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 enzo mari

Enzo Mari, La Serie della Natura, n°1: La Mela, con Elio Mari, serigrafia su texilina, Danese Milano, 1961.

 

Enzo Mari alla Triennale curato da Hans Ulrich Obrist con Francesca Giacomelli

La mostra documenta oltre 60 anni di attività di uno dei principali maestri e teorici del design italiano.

Enzo Mari curato da Hans Ulrich Obrist con Francesca Giacomelli documenta oltre 60 anni di attività di uno dei principali maestri e teorici del design italiano. Il progetto espositivo, visibile dal 17 ottobre al 18 aprile 2021, è articolato in una sezione storica e in una serie di contributi di artisti e progettisti internazionali – Adelita Husni-Bey, Tacita Dean, Dominique Gonzalez-Foerster, Mimmo Jodice, Dozie Kanu, Adrian Paci, Barbara Stauffacher Solomon, Rirkrit Tiravanija, Danh Vō e Nanda Vigo, oltre a Virgil Abloh per il progetto di merchandising – invitati a rendere omaggio a Mari attraverso installazioni site-specific e nuovi lavori appositamente commissionati. Un contributo particolare è quello di Nanda Vigo che nell’opera inedita, ideata per la mostra, prima della sua scomparsa, reinterpreta con la luce due dei lavori più celebri di Mari, i 16 animali e i 16 pesci. In parallelo, diciannove Piattaforme di Ricerca, ideate per la mostra in Triennale, presentano approfondimenti su altrettanti progetti dai quali emergono le tematiche centrali nella pratica e nella poetica di Mari. Completa il percorso una serie di video interviste realizzate da Hans Ulrich Obrist che testimoniano la costante tensione etica di Mari, la sua profondità teorica e la straordinaria capacità progettuale di dare forma all’essenziale.

 

 Otobong Nkanga Infinite Yeld 2015 Courtesy Defares Collection Photo credit Lumen Travo Gallery Amsterdam

Otobong Nkanga Infinite Yeld 2015 Courtesy Defares Collection Photo credit Lumen Travo Gallery Amsterdam

 

Protext! Quando il tessuto si fa manifesto al Centro Pecci

Il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato ne esplora il ruolo non solo nei dibattiti critici su autorialità, lavoro, identità, produzione e cambiamento ambientale, ma anche come medium per eccellenza nella rappresentazione del dissenso.

Ci proteggono dal freddo o dal caldo, simboleggiano tradizioni, rivelano lo stato sociale, sono prodotti secondo processi tradizionali, i diktat del fast fashion o le logiche del riciclo, arredano le nostre case: i tessuti riguardano democraticamente tutti, ancora oggi.

Con la mostra Protext! Quando il tessuto si fa manifesto, a cura di Camilla Mozzato e Marta Papini, dal 24 ottobre 2020 al 14 febbraio 2021 il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato ne esplora il ruolo non solo nei dibattiti critici su autorialità, lavoro, identità, produzione e cambiamento ambientale, ma anche come medium per eccellenza nella rappresentazione del dissenso. Striscioni, stendardi, t-shirt, arazzi artigianali, quilting: sono strumenti che hanno dato voce nel mondo a istanze di protesta spontanee, e Protext! indaga come la più recente generazione di artisti prenda in considerazione l’uso del tessuto e le sue diverse declinazioni formali come pratica artistica trasgressiva.

Seguiamo un filo logico, camminiamo sul filo del rasoio, parliamo con un filo di voce, abbiamo ancora un filo di speranza, ci basta un filo di luce ma perdiamo il filo del discorso: il linguaggio che deriva dalla pratica tessile, è profondamente legato alla filosofia, la storia, la letteratura e quindi all’essere umano. Nel corso del XX secolo, moltissimi artisti si sono avvicinati all'uso del tessile, spinti dalla volontà di sperimentare, ma anche di recuperare materiali e tecniche tradizionali.

Negli anni Settanta l’associazione con il femminile, il domestico e l’artigianale sembra ridimensionarne il valore artistico, ma invece stimola la sperimentazione di artiste femministe che fanno del tessile un manifesto delle politiche di emancipazione.

Attraverso le opere di Pia Camil, Otobong Nkanga, Tschabalala Self, Marinella Senatore, Serapis Maritime Corporation, Vladislav Shapovalov, Güneş Terkol la mostra Protext! dà voce a una pratica artistica che utilizza il tessuto come strumento capace di incanalare ed esprimere le istanze della protesta, dell’identità, dell’appartenenza.

Il percorso di mostra alterna installazioni, sculture, stendardi, arazzi, disegni, ricami e si apre con l’ambiente site-specific realizzato dal collettivo greco Serapis Maritime Corporation (Atene, 2014) composto da un murales di grandi dimensioni dipinto su una tenda, che sborda anche sulla parete, e una serie di grandi cuscini realizzati con materiali di riciclo appoggiati a terra. Le immagini utilizzate, riprodotte con un linguaggio tra arte, moda e design, provengono dall’archivio Serapis e dall’archivio Manteco, e rimandano all’uomo e la sua relazione fisica con il lavoro.

Si prosegue con Bara, Bara, Bara e Vicky's Blue Jeans Hammock, sculture tessili realizzate da Pia Camil (Città del Messico, 1980) con t-shirt e jeans di seconda mano: indumenti prodotti in America Latina per gli Stati Uniti, che tornano ai luoghi d’origine seguendo le rotte inique delle migrazioni e del commercio globale. L’artista ricerca nei mercatini del suo paese i simboli più iconici del nostro tempo: vecchi slogan politici, pubblicità, manifesti delle più recenti proteste di piazza. Ne deriva un patchwork di messaggi, frutto della globalizzazione e manifesto della sua propaganda, un'istantanea della coscienza collettiva contemporanea.

Otobong Nkanga (Kano, Nigeria, 1974) presenta gli arazzi The Leftlovers, Infinite Yeld, In Pursuit of Bling e Steel to Rust – Meltdown insieme all’omonima installazione, in un allestimento progettato con lei per la mostra. La ricerca dell’artista esplora i cambiamenti sociali e topografici evidenziando l’impatto storico e la memoria collettiva della relazione tra Uomo e Natura. Nei suoi lavori tutto è in procinto di essere analizzato: stratigrafie terrestri, piante sezionate, uomini in versione posthuman.

L’opera di Vladislav Shapovalov (Rostov on Don, Russia, 1981), Flags, nasce da una ricerca dell’artista al Centro di Documentazione della Camera del Lavoro di Biella, città con una ricca storia industriale legata alla manifattura della lana, per molti versi simile a quella pratese. All’interno di una collezione di bandiere usate alle manifestazioni dei lavoratori delle fabbriche tessili dalla metà dell’Ottocento a oggi, l’artista ne trova due particolarmente interessanti, composte da tanti piccoli frammenti di tessuto ricamati con nomi femminili e cuciti insieme: i nomi delle lavoratrici. L’opera di Shapovalov offre una rara testimonianza di un gruppo di operaie presentate come individui attivi, e fotografa la parabola politica del nostro paese, dal fascismo al movimento operaio degli anni Sessanta/Settanta, con le donne come protagoniste.

Nelle sue opere Güneş Terkol (Ankara, 1981) prende ispirazione dal contesto in cui si trova, raccogliendo materiali e storie che intreccia nei suoi arazzi, video, schizzi e composizioni musicali. Protagoniste delle sue storie sono in genere donne che si adattano o rifiutano di adattarsi alle trasformazioni sociali e culturali della Turchia contemporanea. L'atto di cucire diventa un atto di resistenza che racconta voci altrimenti inascoltate. In mostra troviamo alcuni dei suoi ricami su garza in un'installazione leggera e fluttuante, insieme a Dreams on the River e Desire Passed by Land, bandiere realizzate nel corso di un laboratorio partecipativo. In occasione della mostra, l’artista produrrà una nuova bandiera insieme ad un gruppo di donne vicine al Centro Antiviolenza La Nara.

La mostra continua con le opere di Marinella Senatore (Cava de' Tirreni, Italia, 1977): i coloratissimi stendardi ricamati a mano dalla serie Forme di protesta: memoria e celebrazione e 50 disegni della serie It’s Time to Go Back to Street in parte prodotti per il Centro Pecci. L’artista esplora le numerose sfaccettature sul tema della protesta in diversi contesti geografici, e le modalità e i sistemi di aggregazione comunitaria: simboli come il gonfalone delle cerimonie del Sud Italia, i carnevali politici sudamericani, gli striscioni dipinti a mano dei lavoratori anglosassoni, le arti performative e musicali come mezzo per esprimere istanze di protesta.

Tschabalala Self (New York City, 1990) costruisce rappresentazioni volutamente esagerate legate all’immaginario dei corpi femminili neri con una combinazione di materiali coloratissimi cuciti, stampati e dipinti che rimandano a tradizioni artistiche artigianali. Artista tra le più celebri delle ultime generazioni, cresciuta guardando la madre cucire, presenta in mostra alcuni lavori iconici: le stoffe recuperate nei negozi di Harlem, la tridimensionalità delle sue opere, il voyeurismo suscitato dal corpo femminile nero, creano nello spettatore un vero disorientamento, ma aprono la strada a nuove modalità di relazione con l’altro.

Conclude il percorso espositivo una sala dedicata a workshop, residenze ed eventi che alimenteranno l’indagine sull’uso del tessile nelle manifestazioni di dissenso, nel corso della mostra.

Il primo intervento ospitato è quello del duo parigino About A Worker (Kim Hou e Paul Boulenger), che offre ai lavoratori della moda la possibilità di rivelare la propria visione del settore attraverso il design di una collezione. Il duo ha operato in contesti in cui la moda ha profondi impatti sociali, economici e ambientali, contribuendo alla condivisione della conoscenza tra laboratori e fabbriche. A seguito di una residenza realizzata in collaborazione con Lottozero textile laboratories, About A Worker presenterà al Centro Pecci una collezione speciale realizzata in museo durante un laboratorio partecipativo, con il supporto di Manteco e la collaborazione di Istituto Marangoni Firenze; a partire dal 2 novembre, alcuni dei lavori più iconici di About A Worker saranno visibili in una mostra retrospettiva nella Kunsthalle di Lottozero. Seguirà il workshop di Canedicoda, realizzato in collaborazione con Dynamo Camp: attraversando tende ghiacciate o tropicali separè, visitando plastici di raso o lane montuose i partecipanti si immergeranno nella costruzione di un mondo morbido, avvolgente, cangiante e plasmabile. 

La mostra è accompagnata per tutta la sua durata da un ricco public program con workshop, talk e residenze realizzate in collaborazione con gli artisti e realtà locali.

Protext! Quando il tessuto si fa manifesto è accompagnata da una pubblicazione di Nero Editions in due volumi: il catalogo della mostra con il testo critico delle curatrici Camilla Mozzato e Marta Papini, le interviste agli artisti, biografie e fotografie delle opere, e un secondo volume, un vero e proprio libro d’artista firmato da Marinella Senatore, introdotto da Cristiana Perrella, Direttrice del Centro Pecci.

Si ringraziano Manteco e Pecci Filati per il contributo art bonus alla mostra.

 

Fondazione per le arti contemporanee

Fondata da Comune di Prato e Città di Prato

Sostenuta da Regione Toscana

Sponsor tecnico Unicoop Firenze

 

Protext! Quando il tessuto si fa manifesto

Sponsorizzata da Centro Porsche Firenze

Si ringrazia Lottozero textile laboratories, Istituto Marangoni Firenze

 

 

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"Giorgio Andreotta Calò, Produttivo, 2018-2019, installazione ambientale, dettaglio dell'allestimento presso Pirelli HangarBicocca, Milano. Commissionata e prodotta da Pirelli HangarBicocca, 2019. Courtesy dell'Artista e Pirelli HangarBicocca. Foto: Agostino Osio, © Giorgio Andreotta Calò, Produttivo, 2018-2019, installazione ambientale


 

Litosfera. Un dialogo tra "Produttivo" di Giorgio Andreotta Calò e "A Fragmented World" di Elena Mazzi e Sara Tirelli

La mostra si inserisce in una linea di ricerca che rilegge e interroga le opere della collezione permanente grazie al dialogo e al confronto con quelle provenienti da altre raccolte.

Un video e una grande installazione ambientale compongono la mostra LITOSFERA, dal 24 ottobre 2020 al 7 febbraio 2021 al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato: sono A Fragmented World (2016) di Elena Mazzi e Sara Tirelli, e Produttivo (2018-2019) di Giorgio Andreotta Calò.

La mostra – curata da Cristiana Perrella, Direttrice del Centro Pecci – si inserisce in una linea di ricerca che rilegge e interroga le opere della collezione permanente grazie al dialogo e al confronto con quelle provenienti da altre raccolte; nella stessa direzione si muove anche l’esposizione di Raid, opera di Marcello Maloberti recentemente acquisita dal museo, testimonianza della performance omonima realizzata dall’artista al Centro Pecci nel 2018.

A Fragmented World e Produttivo nascono entrambe dalla suggestione di un viaggio al centro della Terra, dal desiderio di rappresentare forze e materie che nel corso di ere geologiche hanno dato forma al nostro pianeta. Giorgio Andreotta Calò ha acquisito, riordinato e catalogato circa 2000 metri lineari di carotaggi dell’area del Sulcis Iglesiente (sud-ovest della Sardegna), parte dell’archivio di sondaggi della Carbosulcis. L’orizzonte stratigrafico corrispondente al livello produttivo, compreso tra i -350 e -450 metri sotto il livello del mare, è stato quindi ricomposto a pavimento: i vari strati di roccia visibili in questi carotaggi portano alla luce millenni di storia naturale, la raccontano nella successione di materiali quali siltiti, arenarie, micro-conglomerati, strati carboniosi, calcare beige, lumachelle. Fragilissimi eppure forti nella loro presenza evocativa, i lunghi cilindri di Produttivo vanno a comporre un paesaggio che segue la successione stratigrafica, portandoci indietro nel 2 tempo.

L’opera – presentata nel 2019 alla Fondazione Pirelli Hangar Bicocca di Milano, che l’ha coprodotta, come parte della mostra personale Città di Milano – è entrata nella collezione del Centro Pecci nel 2019 grazie a una donazione dell’artista, che l’ha voluta suddividere tra i musei membri di AMACI – Associazione dei Musei d’Arte Contemporanea Italiani. In questa mostra per la prima volta ne viene ricomposta una parte rilevante che comprende, oltre a quella del Pecci, anche le sezioni in collezione al MAXXI, GAMeC, MAMbo, FMAV, e quelle provenienti dall’archivio dell’artista. Del tempo lentissimo della Terra, solo apparentemente immobile e immutabile, e degli eventi catastrofici – eruzioni, terremoti – che ne costituiscono un elemento di rottura e accelerazione, ci parla anche A Fragmented World, il video di Elena Mazzi e Sara Tirelli. Ispirata alla Teoria delle fratture del fisico Bruno Giorgini – che analizza le variabili che conducono a una crisi, intesa sia come fenomeno geofisico che sociopolitico – l’opera rimanda a una condizione di caos, imprevedibilità e trasformazione, utilizzando immagini dell’Etna, in parte preesistenti e realizzate a scopo scientifico e in parte girate ex-novo dalle autrici, con suoni e campionature in presa diretta del musicista Giuseppe Cordaro.

Realizzata il 13 ottobre 2018 al Centro Pecci in occasione della Quattordicesima Giornata del Contemporaneo AMACI, la performance Raid – da cui è stato poi tratto il video in Collezione – riunisce alcuni temi ricorrenti del lavoro di Marcello Maloberti, come la fascinazione per i libri, la relazione con le icone della storia dell’arte, il connubio tra dimensione museale e azioni effimere, l’idea di “corpo collettivo” composto da persone diverse – per età, etnia, religione, sessualità – accomunate da uno stesso gesto apparentemente insensato. La performance, casuale e improvvisa, mette in relazione l’arte del passato con opere simbolo del museo, lasciando dietro di sé presenze evocative come le monografie dedicate ai Maestri della storia dell’arte, che per giorni sono rimaste sul pavimento delle sale, squinternate dall’azione dei performer. Un ringraziamento particolare ad Apice, per il supporto nella logistica e movimentazione di Produttivo.

INFORMAZIONI PRATICHE Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato Viale della Repubblica 277, 59100, Prato

 

 7. SANDY SKOGLUND REVENGE OF THE GOLDFISH 1981

SANDY SKOGLUND REVENGE OF THE GOLDFISH 1981

Fondazione Palazzo Magnani e Comune di Reggio Emilia presentano un grande Autunno Fotografico

In attesa dell’edizione 2021 del festival FOTOGRAFIA EUROPEA, la Fondazione Palazzo Magnani e il Comune di Reggio Emilia portano a Reggio Emilia 4 nuove mostre fotografiche. 

In attesa dell’edizione 2021 del festival FOTOGRAFIA EUROPEA, la Fondazione Palazzo Magnani e il Comune di Reggio Emilia, a partire dal 10 ottobre 2020 e fino a gennaio 2021 portano a Reggio Emilia 4 nuove mostre fotografiche.

Dal 17 ottobre 2020 al 10 gennaio 2021 TRUE FICTIONS Fotografia visionaria dagli anni '70 ad oggi Palazzo Magnani. ATLANTI, RITRATTI E ALTRE STORIE 6 giovani fotografi europei Palazzo Da Mosto inoltre in città dal 10 ottobre 2020 al 10 gennaio 2021. UNDER THE SAME ROOF Spazio Gerra | P.zza XXV aprile - Reggio Emilia dal 31 ottobre 2020 a gennaio 2021 CHI SONO IO? RAPPRESENTAZIONI DELL’INFANZIA TRA OTTO E NOVECENTO Fotografie e photobook dalle collezioni della Biblioteca Panizzi 

Palazzo Magnani, Palazzo da Mosto, lo Spazio Gerra e la Biblioteca Panizzi sono le tappe di questo grande Autunno Fotografico nato per riprendere progetti, ricerche e relazioni nati durante la preparazione della XV edizione del festival, sospesa a causa dell’emergenza sanitaria globale, e per accompagnare il pubblico alla prossima edizione di FOTOGRAFIA EUROPEA, che si terrà nella primavera 2021.

Fulcro di questo programma è la mostra presentata a Palazzo Magnani dal 17 ottobre 2020 al 10 gennaio 2021, a cura di Walter Guadagnini: TRUE FICTIONS – Fotografia visionaria dagli anni '70 ad oggi è la prima mostra in Italia dedicata al fenomeno della staged photography, tendenza che, a partire dagli anni Ottanta, ha rivoluzionato il linguaggio fotografico e la collocazione della fotografia nell’ambito delle arti contemporanee.

Prodotta da Fotografia Europea, la mostra presenta il lato più immaginifico della fotografia attraverso le invenzioni di alcuni tra i maggiori autori degli ultimi trent’anni e le sperimentazioni nate dall’avvento della tecnologia digitale. Partendo da grandi maestri come Jeff Wall, Cindy Sherman, James Casebere, Sandy Skoglund, Yasumasa Morimura, Laurie Simmons passando per artisti come Erwin Olaf, David Lachapelle, Nic Nicosia, Emily Allchurch, Joan Fontcuberta, Julia Fullerton Batten, Paolo Ventura, Lori Nix, Miwa Yanagi, Alison Jackson, Jung Yeondoo, Jiang Pengyi, fino ad arrivare ad autori raramente esposti in Italia come Bernard Faucon, Eileen Cowin, Bruce Charlesworth, David Levinthal, l’esposizione dimostra, con oltre cento opere, non solo la diffusione di questo linguaggio, ma anche la sua longevità.

La mostra sarà corredata da un catalogo edito da Silvana Editoriale, interamente dedicato alla Staged Photography in cui il curatore della mostra Walter Guadagnini, farà il punto su questa importante pratica fotografica approfondendo, per la prima volta in Italia e in Europa, le varie sfaccettature che la caratterizzano e raccogliendo le biografie degli artisti presenti in mostra che le si sono avvicinati, ognuno con il proprio sguardo.

Altra mostra prodotta da Fotografia Europea è ATLANTI, RITRATTI E ALTRE STORIE – 6 giovani fotografi europei, la collettiva allestita a Palazzo da Mosto dal 17 ottobre 2020 al 10 gennaio 2021, che raccoglie le personali dei tre vincitori dell’open call lanciata da FOTOGRAFIA EUROPEA 2020, a cui sono stati aggiunti tre progetti selezionati dalla giuria composta da Walter Guadagnini Direttore artistico del Festival, Maria Pia Bernardoni curatrice progetti internazionali del LagosPhoto Festival, e Oliva Maria Rubio curatrice indipendente. Una scelta che nasce dal desiderio di ampliare lo spazio dedicato ai giovani artisti e dalla volontà di approfondire il tema delle fantasie e delle narrazioniin un momento storico in cui la proiezione verso il futuro si fa necessaria.

Nel percorso di mostra troviamo Alessandra Baldoni (Perugia, 1976) che presenta Atlas una mappa di analogie per immagini in dittici e trittici; Alexia Fiasco (Parigi, 1990) che con The Denial accompagna il pubblico in un viaggio fotografico alla scoperta delle proprie origini. E ancora Francesco Merlini (Aosta, 1986) con Valparaiso in cui l’autore attiva un confronto tra le proprie memorie familiari e i luoghi dell’infanzia; Manon Lanjouère(Parigi, 1993) che con Laboratory of Universe, mostra una serie di immagini che raccontano l’origine dell’Universo; Giaime Meloni (Cagliari, 1984) con Das Unheimliche che rappresenta una metafora sulla condizione dell’abitare contemporaneo, e infine Denisse Ariana Pérez (Repubblica Domenicana, 1988) con Albinism, Albinism II, una serie che cattura la bellezza dei ragazzi nati con l'albinismo.

Una serie di attività collaterali - lezioni, conferenze, talk, workshop - realizzate in collaborazione con importanti istituzioni, oltre ad attività formative e didattiche per scuole di ogni ordine e grado e corsi di aggiornamento per insegnanti, completano il programma delle due mostre.

La Fondazione Palazzo Magnani conferma inoltre l’attenzione verso le persone con disabilità fisica e psichica, in stretta collaborazione con il Progetto Reggio Emilia Città Senza Barriere e ASP – Reggio Emilia Città delle Persone, offrendo, con i percorsi di accessibilità appositamente progettati e soluzioni idonee alla fruizione dei visitatori secondo modalità facilitate.

 In contemporanea, dal 10 ottobre 2020 al 10 gennaio 2021 lo Spazio Gerra ospita l’esposizione UNDER THE SAME ROOF che raccoglie i lavori di 33 giovani autori europei tra i 15 e i 18 anni.

Con la guida di un team di coetanei e operatori dello Spazio, i giovani artisti hanno analizzato la propria condizione famigliare usando il linguaggio della fantasia; il risultato è stato la creazione di still life cariche di forza simbolica, bizzarri rebus in cui ogni dettaglio è studiato, che invitano lo spettatore a immedesimarsi con l’esperienza e la visione dei giovani autori.

Altra mostra dedicata alla fotografia viene presentata dal 31 ottobre 2020 al 10 gennaio 2021 negli spazi della Biblioteca Panizzi, dal titolo CHI SONO IO? RAPPRESENTAZIONE DELL’INFANZIA TRA OTTO E NOVECENTO. Fotografie e photobook dalle collezioni della Biblioteca Panizzi a cura di Laura Gasparini, Monica Leoni ed Elisabeth Sciarretta.

Un’occasione per sviluppare il tema della rappresentazione dell’infanzia emerso dalla precedente edizione di Fotografia Europea dedicata alle fotografie di famiglia. Il nuovo progetto espositivo propone una scelta, tra fondi fotografici e bibliografici, di autori che si sono interessati al tema: fotografi, professionisti, artisti e dilettanti, ma anche scrittori, che hanno saputo raccontare l’infanzia con occhi diversi.

Arricchiscono ulteriormente questo Autunno fotografico anche molti dei progetti del CIRCUITO OFF, la sezione indipendente di FOTOGRAFIA EUROPEA composta da un fiorire spontaneo di piccole esposizioni, simbolo di una bellissima e concreta partecipazione cittadina, che durante il festival di solito invade negozi, ristoranti, cortili, gallerie e sedi storiche del centro storico.

Con la modalità differente dell’allestimento in vetrina, fotografi professionisti, giovani alle prime esperienze, appassionati e associazioni, esporranno i propri progetti, arricchendo le passeggiate in città della possibilità di visitare delle mostre, senza bisogno di entrare in luoghi chiusi.

Tutte le esposizioni dell’autunno fotografico rientrano nell’ambito del progetto Reggio per EMILIA 2020 - 2021 "La cultura non starà al suo posto".

Si riconferma, anche in quest’autunno particolare, la rete creata da Fotografia Europea con alcune delle più importanti istituzioni culturali regionali, che recuperano ora le mostre che avrebbero dovuto essere esposte in primavera.

La reggiana Collezione Maramotti presenta, dal 4 ottobre 2020 al 16 maggio 2021, Mollino/Insides, un percorso di mostra con opere pittoriche di Enoc Perez e fotografie di Brigitte Schindler e di Carlo Mollino. Presso Linea di Confine per la Fotografia Contemporanea di Rubiera (RE), sarà possibile visitare, dal 17 ottobre al 6 dicembre 2020, la mostra di Guido Guidi Lunario,un viaggio fotografico lungo trent'anni sul tema della Luna e quella di Luca Nostri dal titolo Quattro cortili, composta da quattro serie fotografiche, due d’archivio e due autoriali. A Modena due mostre fotografiche in dialogo tra loro: la personale di Mario Cresci - La luce, la traccia, la forma – promossa da Fondazione Modena Arti Visive a Palazzo Santa Margherita e L’impronta del reale. W. H. Fox Talbot alle origini della fotografia che le Gallerie Estensi dedicano all’inventore della fotografia su carta e ai procedimenti di riproduzione delle immagini (per entrambe le mostre -aperte fino al 10 gennaio 2021- è attiva una convenzione con Fondazione Palazzo Magnani che prevede una riduzione sul biglietto d’ingresso).

 

 CARLO GAJANI

 

IN ARRIVO LA MOSTRA "CARLO GAJANI (1929-2009)"

A dieci anni dalla morte di Carlo Gajani, arriva  a Bologna una grande retrospettiva dell’artista negli spazi del Centro Studi della Didattica delle Arti. 

A dieci anni dalla morte di Carlo Gajani, arriva – dall'8 ottobre al 6 novembre 2020 – a Bologna una grande retrospettiva dell’artista a cura di Renato Barilli – coadiuvato da Piero Casadei e Luca Monaco per la fotografia e Giuseppe Virelli per la pittura – negli spazi del Centro Studi della Didattica delle Arti di Via Cartoleria 9. La mostra è promossa dalla Fondazione Carlo Gajani presieduta da Angela Zanotti Gajani e dal Liceo artistico Francesco Arcangeli di Bologna.

La mostra ripercorre l’intera carriera di Gajani attraverso una vasta selezione di opere che copre un arco temporale di oltre quarant’anni diviso in tre sezioni principali. La prima e la seconda sono dedicate rispettivamente all’incisione e alla pittura e vanno dagli anni Sessanta agli anni Settanta del secolo scorso, con un percorso che pone sotto la lente d’ingrandimento il passaggio dell’artista dalla prima fase Informale a quella propriamente Pop, per concludersi con un ultimo periodo caratterizzato dalla sperimentazione di una sorta di pittura “neo-divisionista”.

La terza e ultima parte, invece, è interamente dedicata alla fotografia, vera e propria seconda “giovinezza artistica” di Gajani, in cui l’artista procede con il testare e saggiare le diverse possibilità espressive del mezzo fotografico attraverso l’esplorazione di temi diversi, del ritratto e dell’autoritratto, del nudo e, infine, del paesaggio, quest’ultimo inteso sia come luogo al di fuori di sé, sia come spazio per una riconquista di una memoria più intima e personale.

Il progetto espositivo è arricchito da un video sull’artista e sulla nascita della Fondazione a lui dedicata, realizzato dagli studenti del Liceo Arcangeli.

In ultimo, si segnala che nel corso dei giorni della mostra sono previsti due incontri-conferenze interamente dedicate alla figura di Gajani in relazione allo spazio e al tempo da lui vissuti.

Note biografiche: 

Carlo Gajani nasce a Bazzano l'11 gennaio 1929. Dopo la laurea in medicina nel 1953, pratica la professione medica di pari passo con attività artistiche. Alla fine degli anni ’60 diventa invece artista a tempo pieno, con il sostegno di importanti conferme da critici di valore quali Renato Barilli, Franco Russoli, Filiberto Menna e altri, e incoraggiato dall’apprezzamento di galleristi quali Forni a Bologna e Toninelli a Milano. Viene invitato a partecipare alla XXXII Biennale di Venezia nel 1964, poi di nuovo alla XXVI nel 1972, stesso anno in cui inizia l'insegnamento dell'Anatomia artistica presso l'Accademia delle Belle Arti, prima ad Urbino poi a Bologna, fino al 1999.

Negli anni '70 rivolge il proprio interesse verso il ritratto dipinto a partire da una base fotografica ed esegue così numerosi ritratti di artisti, scrittori e intellettuali – da Moravia a Pasolini, da Calvino a Eco, da Arbasino a Ginzburg etc. – raccontati e commentati poi nel 1976 nel volume “Ritratto, identità, maschera” pubblicato con la Nuovo Foglio.

Dagli anni '80 comincia a dedicarsi esclusivamente alla fotografia, lavorando sui paesaggi urbani del Nord America, sull’esplorazione in Italia della pianura di qua e di là del Po e concentrandosi nel proprio studio e all'Accademia su un lavoro di vent'anni sul nudo e sui rapporti che si instaurano tra fotografo e modella.

Le opere di Gajani sono state esposte in diversi spazi pubblici e privati in Italia, Francia, Regno Unito, Germania, Stati Uniti e Canada. Alla fine della sua lunga carriera artistica, Gajani è ritornato nell'Appennino tosco-emiliano, alla ricerca di vecchie dimore, campi e cieli – stavolta in bianco e nero. Lì è morto nel 2009.