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art week

 Site avec 3 personnages (Psycho-site E 268), 26 agosto 1981

 

Jean Dubuffet, retrospettiva alla Fondation Pierre Gianadda a Martigny

Una selezione eccezionale di opere di Jean Dubuffet provenienti principalmente dal Musée national d’art moderne Centre Pompidou di Parigi.

La Fondation Pierre Gianadda dal 3 dicembre al 12 giugno 2022 presenta una selezione eccezionale di opere di Jean Dubuffet (1901-1985), provenienti principalmente dal Musée national d’art moderne Centre Pompidou di Parigi, partner frequente della Fondazione. Per illustrare tutti gli aspetti della produzione di questo grande sostenitore dell’art brut, la mostra si articola secondo un percorso cronologico attorno ai tempi forti alternando i capolavori della sua pittura con le principali serie delle sue opere su carta, disegni e gouache.

Artista prolifico, pittore refrattario alle convenzioni sia sociali che pittoriche, Dubuffet elesse il non-sapere a fondamento della sua ricerca, cadenzata per serie successive, le più significative delle quali si possono ammirare in questa rassegna.

Si parte dai “Premiers travaux” (primi lavori) che Dubuffet cataloga come tali, quelli realizzati a partire dal 1942, che testimoniano il suo interesse per i disegni dei bambini, i graffiti e l'art brut, termine quest’ultimo coniato da lui che designa le produzioni artistiche di persone che evolvono fuori da ogni contesto culturale. Le studierà e le raccoglierà assiduamente, cercando egli stesso di evitare questo condizionamento, al fine di cambiare la prospettiva proposta, concentrando lo sguardo sulle cose e sul mondo. Esporrà queste “posizioni anticulturali” attraverso scritti illuminanti, che accompagnano la sua attività di pittore, preferendo alla frequentazione degli artisti quella degli scrittori. Il ritratto di uno di essi - Dhôtel nuancé d’abricot, 1947 - è emblematico di questa rinuncia a qualsiasi ordine estetico: lo caratterizzano frontalità, goffaggine del disegno, libertà di colore e ricorso a materiali insoliti.

La serie “Corps de Dame", tra cui l'abbagliante Métafizyx del 1950, consentirà a Dubuffet di compiere un ulteriore passo avanti, mettendo a rischio la figura a favore della pittura, che diventa il soggetto dell'opera.

Sempre alla ricerca di invenzioni pittoriche, l’artista negli anni Cinquanta si allontana dalla figura per approfondire le sue ricerche sulla materia. Le opere poi, come la “Texturologie” Sérénité profuse, 1957 vengono presentate, in visioni avvicinate al terreno, inteso come continuazione vibrante dell’immagine dipinta. Queste "Célébration du sol”, paesaggi di ciottoli, di terra, di sabbia, esplorano le turbolenze telluriche e continuano nella serie di "Matériologies”, come la maestosa Messe de la Terre, 1959-1960, che simula la consistenza di un terreno accidentato. I “Phénomènes”, rilevante insieme di litografie eseguite tra il 1958 e il 1962, saranno contemporaneamente l'apoteosi e il culmine di questa ricerca.

L'audacia formale di questo ribelle lo portò poi a riprendere la figura nei primi anni Sessanta con la serie sorprendente “Paris Circus”, illustrata dalla gioiosa Rue passagère, 1961, che racconta il brulichio variopinto della città ritrovata. Ma rapidamente, gli alveoli colorati e tremolanti si fanno più precisi, come in La Gigue irlandaise, 1961, per inaugurare un vasto ciclo, "L'Hourloupe", che costituisce la proposta di un nuovo linguaggio, fatto di alveoli a volte pieni, a volte tratteggiati, con uno spettro di colori ristretto (nero, bianco, rosso, blu). Opere emblematiche di questa serie, come l'imponente Houle du virtuel, 1963, o Le Train de pendules, 1965, illustrano questo linguaggio pittorico unico.  “L'Hourloupe” occuperà Dubuffet per dodici anni, dal 1962 al 1974: questa modalità espressiva è applicata sia alle opere bidimensionali che all'esplorazione del volume, come nella stupefacente scultura Figure votive, 1969, e dell’architettura, fino alla progettazione di uno spettacolo dal carattere insolito, Coucou Bazar. Tre elementi, tra le scenografie e i personaggi destinati a prendere vita lentamente nel corso di questo spettacolo, sono proposti in mostra (Site agité, 1973, Papa gymnastique e Le Veilleur, 1972) e danno con la loro singolare presenza un'idea di questa impresa sorprendente.

Diverse ulteriori serie importanti scandiscono ulteriormente la carriera dell'artista, come “Psycho-sites” o “Mires”, con in particolare l'eccezionale Cours des choses, 1983, dalla gestualità vigorosa, che reinventa ogni volta una lettura del mondo che rimette in discussione la percezione, fino alla serie finale dei “Non-lieux”, che conclude l’opera radicale di Dubuffet, tra le più ardite della storia dell'arte del XX secolo.

La rassegna è curata da Sophie Duplaix, conservatrice capo delle collezioni contemporanee del Musée national d'art moderne, Centre Pompidou.

Il catalogo presenta, dopo le introduzioni di Léonard Gianadda e di Serge Lasvignes, presidente del Centre Pompidou, il testo di Sophie Duplaix, e le illustrazione delle opere esposte accompagnato da citazioni di scritti di Jean Dubuffet, oltre ad una biografia illustrata da immagini d’archivio.

Mostra organizzata In collaborazione con Musée national d’art moderne - Centre Pompidou – Parigi.

 

Fondation Pierre Gianadda

Rue du Forum 59

1920 Martigny (Svizzera)

Telefono: +41 (0) 27 722 39 78

Sito internet: http://www.gianadda.ch

Facebook : @fondationpierregianadda

Twitter : @pgianadda

Instagram : @fondationpierregianadda

#FondationPierreGianadda

 



art week

 

Il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci presenta DOMESTICA Assistere alla violenza

In occasione della Giornata mondiale per l'eliminazione della violenza contro le donne.

In occasione della Giornata mondiale per l'eliminazione della violenza contro le donne, il Centro Antiviolenza La Nara, all’interno del progetto ATENE (Azione Territoriale contro la violEnza di geNEre), promuove dal 24 novembre al 12 dicembre 2021 al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato la mostra Domestica. Assistere alla violenza, a cura di Sedici gruppo indipendente di fotografə, e Teatro Metropopolare, collettivo artistico di ricerca in ambito teatrale.

In Italia si stima che 427.000 minori, in soli cinque anni, abbiano vissuto la violenza tra le mura domestiche agita nei confronti delle loro mamme, nella quasi totalità dei casi compiuta per mano di un uomo, quasi sempre il padre (Fonte: Save the Children).

Si chiama violenza assistita. Bambine e bambini che assistono in modo diretto o indiretto ai maltrattamenti, testimoni e vittime di una sopraffazione che sono costretti a subire.

I due collettivi propongono una riflessione su questo difficile tema attraverso un percorso installativo inedito, concepito da Sedici per gli spazi del Centro Pecci. La mostra si compone di immagini fotografiche e di una traccia sonora, che conduce le spettatrici e gli spettatori ad assumere un nuovo punto di vista sui concetti di violenza e maltrattamento. Il lavoro audio curato dalla regista Livia Gionfrida e il suo ensemble Metropopolare dialoga con la mostra fotografica di Filippo Bardazzi, Claudia Gori e Margherita Nuti.

 



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 Al Ahmadi, Kuwait, 1991 © Steve McCurry

 

STEVE McCURRY "ANIMALS" alla Palazzina di Caccia di Stupinigi

Nasce così “ANIMALS”. La mostra arriva per la prima volta in Piemonte, presso le antiche cucine della Palazzina di Caccia di Stupinigi.

Il maestro dell’uso del colore, dell’empatia e dell’umanità, volge lo sguardo ai nostri compagni di viaggio più fedeli. Nasce così “ANIMALS”. La mostra dal 27 Novembre 2021 al 1 Maggio 2022 arriva per la prima volta in Piemonte, presso le antiche cucine della Palazzina di Caccia di Stupinigi, come quarta grande mostra fotografica targata Next Exhibition dopo “Vivian Mayer – In Her Own Hands”, “Frida Kahlo – Through the Lens of Nickolas Muray” e “Andy Warhol – Superpop”. Una produzione Next Exhibition, in collaborazione con SUDEST 57 e l’Associazione Culturale Dreams. Curatela della Dottoressa Biba Giacchetti.

Il fotografo delle emozioni, che cattura l’essenza nello scatto, rendendo le sue immagini opere d’arte indimenticabili. in collaborazione con il progetto ANIMALS origina nel 1992 quando Steve McCurry svolge una missione nei territori di guerra nell’area del Golfo per documentare il disastroso impatto ambientale e faunistico nei luoghi del conflitto. Tornerà dal Golfo con alcune delle sue più celebri immagini icone, come i cammelli che attraversano i pozzi di petrolio in fiamme e gli uccelli migratori interamente cosparsi di petrolio. Con questo reportage vincerà nello stesso anno il prestigioso Word Press Photo. Il premio fu assegnato da una giuria molto speciale, la Children Jury, composta da bambini di tutte le nazioni.

Da sempre, nei suoi progetti, McCurry pone al centro dell’obiettivo le storie legate alle categorie più fragili, esplorando, con una particolare attenzione ai bambini, la condizione dei civili nelle aree di conflitto e documentando le etnie in via di estinzione e le conseguenze dei cataclismi naturali. A partire da quel servizio del 1992, McCurry ha volto il suo sguardo empatico al mondo degli animali.

In mostra gli animali saranno protagonisti di sessanta scatti iconici, che racconteranno al visitatore le mille storie di una vita quotidiana dove uomo e animale sono legati indissolubilmente. Un affresco corale dell’interazione e della condivisione, che tocca i temi del lavoro e del sostentamento che l’animale fornisce all’uomo, delle conseguenze dell’agire dell’uomo sulla fauna locale e globale, dell’affetto che l’essere umano riversa sul suo pet, qualunque esso sia.

Animali da lavoro, usati come via alla sopravvivenza, animali talvolta sfruttati come unica risorsa a una condizione di miseria, altre volte amati e riconosciuti come compagni di vita per alleviare la tristezza o, semplicemente, per una forma di simbiotico affetto.

Per creare ANIMALS autore e curatrice hanno lavorato all’unisono addentrandosi nell’immenso archivio del fotografo per selezionare una collezione di immagini che raccontassero in un unico affresco le diverse condizioni degli animali.

La curatrice della mostra Biba Giacchetti spiega “Animals ci invita a riflettere sul fatto che non siamo soli in questo mondo, in mezzo a tutte le creature viventi attorno a noi. Ma soprattutto lascia ai visitatori un messaggio: ossia che, sebbene esseri umani e animali condividano la medesima terra, solo noi umani abbiamo il potere necessario per difendere e salvare il pianeta.”

ECO-SUSTAINABILITY and EARTH PROTECTION

L’ingresso in mostra è da subito un toccante spunto di riflessione con la ricostruzione del fenomeno dello scioglimento dei ghiacciai, attraverso l’innovativo sistema di proiezioni multimediali realizzati con il sistema Remix 4.0., brevettato da Next Exhibition.

A partire dall’inizio del XX secolo si è registrato un incremento della temperatura della superficie terrestre non riconducibile a cause naturali, ma al comportamento dell’uomo, primo artefice del surriscaldamento globale. L’essere umano è infatti l’animale più dannoso, che ha influito e influisce sulla flora e sulla fauna del nostro pianeta.

Durante il percorso numerosi approfondimenti sono volti a sensibilizzare il pubblico sulle tematiche della salvaguardia del nostro pianeta e sull’ecosostenibilità. Nella sala didattica verranno realizzati seminari e workshop, con il coinvolgimento di diverse fasce d’età.

SAFETY

L’accesso in mostra rispetterà tutte le normative vigenti per il regolamento anti Covid19, per l’assoluta tutela dei visitatori. Per tornare a godere dell’arte, vivendo un’esperienza speciale, senza alcun rischio.

Da circa 30 anni, Steve McCurry è considerato una delle voci più autorevoli della fotografia contemporanea. McCurry nasce nei sobborghi di Philadelphia, dove studia cinema e storia alla Pennsylvania State University prima di andare a lavorare in un giornale locale. Dopo molti anni come freelance, compie un viaggio in India, il primo di una lunga serie. Con poco più di uno zaino per i vestiti e un altro per i rullini, si apre la strada nel subcontinente, esplorando il paese con la sua macchina fotografica. Dopo molti mesi di viaggio, si ritrova a passare il confine con il Pakistan, dove incontra un gruppo di rifugiati dell'Afghanistan, che gli permettono di entrare clandestinamente nel loro Paese, proprio quando l'invasione russa chiudeva i confini a tutti i giornalisti occidentali.

Riemergendo con i vestiti tradizionali e una folta barba, McCurry trascorre settimane tra i Mujahidin, così da mostrare al mondo le prime immagini del conflitto in Afghanistan, dando finalmente un volto umano ad ogni titolo di giornale.

Da allora McCurry ha continuato a scattare fotografie mozzafiato in tutti i sei continenti. I suoi lavori raccontano di conflitti, di culture che stanno scomparendo, di tradizioni antiche e di culture contemporanee, ma sempre mantenendo al centro l'elemento umano. È stato insignito di alcuni tra i più importanti premi della fotografia, inclusa la Robert Capa Gold Medal, il premio della National Press Photographers e per quattro volte ha ricevuto il primo premio del concorso World Press Photo. Il ministro della cultura francese lo ha nominato cavaliere dell'Ordine delle Arti e delle Lettere e, più recentemente, la Royal Photographic Society di Londra gli ha conferito la Centenary Medal for Lifetime Achievement. McCurry ha pubblicato molti libri, tra cui The Imperial Way (1985), Monsoon (1988), Portraits (1999), South Southeast (2000), Sanctuary (2002), The Path to Buddha: A Tibetan Pilgrimage (2003), Steve McCurry (2005), Looking East (2006), In the Shadow of Mountains (2007), The Unguarded Moment, (2009), The Iconic Photographs (2011), Untold: The Stories Behind the Photographs (2013), From These Hands: A Journey Along the Coffee Trail (2015), India (2015), Leggere (2016), Afghanistan (2017), Una Vita Per Immagini (2018) ed infine il capolavoro Animals (2019)..

 



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 Leonardo Magrelli, The Plant.

 

Da CAMERA Torino "Futures moves to the city": 5 talenti, 5 spazi indipendenti, 5 mostre

La ricerca, i nuovi talenti e il territorio: sono queste le combinazioni di parole che hanno guidato e guidano il lavoro del progetto europeo FUTURES Photography del quale CAMERA fa parte come unico membro italiano del board.

CAMERA e la ricerca, i nuovi talenti e il territorio: sono queste le combinazioni di parole, e di significato, che hanno guidato e guidano il lavoro, oramai quadriennale, del progetto europeo FUTURES Photography del quale il centro torinese fa parte come unico membro italiano del board.

Eleonora Agostini, Matteo de Mayda, Leonardo Magrelli, Giulia Parlato, Silvia Rosi sono i cinque fotografi selezionati quest’anno e coinvolti nelle attività insieme ad oltre altri settanta artisti di diversi paesi europei: hanno partecipato a workshop con fotografi riconosciuti a livello internazionale, sono stati coinvolti in numerosi incontri professionali al festival Futures Photography Festival di Amsterdam e ora, grazie alla collaborazione con cinque spazi indipendenti di Torino, potranno esporre le loro opere da fine novembre a metà marzo 2022.

Le realtà coinvolte in tale processo di cooperazione e sinergia – Almanac Inn, Cripta747, Jest, Mucho Mas e Recontemporary – sono organizzazioni non-profit attive nella promozione di nuovi talenti e linguaggi del contemporaneo nel panorama artistico nazionale e internazionale. A ognuno di loro, CAMERA ha chiesto di ospitare una mostra personale, rispettivamente di Eleonora Agostini, Matteo De Mayda, Leonardo Magrelli, Giulia Parlato e Silvia Rosi, delegando alle singole realtà il rapporto con gli artisti, l’ideazione, lo sviluppo e la produzione dell’esposizione.

Nel corso degli ultimi quattro anni, grazie a FUTURES Photography, – commenta il coordinatore del programma Giangavino Pazzola CAMERA ha individuato e coinvolto oltre venti giovani artisti non solo in mostre, studio visit e workshop, ma li ha anche connessi con le quindici istituzioni e festival di fotografia europei con i quali il centro torinese ha fondato la piattaforma. In qualità di coordinatore del programma, CAMERA si è dato l’obiettivo di dare spazio comunicativo ai talenti FUTURES e offrire loro occasioni di visibilità, nonché di concorrere alla coesione, crescita e promozione del panorama artistico locale.

Si riporta di seguito il programma e i contenuti delle cinque mostre

Leonardo Magrelli @ Jest

via Bernardino Galliari 15/D, 10125, Torino

Data: 24 Novembre 2021 – 23 Gennaio 2022

Jest è uno spazio dedicato alla cultura fotografica che opera attraverso organizzazione di mostre di autori nazionali e internazionali, corsi e attività didattiche, eventi e presentazioni. Punto di riferimento e luogo di scambio per tutti gli appassionati delle arti visive, Jest interpreta la fotografia sia come mezzo espressivo e narrativo, sia come linguaggio e strumento di comunicazione democratico per la costruzione di una società civile consapevole, critica e partecipe.

Leonardo Magrelli presenta in anteprima il suo lavoro più recente, The Plant, ancora in fase di espansione. La mostra rispecchia la natura potenziale del lavoro in evoluzione, adottando una formulazione aperta, frammentata e combinatoria, che invita lo spettatore a interagire con le immagini, ricomponendole all’interno di pubblicazioni personalizzabili e sempre diverse. Le fotografie perdono così la loro interezza e fissità, per approdare a una dimensione frastagliata dell’immagine, dove sono i singoli dettagli ad alternarsi tra loro, fin quasi all’astrazione.

Silvia Rosi @ Recontemporary

Via Gaudenzio Ferrari 12, 10124, Torino

Data: 15 dicembre 2021 – 04 febbraio 2022

Nato nel 2018 per esplorare l’impatto delle tecnologie digitali nell’arte contemporanea, Recontemporary ha l’obiettivo di costruire una community attiva e partecipativa, rendendo così più accessibile il linguaggio audiovisivo. Attraverso le mostre, i workshop e i laboratori con le scuole, questa realtà culturale favorisce la collaborazione e il dialogo tra istituzioni e artisti nel panorama internazionale al fine di offrire una visione sempre più completa e aggiornata di una forma d’arte in continua evoluzione.

La mostra di Silvia Rosi presentata negli spazi di via Gaudenzio Ferrari, articolata in tre opere video, ripercorre un tema centrale della ricerca artistica della fotografa: l’esercizio della memoria come metodo di trasmissione di tradizioni, la riproduzione di movimenti, per stimolare il ricordo. Rosi analizza così le origini della sua famiglia e l’esperienza di migrazione dal Togo all’Italia, riprendendo in mano le memorie ancestrali delle sue radici.

Giulia Parlato @ Mucho Mas!

Corso Brescia 89, 10154, Torino

date: 14 gennaio 2022 - 27 febbraio 2022

Mucho Mas! è un artist-run space fondato nel 2018 da Luca Vianello e Silvia Mangosio. Luogo di incontri e sperimentazione, condivisione e ricerca. Sin dalla sua apertura, Mucho Mas! ha avuto la possibilità di ospitare artisti emergenti e mid-career, nazionali e internazionali, riportando una visione trasversale e sperimentale dell’immagine contemporanea.

Diachronicles (2019-2021) è un progetto di Giulia Parlato che racconta l’assenza di memoria ed il ruolo centrale che l’archeologia, la fotografia e il museo assumono nella fabbricazione della storia collettiva. La mostra si concentra su un approccio più installativo, che racconta il mondo articolato e complesso che l’artista crea attraverso le sue immagini.

Eleonora Agostini @ Almanac Inn

Via Reggio 13, 10153, Torino

date: 4 febbraio 2022 - 27 marzo 2022

Almanac Inn è un’organizzazione senza scopo di lucro che mira a sviluppare la ricerca artistica di artisti emergenti, promuovere l’arte come mezzo educativo e facilitare gli scambi tra giovani artisti internazionali, il pubblico locale, le istituzioni e i professionisti dell'arte. Fondata come programma parallelo ad Almanac Projects a Londra, la piattaforma viene fornita come una serie di residenze e mostre dirette dalla ricerca critica.

A Study On Waitressing è l’ultimo progetto in cui Eleonora Agostini utilizza la fotografia, il testo e le immagini in movimento come forme di esplorazione sul palco, nel backstage e nella performance. La figura della madre e il suo lavoro di cameriera servono come veicolo per affrontare le preoccupazioni sul visibile e sul nascosto nelle relazioni interpersonali, nonché i ruoli che svolgiamo nella nostra quotidianità.

Matteo De Mayda @ CRIPTA747

Via Catania 15/F, 10153, Torino

date: 4 febbraio 2022 - 28 febbraio 2022

Cripta747 è un’organizzazione non-profit a supporto della ricerca e dell’arte contemporanea fondata nel 2008 che opera all'intersezione tra pratiche artistiche e dibattiti culturali, offrendo un programma annuale di mostre, residenze, talks ed eventi pensati per favorire il dialogo e lo scambio tra arti visive e altri linguaggi espressivi e restituire al pubblico una visione autentica e inedita. I progetti realizzati negli anni hanno portato a Torino un nuovo modo di raccontare l’evolversi delle realtà contemporanee, attraverso il lavoro di artisti e curatori emergenti, ma anche di importanti figure storiche. Questo approccio fa di Cripta747 una piattaforma un luogo di incontro e di scambio aperto verso l’esterno e la collaborazione per sostenere e promuovere la produzione artistica. 

Non c’è quiete dopo la tempesta è una ricerca a lungo termine di Matteo De Mayda che intreccia foto d’archivio e di reportage, immagini satellitari e al microscopio, testimonianze individuali e teorie scientifiche, con l’obiettivo di raccontare la storia della tempesta Vaia e delle comunità da essa colpite. Il progetto analizza quanto è accaduto, ne pondera cause, responsabilità̀, conseguenze, prospettive future, sensibilizzando il pubblico sul tema del cambiamento climatico.

FUTURES (EPP – European Photography Platform) è una piattaforma di ricerca sulla fotografia contemporanea sostenuta dall’Unione Europea e focalizzata nella mappatura e supporto di autori emergenti oltre i confini nazionali. FUTURES è cofinanziato dal Programma Europa Creativa dell’Unione Europea.

 



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Noel W Anderson in studio.

 

 

Milano alla Fondazione Mudima: NOEL W ANDERSON. IT'S MAGIC

L'artista americano riflette sulla narrazione distorta che i media propongono dell’identità nera, invitando il pubblico a riconsiderarla da un punto di vista differente.

Con la personale “Noel W Anderson. It’s Magic” la Fondazione Mudima di Milano spinge l’arte oltre la barriera del pregiudizio. Nella sua prima mostra italiana – dal 19 novembre al 17 dicembre 2021 – l’artista americano riflette sulla narrazione distorta che i media propongono dell’identità nera, invitando il pubblico a riconsiderarla da un punto di vista differente.

Nei ventiquattro arazzi esposti – di grandi dimensioni, tutti tessuti a mano e realizzati per l’occasione – Anderson altera immagini d’archivio tratte dalla televisione, dalle riviste e da altri media e crea, con incredibile verosimiglianza, l’impressione di guardare uno schermo televisivo: unisce così la tecnica antica della tessitura alla cultura visiva contemporanea della fotografia e delle immagini in movimento.

Sono i volti noti dei grandi sportivi afroamericani i soggetti che ritornano nei maestosi arazzi dell’autore: il titolo stesso dell’esposizione – “It’s Magic” – riprende quello di una delle opere esposte nella quale è ritratto Magic Johnson, campione della NBA Hall of Fames e dei LA Lakers. L’artista usa infatti il basket e le sue icone – come Michael Jordan, Spud Webb o, appunto, Magic Johnson – per sfidare chi guarda a ripensare il proprio rapporto col corpo nero “esibito” davanti a un pubblico di bianchi.  

Ma “It’s Magic” vuole anche essere un richiamo al magico e al sovrannaturale. L’artista infatti capovolge le immagini, gioca con le ombre attraverso le quali i corpi si dissolvono trasformandosi in altro. Questo gioco di riflessi governa la percezione e allo stesso tempo inganna chi lo osserva. In modo altrettanto “magico”, Anderson smaterializza la figura in astrazione pizzicando i fili e tirandoli fuori fino a creare grovigli di cavi che ricordano quelli elettrici, sebbene -qui- l’energia che vi passa sia sovrannaturale.

Le immagini che rimandano alla statuaria bellezza dei corpi trasformati in icone sono quelle alle quali la comunicazione globale ci ha abituato ma che non rispecchiano la vera natura dell’uomo che ne diventa invece protagonista.

Rifacendosi alle riflessioni di alcune figure intellettuali di spicco della cultura afroamerica – come lo scrittore Ralph Ellison e il teorico Franz Fanon – Anderson denuncia la sostanziale invisibilità degli uomini neri al di fuori dei contesti di spettacolarizzazione proposti dai media e ambisce ad attribuire una nuova narrativa all’identità maschile nera.

L’interesse di Anderson per le conseguenze culturali delle immagini comincia nel 2017 per giungere sino ai suoi lavori più recenti: opere in mostra come Make me come out myself (2021, 244x183 cm), Spectral Shout (2020-21, 198x145 cm) e Le Bron Van Trill Again (trillingen) (2020-21, 193x137 cm) sono frutto di un imponente lavoro manuale in cui l’artista riconduce nella contemporaneità la tradizione dell’arazzo antico, usato come alternativa alla pittura per raccontare scene di vita quotidiana. Ma è anche la fatica del popolo nero che, ridotto in schiavitù, raccoglie il cotone a riecheggiare nelle opere intessute di Anderson che cerca così di riannodare i fili delle sue origini. 

Accompagna la mostra un catalogo edito da Mudima, con un testo critico di Jade Barget.

L’artista
Noel W Anderson (1981, Louisville, KY) ha conseguito un Master of Fine Arts in incisione all’Indiana University e un MFA in scultura dalla Yale University. È responsabile dell’area incisione allo Steinhardt Department of Art and Art Professions della New York University.

Anderson utilizza i mezzi di comunicazione e la ricerca artistica per approfondire la sua indagine filosofica. Il suo tema centrale è la rielaborazione delle immagini che la società costruisce sull’identità mascolina nera e sulla celebrità.

Nel 2018 il consiglio artistico New York State Council on the Arts (NYFA), ha conferito a Noel la “Artist Fellowship Grant”: una borsa di studio assegnata in quindici diverse discipline allo scopo di finanziare la visione e la voce di un artista e del suo sviluppo artistico. Nello stesso anno è risultato vincitore del prestigioso Jerome Prize: una borsa di studio creata dalla Jerome Foundation con ha l’intento di contribuire a una cultura dinamica supportando la creazione, lo sviluppo e la produzione di nuove opere di artisti emergenti.

La sua mostra personale Blak Origin Moment ha debuttato al Contemporary Arts Center (Cincinnati) nel febbraio del 2017 e la sua monografia, “Blak Origin Moment”, è stata pubblicata di recente.