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Tattoo. Storie sulla pelle. La nuova mostra temporanea al Museo M9

La mostra è stata curata da Luca Beatrice e Alessandra Castellani, con la collaborazione di Luisa Gnecchi Ruscone e Jurate Piacenti, l’esposizione esplora l'universo dei tatuaggi dal punto di vista antropologico, storico, artistico e sociale.

M9 - Museo del ’900 presenta la mostra Tattoo. Storie sulla pelle, organizzata in collaborazione con la Fondazione Torino Musei e allestita nel grande spazio del terzo piano dedicato agli eventi temporanei da venerdì 5 luglio a domenica 17 novembre 2019.
Curata da Luca Beatrice e Alessandra Castellani, con la collaborazione di Luisa Gnecchi Ruscone e Jurate Piacenti, l’esposizione esplora l'universo dei tatuaggi dal punto di vista antropologico, storico, artistico e sociale.

La mostra nasce dal lavoro di studio e ricerca sviluppato nel corso dello scorso anno dalla Fondazione Torino Musei al MAO – Museo d’Arte Orientale, ed è stato ampliato e aggiornato con contributi inediti.

È l’occasione per un viaggio nel tempo a partire dalle immagini dei tatuaggi rinvenuti sulle mummie per comprendere il tema del tatuaggio nell’antichità, marchio degli sconfitti (sia schiavi che fuori legge) ma anche elemento per identificare presunti poteri taumaturgici e curativi. La pratica del tatuaggio non è mai scomparsa dal Vecchio continente e l’aura di repulsione, estraneità e fascinazione nei suoi confronti è stata ripresa e ampliata nel Settecento, quando i navigatori europei che raggiungono il Sud-est asiatico e l’Oceano Pacifico entrano in contatto con popoli che praticano in maniera estensiva il tatuaggio: la parola “tattoo” ha infatti origine polinesiana.

L’idea della condizione “selvaggia” del tatuaggio è acquisita nell’Ottocento dall’antropologo Cesare Lombroso, che riconduce la condizione dei criminali tatuati a quella dei cosiddetti primitivi, collocando per la prima volta in ambito scientifico questa pratica descritta da viaggiatori e esploratori.
Il millenario percorso del tattoo continua nel Novecento, quando nella seconda metà del secolo raggiunge una notevole popolarità e comincia ad essere praticato e interpretato prima come forma simbolica di ribellione infine come segno diffuso soprattutto tra i giovani, tanto da diventare un vero e proprio fenomeno di massa, che si trasforma in moda intrecciando forme di ricerca sulla rappresentazione di sé.

Uno spazio è dedicato ai tatuatori contemporanei con lavori noti per il ruolo cruciale nella scena contemporanea e nella diffusione della cultura del tatuaggio: da Tin-Tin, a Filip Leu e a Horiyoshi III. A questi sono affiancati i lavori di altri tatuatori sia italiani che stranieri - come Nicolai Lilin e Claudia De Sabe - che costituiscono una ristretta rappresentanza di una numerosa, notevole e mutevole comunità di lavoratori del settore.
Il percorso espositivo presenta anche numerose opere di artisti contemporanei internazionali: il fiammingo Wim Delvoye, che ha tatuato grossi maiali non destinati all’alimentazione; lo spagnolo Santiago Sierra, che ne fa un uso fortemente politico; il messicano Dr. Lakra, che si dedica a minuziosi disegni e interventi di street art; l’austriaca Valie Export e la svedese Mary Coble con temi legati al femminismo; l’italiano Fabio Viale con le sculture in marmo di ispirazione classica, ma vistosamente tatuate. Sono esposte anche fotografie di Catherine Opie, Tobias Zielony, Sergei Vasiliev e tra gli italiani, Plinio Martelli, Oliviero Toscani.

La mostra è affiancata dalle immagini di Tattoo Off, esposizione a cura di Massimiliano Maxx Testa della Venezia International Tattoo Convention, che ha selezionato i più significativi tatuatori internazionali, creatori di nuovi stili, come Alex De Pase per l'iperrealistico, Marco Manzo inventore dell'ornamentale, Moni Marino per il surrealismo di ispirazione pittorica, Silvano Fiato capostipite del realismo black & grey Volko + Simone creatori del trash polka.

Numerosi gli eventi collaterali per mettere a fuoco come il tatuaggio abbia rotto gli schemi nei quali era stato letto ed interpretato per lungo tempo e come oggi riesca a parlare a tutti noi, senza distinzioni, trasformando gli artisti in tatuatori e i tatuatori in artisti.
Il tatuaggio è una pratica che accompagna l’umanità dalla notte dei tempi tanto che troviamo esempi in corpi mummificati in Europa, Asia e Africa. È una modalità di espressione che non è mai stata abbandonata, seppur i significati che ha assunto nel corso dei secoli sono mutati: l’intenso gioco di contaminazioni e scambi tra le diverse culture, tra oriente e occidente, che ha sempre caratterizzato la storia del tatuaggio prosegue oggi in maniera sempre più forte in un mondo oramai globalizzato, in cui gli scambi culturali e commerciali sono intensi e continui. È sempre stato un fenomeno legato a forme di marginalità sociali - secondo la Genesi, il primo tatuato nella storia è Caino -, ma al tempo stesso è una forma d’arte e un grande fenomeno di massa.

Il catalogo è pubblicato da SilvanaEditoriale.

 

 

 

albissola

Salvatore Arancio, Like a Sort of Pompeii in Reverse (dettaglio), 2019, ceramiche smaltate. Courtesy: Casa Museo Jorn / MuDA, Albissola and Semiose Gallery, Paris. Ph Gianluca Anselmo

 

CASA MUSEO JORN   presenta   Salvatore Arancio Like a Sort of Pompeii in Reverse

La mostra è promossa dall’Associazione Amici di Casa Jorn, con il patrocinio del Comune di Albissola Marina e con il generoso supporto di Semiose Gallery, Parigi.

Dall’11 luglio al 22 settembre Casa Museo Jorn presenta la mostra personale di Salvatore Arancio: Like a Sort of Pompeii in Reverse, a cura di Luca Bochicchio, direttore artistico del Museo. La mostra è promossa dall’Associazione Amici di Casa Jorn, con il patrocinio del Comune di Albissola Marina e con il generoso supporto di Semiose Gallery, Parigi.
 
Dopo la partecipazione alla 57. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia (2017) e la mostra personale alla White Chapel di Londra (2018), Salvatore Arancio giunge ad Albissola con un progetto inedito e site specific, pensato e realizzato in situ.
 
Tra il 2017 e il 2019 Arancio ha effettuato numerose visite di ricerca e diversi sopralluoghi a Casa Museo Jorn, affascinato dal labirinto di matrice situazionista che l’artista danese Asger Jorn ha creato tra il 1957 e il 1973 insieme all’amico e assistente Umberto (Berto) Gambetta.
Più di ogni altro aspetto o luogo della casa, Arancio è stato colpito dalle concrezioni polimateriche e pseudo-organiche realizzate da Jorn e Gambetta nel giardino, in cui ha intravisto non soltanto la poesia del gioco inventivo, ma il potenziale immaginifico e creativo di ciò che non si vede.
 
L’artista ha pertanto avviato una ricerca sperimentale, basata sulla modellazione dell’argilla direttamente sulle forme, sulle superfici e sui volumi del giardino, rilevandone plasticamente il negativo e ragionando su ciò che non si vede ma esiste solo in potenza.
Arancio si è concentrato in particolare sui molti elementi di origine incerta (naturale o artificiale) e di paternità ambigua e ironica (Jorn o Gambetta), per instaurare un rapporto di continuità nel discorso avviato da Jorn sulla metamorfosi e sull’immaginazione; un dialogo che si sviluppa a partire dal linguaggio della scultura in ceramica, comune sia a Jorn che ad Arancio, e basato sulla complicità e sulla collaborazione del genius loci: le botteghe artigiane del territorio.
Arancio ha infatti scelto di avvalersi della collaborazione della Nuova Fenice di Barbara Arto per le rifiniture a terzo fuoco, e di quella delle Ceramiche San Giorgio per le smaltature dei pezzi modellati a Casa Jorn. Quest’ultima bottega fu fondata nel 1958 ad Albissola Marina e ancora oggi è guidata da Giovanni Poggi, torniante che nella sua vita ha lavorato con oltre duecento artisti, iniziando proprio con i grandi nomi degli anni Cinquanta e Sessanta presenti ad Albissola (Agenore Fabbri, Lucio Fontana, Asger Jorn, Gianni Dova, Wifredo Lam, Mario Rossello e molti altri). Casa Jorn è intrisa di storie e tracce della collaborazione fra Jorn, Berto e Giovanni Poggi: Arancio ha voluto ricalcare questi gradi di collaborazione tra artista e artigiano.
 
In corso d’opera, durante le frequenti occasioni di confronto fra artista e curatore, è nato il titolo della mostra: Like a Sort of Pompeii in Reverse è infatti una citazione dal testo che Guy Debord scrisse nel 1972 per il libro di Jorn Le Jardin d’Albisola, realizzato da Ezio Gribaudo per le Edizioni d’Arte Fratelli Pozzo di Torino e pubblicato postumo nel 1974.
Arancio propone dunque la propria visione, che risulta avere più di un contatto con l’interpretazione del giardino di Jorn data da Debord. Quello che per Debord era il portato situazionista dell’esperienza architettonica di Jorn, per Arancio è la possibilità di immaginare le forme, i volumi e le superfici del giardino come calchi di uno spazio in divenire, matrici iniziali nate dall’indistinguibile azione combinata del tempo, del lavoro dell’uomo e del caso. Le sculture realizzate a partire da questo spunto vivranno prima un dialogo integrato agli spazi del giardino, dopodiché saranno sistemate all’interno dello studio, in appositi cabinets classificatori che si offriranno allo sguardo analitico del visitatore, come reperti archeologici di un universo immaginario invisibile.
 
La mostra sarà accompagnata da un catalogo bilingue (italiano e inglese), per la collana MuDA BOOKS dell’editore Vanillaedizioni di Albissola Marina.
MuDA BOOKS è la collana diretta da Luca Bochicchio e Leo Lecci per conto del dipartimento DIRAAS dell’Università di Genova, Scuola di Scienze Umanistiche.
Il catalogo comprende testi di Luca Bochicchio, Guy Debord e Paola Nicolin e del team di giovani curatori dell’Associazione Amici di Casa Jorn: Stella Cattaneo, Diego Drago, Daniele Panucci, Alessia Piva.

 

 

 

Matteo Nasini Foto Profilo

Matteo Nasini - Foto Profilo

 

MATTEO NASINI - Unfinished Nights - per l'Hotel Byron di Forte dei marmi

Il progetto espositivo realizzato dall'artista Matteo Nasini a cura di Beatrice Audrito.

Unfinished Nights è il progetto espositivo realizzato dall'artista Matteo Nasini per l'Hotel Byron di Forte dei marmi, a cura di Beatrice Audrito. Il progetto si sviluppa tra la Project Room e il giardino dell'hotel presentando il lavoro di ricerca condotto in questi anni dall'artista romano, vincitore del Talent Prize 2016, nel tentativo di gettare un ponte tra arte e musica. Un'indagine profonda e sistematica sulla materia sonora, poi tradotta da Nasini in materia scultorea.

Nella splendida cornice dell'hotel Byron, un ambiente unico dove l'arte contemporanea trova posto come in una dimora privata, Unfinished Nights riunisce sculture e installazioni realizzate nei materiali più disparati, presentando anche un intervento site-specific progettato dall'artista per il giardino dell'hotel dando forma ad un arcobaleno tessile che unisce i pini marittimi in un abbraccio infinito.

Partendo dallo studio del suono, Matteo Nasini -musicista di formazione ed ex membro dell'orchestra di Riccardo Muti- si serve del medium visivo per dare forma ad esperienze e contenuti immateriali come il mondo della musica. Da questo approccio ne deriva un universo insolito di forme e colori, molto vicino al mondo onirico, dal quale emerge sempre un unico modus operandi, una vera e propria metodologia processuale rintracciabile nelle performance come nelle sculture o nei lavori tessili.

In mostra all'hotel Byron anche le sculture del progetto Sparkling Matter, vincitore del Talent Prize 2016: il risultato di una complessa indagine tra suono, tecnologie applicate alla scultura e neuroscienze con la quale l'artista dà forma al mondo dei sogni registrando, tramite degli elettrodi, l'attività onirica di una persona addormentata per poi tradurne gli input in forma tridimensionale creando affascinanti sculture in porcellana, la forma dei nostri sogni.

Il progetto Sparkling Matter, presentato nel 2017 al Museo MACRO e alla Galleria Nazionale di Roma per poi approdare a Venezia, a Palazzo Fortuny, durante la 57° Biennale d’arte, è da poco stato esposto al Museum of Royal Worcester (Worcester, UK).

 Matteo Nasini - Nota Biografica

Matteo Nasini nasce a Roma nel 1976, dove attualmente vive e lavora. Dopo essersi laureato al Conservatorio di Santa Cecilia di Roma, intraprende la carriera musicale come contrabbassista. Dal 2003 al 2008, Nasini è membro dell’orchestra Luigi Cherubini, diretta da Riccardo Muti. Durante questo periodo, collabora con numerosi direttori d’orchestra come Kurt Masur, Jurij Temirkanov, Rudolf Barshai, Krisztof Penderecki, Jonathan Webb e Placido Domingo. Partendo dallo studio del suono, la ricerca artistica di Matteo Nasini si traduce in un’indagine profonda delle qualità della materia sonora, poi espressa e tradotta in performance o in materia scultorea. 

Le ricerche di Matteo Nasini sono state esposte in diverse occasioni, in istituzioni pubbliche e private. Tra le mostre e i progetti più importanti, il progetto Sparkling Matter: il risultato di una complessa e sistematica indagine ancora attuale tra suono, tecnologie applicate alla scultura e neuroscienze, vincitore del Talent Prize 2016 e poi presentato al Museo MACRO di Roma nel 2017. Il progetto è esposto per la prima volta nella primavera del 2016 presso gli spazi di Marsèlleria di Milano e New York e della galleria Clima di Milano e, nel 2017, presso la Galleria Nazionale di Roma, per poi approdare a Palazzo Fortuny, durante la 57° Biennale d’arte di Venezia. La mostra Il Giardino Perduto, presentata nel 2017 presso gli spazi del Centro d’Arte Damien Leclere di Marsiglia e poi alla galleria Operativa di Roma. Nel 2018, la mostra personale Neolithic Sunshine, che presentava una ricerca sulle origini del suono in età preistorica e sulle armonie estinte condotta in collaborazione con il Museo di Storia Naturale di Verona, presentata al Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro e poi alla galleria Clima di Milano e all’Auditorium Parco della Musica di Roma, dove si è svolta anche una performance musicale realizzata con le sculture sonore. Quest'anno la mostra The Precious Clay, al Museum of Royal Worcester (Worcester).

Altre esposizioni: Galleria Fluxia (Milano), Museo MAXXI (Roma), Nomas Foundation (Roma), Auditorio Parco della Musica di Roma, Museo Villa Croce (Genova), Villa Romana (Firenze), Orto Botanico di Palermo, EDF Foundation - Paris La Defance (Parigi), Espace Le Carré - Palais Beaux-Art (Lille), spazio La Panacée e ICC (Montpellier), Hammer Museum (Los Angeles).

 

MATTEO NASINI

Unfinished Nights

A cura di:

Beatrice Audrito

Dal 5 al 30 luglio 2019

HOTEL BYRON, Forte dei Marmi

Con il supporto di:

Galleria Clima

Inaugurazione:

venerdì 5 luglio 2019, ore 19:00

 

 

 

rsz space

 

Aldo Rota, Energy of Space per celebrare la ricorrenza lo storico sbarco dell’uomo sulla Luna nel 1969

Una mostra ideata da Erica Tamborini allestita nelle Club SEA Lounges Terminal 1 dell’Aeroporto di Milano Malpensa. 

Martedì 16 luglio 2019, alle ore 11.00, in occasione delle celebrazioni dello storico sbarco dell’uomo sulla Luna nel 1969, inaugurerà la mostra monografica
del pittore Aldo Rota dal titolo Aldo Rota, Energy of Space visibile dal 27 giugno al 30 novembre 2019. Una mostra ideata da Erica Tamborini allestita nelle Club SEA Lounges del Terminal 1 dell’Aeroporto di Milano Malpensa, un luogo che si impone sempre più come polo culturale in grado di coniugare istanze territoriali e internazionali.
I viaggiatori, in transito presso lo scalo aeroportuale, saranno accolti fino al 30 novembre da questa mostra che propone una serie dipinti selezionati dai reiterati
cicli che, negli ultimi anni, il maestro Aldo Rota ha dedicato all’astro sidereo.

Sono trenta opere pittoriche del Maestro, realizzate fra il 2015 e il 2019, distribuite nelle sale vip dell’aeroporto.

“Si tratta di intense ed emozionanti pitture che – spiega Erica Tamborini – sono costituite da tele di straordinario impatto visivo in virtù delle loro elaborate cromie in cui l’iconografia lunare si fa pretesto per la realizzazione di una splendida action painting dove astrazione e figurazione si fondono generando inattesi testi pittorici di indubbia valenza estetica”. Sono quadri “astratti” e “materici”, “figurativi e non-figurativi” di grande suggestione, in merito a cui dichiara ancora Tamborini: “Realizzati con pigmenti puri, trattano il tema della Luna attraverso un susseguirsi di immagini, di impronte e rilievi che conferiscono all’astro sidereo un carisma particolare ora declinato in un valore simbolico, ora in un sogno, ora piuttosto in un’allusiva restituzione naturalistica, se non in una proiezione scientifica richiamante sottotraccia i precedenti studi leonardeschi sul tema”.

L’evento che alle ore 11.00 del 16 luglio inaugurerà ufficialmente la mostra si propone come uno ‘happening’ che coniuga l’eccezionale concomitanza di due
celebrazioni: il cinquantesimo anniversario dello storico allunaggio di Apollo 11 e la ricorrenza dei cinquecento anni della scomparsa di Leonardo da Vinci.
L’evento sarà scandito da più momenti: istituzionali, culturali, ma anche artisticoperformativi.
Una esperienza sinestetica che, nella concezione di Erica Tamborini, ideatrice e curatrice della manifestazione, si attua attraverso l’incontro delle “Lune” dipinte da Aldo Rota con un brano musicale inedito, realizzato come colonna sonora per questa occasione da Dario Baldan Bembo.
Per questo, è stato coinvolto il noto cantautore de L’amico è, sigla del memorabile Superflash di Mike Buongiorno, e di musiche indimenticabili interpretate da artisti assai noti come Mia Martini, Renato Zero, Mina.
Nel corso dell’inaugurazione, il maestro Aldo Rota presenterà un nuovo dipinto, realizzato per l’occasione: un grande trittico che da una parte condensa le sue
ricerche pittoriche coronando la serie Above us dedicata alla Luna, dall’altra è un omaggio a Leonardo e alla sua Ultima cena di Santa Maria delle Grazie, a Milano.

Sarà presente Dario Baldan Bembo che, per parte sua, proporrà il brano musicale inedito realizzato per Malpensa, che dà voce alla Luna attribuendole una
commovente personificazione. Si tratta di una composizione classica richiamante i suoi brani più mistici ed eterei, da Aria a Soleado, da Gabbiani ad alcuni brani
contenuti dell’album Spirito della Terra, facendo rivivere l’emozione e lo stupore che hanno accompagnato la sua carriera.
Infine, sarà presentato un video d’autore come sintesi visiva che, unendo le immagini di Rota, la musica di Baldan Bembo, con le immagini e la voce che hanno annunciato in mondovisione lo sbarco sulla Luna del 1969, insisterà sul valore della comunicazione che ha giocato allora un ruolo cruciale nel veicolare nell’immaginario collettivo questo avanzamento scientifico. Il video di Erica Tamborini è stato realizzato appositamente per rendere esplicita la poetica che disciplina la manifestazione e proporre per immagini il senso dell’evento. L’idea di questo video è quella di dare piena visibilità a questo accadimento sinestetico in cui arte, musica, storia offriranno, nel misurarsi con la contemporaneità, un’inedita riflessione sulla percezione visiva come atto conoscitivo e al tempo stesso come inatteso e spaesante svelamento di un altro vedere attraverso l’incontro con l’arte. Un vedere oltre ogni possibile vedere.
Durante il vernissage si brinderà con “Apollo 11”, il liquore-aperitivo originale del 20 luglio 1969, creato da Piero Pirola il giorno stesso in cui il primo uomo è
sbarcato sulla Luna.

Vernissage:
16 luglio 2019, ore 11.00
presso la Sala Albinoni
Arrivi, Aeroporto di Milano Malpensa, Terminal 1
INGRESSO LIBERO

Per l’occasione Parcheggio riservato - piano arrivi adiacente alla porta 1
(prima sbarra sulla destra).

La mostra, allestita nelle Club SEA Lounges dell’aeroporto rimarrà aperta dal 27 giugno al 30 novembre 2019
Per Info
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
+39 366 3488261
www.ericatamborini.com

 

 

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Helen Cammock in mostra alla Whitechapel Gallery

Helen Cammock, finalista del Turner Prize e vincitrice del Max Mara Art Prize for Women, presenta la sua nuova opera alla Whitechapel Gallery

"Che si può fare" Max Mara Art Prize for Women: Helen Cammock (nata nel 1970 nel Regno Unito), settima vincitrice del Max Mara Art Prize for Women, presenta la sua nuova mostra alla Whitechapel Gallery dal 25 giugno al 1 settembre.

Dopo la sua presentazione presso la Whitechapel GalleryChe si può fare sarà esposto alla Collezione Maramotti di Reggio Emilia (13 ottobre 2019 – 16 febbraio 2020).

Nella sua opera si intrecciano la narrativa femminile incentrata sulla perdita e sulla resilienza con la musica barocca composta da musiciste del Seicento. Cammock espone un film, una serie di incisioni su vinile e un fregio serigrafato che esplorano il concetto del lamento nella vita delle donne attraverso storie e geografie. La mostra è il risultato di una residenza di sei mesi in Italia nel 2018, organizzata da Max Mara, Whitechapel Gallery e Collezione Maramotti, e ideata a misura dell’artista in quanto vincitrice del prestigioso premio biennale. Nel suo percorso, che l’ha portata a fare tappa a Bologna, Firenze, Venezia, Roma, Palermo e Reggio Emilia, Cammock ha deciso di esplorare l’espressione del lamento e riscoprire voci femminili nascoste. Nel corso della residenza storici, musicisti, artisti e cantanti hanno aperto i loro archivi e condiviso narrazioni e ricerche.

Il video in tre parti che è al cuore della mostra consiste in interviste con alcune delle donne che Cammock ha incontrato nel suo viaggio, tra cui attiviste nel sociale, migranti, rifugiate, un’appartenente a un ordine religioso, una suora cattolica e donne che hanno combattuto la dittatura. L’opera rievoca il potere delle voci femminili dall’epoca del Barocco all’Italia di oggi.

Le loro testimonianze sono intercalate con brani musicali e filmati girati in Italia in un complesso collage visivo e orale. Tre stampe dai colori saturi rappresentano musica e voce mediante disegni al tratto e un fregio dipinto di sei metri di lunghezza contiene immagini e parole legate alle donne che Cammock ha incontrato in Italia. Che si può fare riprende il titolo di un lamento preoperistico risalente al 1664 della compositrice italiana Barbara Strozzi (1619- 1677).

Cammock ha preso lezioni di canto lirico per imparare quest’aria e si è esercitata nel corso di tutta la sua residenza. La musica è un elemento ricorrente nella nuova opera video e nella performance dal vivo. Sono previste due repliche della performance nel periodo di apertura della mostra, durante le quali Cammock eseguirà la musica di Strozzi accompagnata da una trombettista jazz, facendo così rivivere l’eredità della compositrice attraverso la sua voce. La musica della coeva musicista italiana Francesca Caccini (1587- 1641) viene incorporata nella performance come colonna sonora ad accompagnare la parte di movimento. Strozzi e Caccini erano famose presso i loro contemporanei ma ben presto i loro nomi sono caduti nell’oblio e soltanto ora le loro composizioni vengono riprese ed eseguite ancora una volta. Poetessa visiva i cui disegni, stampe, fotografie e filmati si affiancano a parole e immagini, Cammock nella sua pratica artistica multimediale abbraccia testo, fotografia, video, canzone, performance e incisione, ed è determinata dal suo impegno a mettere in discussione le narrative storiche tradizionali sull’identità dei neri, delle donne, sulla ricchezza, sul potere, la povertà e la vulnerabilità.

L’artista attinge dalla sua stessa esperienza personale, insieme ai riferimenti alle storie di oppressione e resistenza, incorporando influenze provenienti da jazz, blues, poesia e danza, oltre alle parole di altri scrittori, tra cui James Baldwin, Maya Angelou e Audre Lorde. Cammock scava e riporta in superficie voci perdute, inascoltate o sepolte. Per l’artista, la musica – da Nina Simone e Alice Coltrane alla seicentesca musica preoperistica italiana – consente di perseguire questa ricerca che esplora la complessità del concetto di storia. Il Max Mara Art Prize for Women nasce da una collaborazione tra la Whitechapel Gallery, Max Mara e la Collezione Maramotti. Istituito nel 2005, il Premio, che ha cadenza biennale, intende sostenere artiste che vivono e lavorano nel Regno Unito e a cui non è ancora stata dedicata un’importante mostra personale. Il Premio, noto per aver contribuito al lancio di importanti artiste, è l’unico riconoscimento per le arti visive nel Regno Unito con queste finalità. Le vincitrici delle edizioni precedenti sono Emma Hart, Corin Sworn, Laure Prouvost, Andrea Büttner, Hannah Rickards e Margaret Salmon.

La giuria del settimo Max Mara Art Prize for Women è stata presieduta da Iwona Blazwick OBE, direttrice della Whitechapel Gallery, e composta da Vanessa Carlos, gallerista, Carlos/Ishikawa, Londra; Laure Prouvost, artista e già vincitrice del Premio; Marcelle Joseph, collezionista, e Rachel Spence, critica d’arte. Dopo la sua presentazione presso la Whitechapel Gallery, Che si può fare sarà esposto, con alcuni nuovi elementi, alla Collezione Maramotti di Reggio Emilia (13 ottobre 2019 – 16 febbraio 2020).