muovono in direzioni diverse, ricordando così anche il movimento del boa presente in numerosi progetti di Neto.

Un po’ polpo, un po’ sole, un po’ cellula, il disegno presenta, al centro, un cerchio pensato come una sorta di ombelico. Nucleo generatore per eccellenza, l’ombelico è un simbolo transculturale che proietta sul concetto stesso di centro l’analogia tra universo e corpo.

Da qui la “vita” evocata nel titolo del lavoro, che si configura come un acrostico composto dalle parole “sole”, “polpo”, “vita” ed ”eretico”, assemblate in modo da trasmettere un senso di musicalità e movimento.

Pensata come un giaciglio, come uno spazio per la sosta, sul quale distendersi o sedersi per condividere l’esperienza della pausa, l’opera di Neto si avvale dell’utilizzo di materiali recuperati in loco, come pietre, paglia, ma anche piante, spezie ed erbe medicinali, inserite in sacchetti realizzati a mano con la tecnica del crochet.

L’installazione unisce l’attenzione per i temi dell’ecologia, del ritualismo e della spiritualità, caratteristici della ricerca di Neto, a visioni e suggestioni suggerite dal confronto con le origini medievali del palazzo e con la sua storia centenaria.

Fu infatti durante l’ultima fase dei cosiddetti secoli bui che, anche nel Nord dell’Italia, molte donne libere, che vivevano a stretto contatto con la natura – raccogliendo così spontaneamente l’eredità delle culture animiste e panteiste ancora vive nella società popolare – furono accusate di stregoneria, perseguitate come eretiche e bruciate sul rogo.

Come raccontano gli studi più aggiornati, le streghe incarnavano il lato selvaggio della natura, tutto ciò che in essa appariva autonomo, incondizionato, fuori controllo e quindi contrario alla visione ordinata del mondo promossa dalle dottrine ufficiali. Vale la pena ricordare come l’etimologia della parola eretico derivi dal greco “scelta”, senza portare con sé alcuna connotazione positiva o negativa. Questo termine, tuttavia, è presto diventato indicatore di una scelta precisa, quella di abbandonare un pensiero riconosciuto fino a quel momento come valido, per abbracciare un’interpretazione nuova.

L’opera di Neto ripensa questo cruciale passaggio della storia dell’Occidente, che interessò non soltanto il “vecchio continente”, ma anche le terre conquistate oltreoceano dai colonizzatori Europei, dove la persecuzione delle donne divenne uno dei più crudeli strumenti di assoggettamento e sfruttamento delle popolazioni aborigene. 

Attraverso la presenza di quattro abiti realizzati per l’occasione, l’artista ci invita a vestire nuovi panni e a trovare una nuova relazione con il mondo naturale, gli spiriti degli antenati e le epistemologie non occidentali a cui il progetto è legato.

L’installazione costituisce in ultima analisi un potente inno alla vita, alla natura nella sua dimensione più ancestrale, e un invito a riconsiderare l’importanza di una visione non funzionale e non antropocentrica dell’universo, insieme al principio, proprio di una concezione olistica del mondo, della sostanziale materialità del tutto.

Per questa ragione l’installazione di Neto è da considerarsi un preludio alla mostra Nulla è perduto. Arte e materia in trasformazione, secondo capitolo del grande progetto espositivo pluriennale dedicato dalla GAMeC al tema della materia.  Dopo Black Hole. Arte e matericità tra Informe e Invisibile, questa seconda tappa della trilogia – a cura di Anna Daneri e Lorenzo Giusti – rivolgerà lo sguardo al lavoro di quegli autori che, in tempi diversi, hanno indagato le trasformazioni della materia per sviluppare una riflessione sul mutamento, sul tempo e sul futuro del pianeta.

L’ingresso gratuito alla mostra è reso possibile grazie all’impegno di imprese del territorio che hanno confermato, o riconfermato, il proprio supporto alle attività della GAMeC per il 2021: Banca Galileo S.p.A., Italgen S.p.A., SITIP S.p.A. e 3V Green Eagle S.p.A.

 

 


 1 Nicola Lo Calzo. Sangare Moussa cantante rap maliano e richiedente asilo dietro la statua di Nicolò Turrisi Colonna 2020. Courtesy Podbielsky Contemporary Milano Nicola L

 Nicola Lo Calzo. Sangare Moussa, cantante rap maliano e richiedente asilo, dietro la statua di Nicolò Turrisi Colonna, 2017-2020. Courtesy Podbielski Contemporary, Milano © Nicola Lo Calzo

 

 

CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia apre al pubblico la nuova mostra in Project Room: Nicola Lo Calzo

Un progetto inedito dell’artista Nicola Lo Calzo che, attraverso il racconto della storia di San Benedetto il Moro, prende in esame i rapporti fra la storia del colonialismo e l’identità culturale contemporanea.

CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia apre al pubblico la nuova mostra in Project Room: Nicola Lo Calzo. Binidittu, progetto inedito dell’artista Nicola Lo Calzo (Torino, 1979) che, attraverso il racconto della storia e dell’eredità culturale di San Benedetto il Moro, prende in esame i rapporti fra la storia del colonialismo e l’identità culturale contemporanea.

Nato da schiavi africani agli inizi del Cinquecento nei dintorni di Messina, e poi vissuto come frate minore in Sicilia fino alla sua morte (1589), San Benedetto, detto Binidittu, non solo è stato eletto a protettore sia degli afro-discendenti in America Latina sia dei Palermitani, ma è diventato anche icona di riscatto ed emancipazione a livello mondiale. La mostra, curata da Giangavino Pazzola, si articola in un percorso espositivo suddiviso in quattro capitoli e, attraverso una trentina di immagini di medio e grande formato, ripercorre le tappe principali della biografia di Binidittu: dall’affrancamento dalla schiavitù alla sua morte, dall’utopia post razzista alla beatificazione. Le fotografie di Lo Calzo vengono accompagnate da un’installazione che include materiali e documentazione di archivio relativa al processo di costruzione del progetto.

Realizzata in collaborazione con la galleria Podbielski Contemporary di Milano, la mostra fa parte di una ricerca di lungo periodo realizzata da Lo Calzo sulle tracce e sull’eredità della diaspora africana e della schiavitù nel mondo atlantico e mediterraneo, intitolata Cham. Con questo progetto, e con Binidittu nello specifico, Lo Calzo ha l’ambizione di contribuire al dibattito sulla rimozione della memoria e la costruzione dell’identità in una prospettiva decoloniale, riscoprendo non solo l’uomo oltre al Santo o i suoi analoghi in altre parti del mondo, ma anche i valori simbolici, politici e civili che questa storia ci trasmette.

Ad accompagnare la mostra a metà luglio si svolgerà un workshop tenuto da Nicola Lo Calzo.

L’esposizione di Lo Calzo inaugura il ciclo di mostre “Passengers. Racconti dal mondo nuovo”, un progetto ideato da CAMERA con lo scopo di realizzare una ricognizione pluriennale focalizzata su artisti appartenenti alla cosiddetta ‘Generazione Y’ – i cosiddetti millennials nati fra i primi anni Ottanta e metà anni Novanta. Rilevata la carenza di programmi dedicati ad autori mid-career nell’ambito delle attività espositive e divulgative della cultura fotografica in Italia, l’istituzione torinese si pone l’obiettivo di allargare e includere anche questa generazione di artisti nella sua ricerca e programmazione.

Il prossimo autore in mostra a CAMERA all’interno del ciclo Passengers è Federico Clavarino, le cui opere saranno esposte in Project Room da fine luglio a fine settembre.

Con il ciclo “Passengers” – commenta di direttore di CAMERA, Walter Guadagnini – diamo organicità a una caratteristica da sempre presente nei programmi espositivi di CAMERA, vale a dire l’attenzione alle generazioni più giovani, linfa necessaria per il costante rinnovamento della proposta e per la volontà di utilizzare la fotografia anche come strumento di dibattito sull’oggi. Vogliamo dimostrare che proprio le istituzioni più established come CAMERA hanno il compito di sostenere le ricerche emergenti, in una logica di attenzione ai diversi linguaggi della fotografia, dai più consolidati ai più sperimentali.

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Dal 16 al 18 luglio si svolgerà a CAMERA “Fotografia e prospettive decoloniali”, un workshop metodologico, tenuto da Nicola Lo Calzo, sulla rappresentazione del potere nelle immagini, nato dalla ricerca a lungo termine condotta da Lo Calzo sulla memoria e sulle tracce della resistenza alla schiavitù coloniale, che l’artista torinese ha iniziato nel 2010 sotto l’egida dell'Unesco.

Per iscrizioni http://www.camera.to/ e per informazioni Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Il workshop è realizzato nell’ambito di FUTURES cofinanziato dal Programma Europa Creativa dell’Unione Europea.

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Nicola Lo Calzo

Nicola Andrea Lo Calzo è nato a Torino nel 1979, vive e lavora tra Parigi, l’Africa occidentale e i Caraibi. Si è avvicinato alla fotografia dopo gli studi in architettura e conservazione del patrimonio, indirizzando lo sguardo sui rapporti fra colonialismo e identità culturale. Dalle sue immagini, infatti, emerge la strategia di sopravvivenza e resistenza messa in atto da gruppi minoritari all’interno dell’ambiente nel quale vivono. Per nove anni ha lavorato a Cham, progetto di ricerca a lungo termine sulle memorie della tratta degli schiavi e della schiavitù, suddividendolo in diversi capitoli ambientati in Africa, nei Caraibi e in America. Dal 2015 al 2019 ha diretto “Kazal”, una masterclass con il collettivo di fotografi Kolektif 2 Dimansyon su memoria e criminalità sotto la dittatura di Duvalier. Il progetto, prodotto dalla Fondazione Fokal, è il primo del suo genere ad Haiti ed è stato pubblicato in un volume edito da André Frère. Le sue fotografie sono state esposte in musei, istituzioni artistiche e festival, in particolare il Macaal di Marrakech, l'Afriques Capitales di Lille, il Musée des Confluences di Lione, il Museo Nazionale della Fotografia Alinari di Firenze e il Tropenmuseum di Amsterdam. Inoltre sono presenti in molte collezioni pubbliche e private, tra cui la collezione Lightwork di Siracusa, l'Archivio Alinari di Firenze, la Pinacoteca Civica di Monza, la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi e il Tropenmuseum di Amsterdam. Collabora regolarmente con diverse testate internazionali, tra cui “Le Monde”, “The New Yorker”, “The Wall Street Journal”, “The New York Times” e “Internazionale”. Nel 2018, ha ricevuto il Cnap Grant ed è stato nominato per il Prix Elysée 2019-2020.

 

CAMERA - Centro Italiano per la Fotografia                                 

Via delle Rosine 18, 10123 - Torino                                   

http://www.camera.to/ | Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.        

 

 


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"Cosmowomen. Places as Constellations" a cura di Izaskun Chincilla

La mostra abita lo spazio del Salone Centrale del museo con tre complesse strutture monumentali in materiale ecosostenibile, ispirate alle sfere armillari.

Lunedì 21 giugno fino al 20 ottobre, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma inaugura Cosmowomen. Places as Constellations, a cura dell’architetta Izaskun Chinchilla. Inizialmente prevista per giugno 2020, la mostra abita lo spazio del Salone Centrale del museo con tre complesse strutture monumentali in materiale ecosostenibile, ispirate alle sfere armillari: modelli ridotti del cosmo visto dalla prospettiva terrestre, usati come strumenti astronomici nell’antichità e nel Medioevo per determinare la posizione dei corpi celesti.

Le tre sfere monumentali - il Gineceo, l’Onsen e il Parlamento – rappresentano tre luoghi di convivenza che hanno avuto un ruolo importante nella costruzione della cultura comune delle donne, rappresentando allo stesso tempo anche luoghi di esclusione o segregazione. Tramite essi la mostra riflette sulla relazione che il corpo sessuato intesse, rispettivamente, con uno spazio intimo, naturale e pubblico.

Attorno a questi luoghi simbolici e attraverso molteplici sotto-sfere, nuove generazioni di architette propongono modelli alternativi di progettare e mettersi in relazione con lo spazio, gli altri esseri umani e il pianeta, formulando riflessioni circa le forme dell’abitare, il co-living e la collaborazione.

L’ipotesi fondamentale della mostra è che la piena integrazione delle donne nel settore professionale e accademico dell’architettura genererebbe nuovi “luoghi di riflessione”, o ne consoliderebbe e amplierebbe altri già esistenti, intensificando infine le relazioni tra essi e dando vita ad una sorta di costellazione.

Con una ricca selezione di 71 progetti e 283 immagini grafiche e disegni, la mostra presenta il lavoro di 65 architette, originarie di oltre 20 Paesi e provenienti dalla Bartlett School of Architecture di Londra.

Su What’s on?, il blog della Galleria Nazionale, una webserie approfondirà la mostra, il catalogo di prossima pubblicazione e le altre attività collaterali, tra cui la Cosmoschool, con un nuovo capitolo ogni settimana fino alla data dell’opening.

Cosmowomen. Places as Constellations è realizzata con il sostegno di Cassa Depositi e Prestiti e in partnership con Bartlett School of Architecture.

 

 


 pirri

 

 

PASSI, la coinvolgente installazione itinerante di Alfredo Pirri giunge in Sicilia

Una produzione ADITUS per la Regione Siciliana con la Soprintendenza dei Beni culturali e ambientali di Siracusa. Un gigantesco pavimento di specchi frantumati, su cui trovano spazio antichi reperti del luogo, apre un dialogo affascinante tra passato e presente.

Dopo la Galleria Nazionale, Palazzo Altemps e il Foro di Cesare a Roma, la Certosa di Padula a Salerno, l’ex Bunker di Tito in Bosnia, e altre prestigiose sedi in Italia e all’estero, l’installazione di Alfredo Pirri arriva per la prima volta in Sicilia. Nel federiciano Castello Maniace, a Siracusa.

Ottocento metri quadrati ricoperti di specchi calpestabili, una nuova temporanea pavimentazione per la Sala Ipostila del Castello Maniace, dove si moltiplicano le immagini delle volte a crociera, delle colonne in pietra luminosa, della sobria architettura normanna.

PASSI, la coinvolgente installazione itinerante di Alfredo Pirri (Cosenza, 1957), giunge per la prima volta in Sicilia, dal 17 maggio al 31 dicembre, operando un’affascinante trasformazione di un monumento millenario grazie alla forza concettuale e al potere visionario dell’arte contemporanea. Si tratta della più grande edizione dell’opera realizzata fin qui in uno spazio chiuso, seconda solo a quella a cielo aperto pensata per il Foro di Cesare.

l Castello Maniace, luogo fortificato sin dai tempi degli antichi Greci, successivamente roccaforte bizantina – il nome viene dal comandante Giorgio Maniace, Principe e Vicario dell’Imperatore di Costantinopoli – fu edificato, per come lo conosciamo oggi, dall’architetto Riccardo da Lentini su ordine di Federico II di Svevia. Era il 1232 e una straordinaria testimonianza storico-artistica iniziava a prendere forma in luogo iconico della città di Siracusa. Oggi il Castello è un bene di pertinenza della Soprintendenza regionale di Siracusa.

Per questo debutto in Sicilia, nell’affascinante corrispondenza tra lo specchio del mare che circonda il castello e il piano specchiante all’interno della Sala Ipostila, l’installazione trova un modo per ridisegnare l’ambiente, realizzando una perfetta sintesi tra architettura e natura, tra storia e arte contemporanea.

Il pubblico camminando sopra alla superficie – calpestabile in sicurezza grazie al tipo di materiale utilizzato – diventa protagonista di una performance collettiva frantumando gli specchi. Sul pavimento in frantumi “galleggiano”, come testimonianze emerse dagli abissi, alcuni reperti provenienti dal Museo archeologico “Paolo Orsi” di Siracusa, in dialogo con le leggerissime sfere colorate realizzate dall’artista: sono pesanti “proiettili” in pietra di antiche catapulte, divenuti qui oggetti misteriosi, metafisici, dal forte valore simbolico e formale.

In una seconda sala, intitolata all’aspetto grafico e progettuale del lavoro, sono esposti dei frammenti di capitelli ritrovati in loco, memorie storico-architettoniche accostate ad altre opere di Pirri: due nuovi disegni e una maquette di specchi dedicati al Maniace, insieme a una serie di acquerelli recenti.

Da un’idea della curatrice, Helga Marsala, l’approdo di Passi al Maniace si è reso possibile grazie all’impegno di ADITUS, concessionaria per i servizi aggiuntivi della Regione Siciliana per i principali siti archeologici e culturali della Sicilia orientale: in stretta collaborazione con la Soprintendenza dei Beni culturali e ambientali di Siracusa, Aditus ha prodotto e realizzato la poderosa installazione che all’interno dello storico edificio genera una trasformazione radicale, tra suggestioni di tipo estetico e simbolico, nel moltiplicarsi di luce, spazio, linee, forme: il soffitto e le pareti, sdoppiandosi e frammentandosi sullo specchio, destinato a infrangersi sotto il peso di migliaia di passi, producono immagini nuove, dilatate, plurali, irregolari.

PASSI è il titolo di una serie di installazioni avviata nel 2003 da Alfredo Pirri – uno dei maggiori esponenti dell’arte contemporanea italiana, attivo a partire dagli Anni Ottanta – con un fortunato intervento all’interno della Certosa di San Lorenzo a Padula (Salerno), a cura di Achille Bonito Oliva. Da quel momento il progetto è stato accolto in diverse sedi storiche, in Italia e all’estero, integrando nel suo nome quello dello spazio che lo ospitava: edifici sacri come la stessa Certosa di Padula e l’Abbazia di Novalesa, spazi culturali come il Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro e la Cinemateca jugoslava di Belgrado, istituzioni museali come Palazzo Altemps (Roma), Museo Novecento (Firenze) e la Galleria Nazionale d’Arte Moderna (Roma), siti archeologici come il Foro di Cesare (Roma) o siti industriali come l’ex Centrale termoelettrica di Daste e Spalenga a Bergamo o l’ex bunker antiatomico voluto da Tito a Konjic, in Bosnia.

Grazie all’installazione, il Castello, macchina scenica luminosa e insieme macchina da guerra, mette insieme la potenza dell’arte e del paesaggio con l’epica della morte e del potere propria del suo passato di fortezza militare e dimora reale.

Alfredo Pirri (Cosenza, 1957) vive e lavora a Roma.

Il suo lavoro al confine tra pittura e scultura, architettura e installazione, s’impone all’attenzione del pubblico internazionale fin dalla metà degli Anni Ottanta. Lo spazio diventa per lui paesaggio abitato da presenze plastiche, in cui la superficie pittorica genera luce e ombra, in chiave costruttiva e insieme poetica. L’arte di Pirri crea un confronto armonico con l’architettura e tende alla creazione di uno spazio abitabile, che è allo stesso tempo luogo di una funzione pubblica: «In tutti questi anni il mio interesse per lo spazio è rimasto predominante, fino a sfiorare l’architettura. Si tratta di un interesse politico, inteso come tentativo di mostrare qualcosa di necessario alla sopravvivenza stessa, una specie di battaglia a favore dell’esistenza».

Tra i suoi principali progetti, Passi realizza attraverso gli specchi la capacità della luce di modulare e alterare gli ambienti, ridefinendoli sul piano della percezione e della memoria. 

Alfredo Pirri ha esposto in numerose sedi nazionali e internazionali, tra cui: Museo Nazionale Romano – Palazzo Altemps, Roma (2018); MACRO, Roma (2017); Museo Novecento, Firenze (2015); London Design Festival (2015); Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma (2013); Palazzo Te, Mantova (2013); Project Biennial D-0 ARK Underground Konjic in Bosnia Herzegovina (2013);Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, con l’opera permanente «Piazza» (2011); Centro Arti Visive Pescheria, Pesaro (2007); Maison Européenne de la Photographie, Parigi (2006); Biennale dell’Avana (2001); Accademia di Francia a Roma - Villa Medici (2000); MoMa PS1, New York (1999); Walter Gropius Bau, Berlino (1992); Biennale d’Arte di Venezia (1988).


 


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"senza titolo" a cura di Ares Contemporary in collaborazione con Atelier Viandanti

Ares Contemporary è lieta di presentare “senza titolo” una mostra collettiva a cura di Maria Ares Chillon in collaborazione con Atelier Viandanti.

Ares Contemporary è lieta di presentare “senza titolo” una mostra collettiva a cura di Maria Ares Chillon in collaborazione con Atelier Viandanti.

CULTURA, ARTE ... E COMUNICAZIONE. 

Marco Tullio Cicerone diceva che la Cultura è tutto ciò che lo Spirito Umano coltiva, ciò che ci rende grandi e ci fa evolvere come persone. La massima espressione della Cultura, la rappresentazione della “Volontà di Cultura” è l'ARTE. 

ARTE che come tale è la scommessa e la voce dell'artista DOVE COMUNICA A NOI L'ESISTENZA di un mondo diverso, attraverso la sua percezione della Realtà, di cui solo lui, l'artista, è consapevole ... e così con la sua proposta lui ci illumina e ci arriva come una rivelazione: un'Epifania che ci arricchisce e ci coltiva come persone.

Alfonso José Sánchez Muñoz

L'esposizione visibile dal 27 maggio al 30 giugno è un collettivo di artisti quali: Giada Bianchi, Giulio Cassanelli, Francesco Maria Gamba, Andréanne Oberson, Nicole Santin.

La mostra è accompagnata da un catalogo con testo critico di Alfonso José Sánchez Muñoz.

 

Info

Atelier Viandanti, Riva Caccia 1, Lugano. Switzerland.

27 Maggio 2021 dalle 16:00 alle 20:00

Orari Su appuntamento